2,5 milioni di barili al giorno – Intervista a Demostenes Floros

Pubblichiamo l’intervista che Demostenes FlorosSenior Energy Economist CER-Centro Europa Ricerche – ha rilasciato al nostro blog:

1) Le sanzioni imposte alla Russia possono fermare il conflitto?

1- A mio avviso, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti d’America e dall’Unione Europea non possono fermare la guerra; più precisamente, le prime sanzioni erano già state imposte alla Federazione Russa sin dal 2014. Ovviamente, sulla scia del colpo di Stato a Kiev con conseguente referendum in Crimea. Ciò che cosa ha comportato per la Federazione Russa? Ovviamente, i dati macroeconomici del triennio 2014-2016 indicano una situazione di forte difficoltà, ma non solo. Prodotti che prima venivano importanti dall’Italia o dal resto dell’Unione Europea sono stati sostituiti con altri fornitori, con altri produttori dell’America centrale o dell’America Latina. Inoltre, è stata sviluppata la produzione interna: la Russia, dal 2014, ha cominciato a produrre beni che prima venivano esclusivamente importati.

Da un punto di vista politico, invece, la Russia ha frattanto capito molto bene una cosa: basta farsi illusioni sull’autonomia politica dell’Unione Europea dagli Stati Uniti. Oggi, ci sono molte più sanzioni rispetto al 2014 e, forse, stiamo cominciando a renderci conto che queste danneggeranno la Russia, ma danneggeranno anche noi europei e non poco.

2) A tuo avviso, gli Stati Uniti stanno soffiando sul conflitto per separare l’Europa dalla Russia e dalla Cina?

2- Credo che l’obiettivo sia quello di separare l’Unione Europea dalla Federazione Russa, in primo luogo la Germania dalla Federazione Russa e dalla Cina. Per capire questo, bisogna però fare un piccolo passo indietro e ragionare prendendo spunto dalla politica della manifattura tedesca: questa è ben consapevole della necessità di approvvigionarsi di energia quindi, di un rapporto diretto con la Federazione Russa. Nel contempo, anche di un rapporto con la Cina, intesa come mercato di sbocco commerciale, ma non solo visti i numeri relativi al peso della manifattura cinese su quella mondiale. I dati di Confindustria ci dicono infatti che il peso della manifattura cinese su quella mondiale è passato dal 5% del 1995 a oltre il 30%, secondo l’ultimo rilevamento a nostra disposizione; di converso la manifattura statunitense è calata attorno al 16,6 %, quella tedesca poco sopra al 5%, l’Italia al 2,2%. Si vede chiaramente come il continente euroasiatico nel suo complesso ha un peso centrale nell’economia mondiale.

Le ricadute economiche e sociali per l’Europa saranno durissime se continuerà questo atteggiamento di subalternità agli Stati Uniti d’America e per quanto attiene l’Italia, le conseguenze saranno forse più dure visto l’incremento dei prezzi delle fonti fossili, in particolar modo del gas naturale. Siamo il paese con il maggiore incremento di prezzo medio delle fonti fossili nel 2021, scontiamo un aumento del 180%, a fronte di uno a livello medio mondiale poco sopra il 100% e questo è un aspetto gravissimo. Credo che la nostra classe politica non sia completamente consapevole di quanto ciò sia grave, soprattutto se noi andiamo ad analizzare l’andamento estremamente positivo delle nostre esportazioni, o per meglio dire del “Made in Italy” acquistato in Cina, nel corso degli ultimi anni cioè, da quando era stato firmato il Memorandum per “La via della seta”.

3) Ricollegandoci al tuo libro “Guerra e pace dell’energia. La strategia per il gas naturale dell’Italia tra Federazione Russa e NATO”, pensi che l’Unione Europea possa rendersi indipendente dal gas e dal petrolio russo in pochi mesi? Riesci a immaginare una tempistica realistica?

3- Ritengo questa tempistica assolutamente non realistica, non solo nel breve periodo, ma anche nel medio. Io ritengo che il gas che noi acquistiamo dalla Federazione Russa non sia assolutamente sostituibile in toto con altri fornitori; forse, con uno sforzo economico notevole e pagando di più, tanto per essere chiari, si potrebbe sostituire una parte minima di questo gas con altri fornitori, ma ripeto ad un prezzo più alto e, quindi, con delle conseguenze molto chiare sui costi di produzione della nostra manifattura. Attenzione, inoltre, il problema non si pone soltanto per il gas che l’UE e l’Italia acquista dalla Russia, ovvero il 40% del nostro fabbisogno, ma riguarda tutte le fonti fossili. La quantità di petrolio che l’Europa importa dalla Federazione Russa è di circa 2,5 milioni di barili al giorno e di 5-6 milioni di tonnellate di prodotti raffinati al mese. Il petrolio, a differenza del gas naturale è più facilmente sostituibile, ma ne esistono diverse tipologie, quindi non si tratta semplicemente di sostituire quello russo con un qualsiasi greggio prodotto in giro per il mondo. Bisogna trovare un petrolio analogo e tanto per fare nomi, un greggio simile si trova in Venezuela e in Iran, con tutte le problematiche note.

Non da ultimo, bisogna ricordare che l’UE dipende dal carbone per circa il 10-12% dei propri consumi di energia primaria. Anche il prezzo del carbone nelle ultime settimane è esploso del 250% e anche questo viene per lo più importato dalla Russia.

4) Parlando di Asia. Che ruolo può avere la Cina in questo conflitto e in che modo le scelte di Pakistan, India e Arabia Saudita, riguardo lo yuan lasciano presagire una guerra valutaria? Il blocco euroasiatico sta sfidando la supremazia del dollaro?

4- Questo aspetto è molto interessante e credo che sia il vero cuore del problema che forse non appare immediatamente nel conflitto in Ucraina, che sostanzialmente è un conflitto tra NATO e Russia, come diligentemente ha riassunto il Prof. Luciano Canfora. Un aspetto centrale che era già intuibile ad una lettura attenta del voto all’assemblea generale delle Nazioni Unite sulla condanna all’invasione.

In merito al ruolo che sta avendo la Cina, io molto chiaramente affermo che la Cina sostiene in tutto e per tutto la Federazione Russa: non mi stupirei, se nel colloquio intercorso tra Putin e Xi, qualche giorno prima dell’allargamento del conflitto, il secondo fosse venuto a conoscenza delle volontà russa. Infatti, credo che Putin non avrebbe mai azzardato un’operazione del genere senza la consapevolezza di un sostegno economico e finanziario da parte della Cina. Perché la Cina sostiene la Federazione Russa? Da un punto di vista geopolitico la spiegazione è relativamente semplice e cioè, nel caso in cui gli Stati Uniti avessero posto le proprie armi in Ucraina e quindi tenuto sotto tiro Mosca con i propri missili a massimo 3-5 minuti di tempo, a quel punto la partita per il mantenimento della supremazia globale si sarebbe rivolta nei confronti della Cina. Avremmo visto, come in parte abbiamo già visto nel corso degli ultimi anni, uno spostamento di tutto il complesso militare-industriale statunitense attorno alla Cina per accerchiarla. Per fare questo, gli Stati Uniti dovevano cercare di spaccare i legami tra Russia e Cina o almeno mettere anzi tutto la prima in un angolo.

Io però non escludo anche una seconda ipotesi, non necessariamente in contrasto con la prima, e cioè che il sostegno della Cina alla Federazione Russa contempli anche una matrice ideologica e cioè, non escludo che ci sia anche una certa affinità ideologica tra una parte, fosse anche minoritaria, della classe dirigente che sostiene il Presidente Putin e la classe dirigente cinese.

Per quanto attiene il ruolo della Cina, quindi, da una parte essa supporta nei fatti la Federazione Russa e dall’altra parte, in maniera molto intelligente, svolge un ruolo di mediazione. Da questo punto, di vista come ha suggerito l’economista Pasquale Cicalese, la Cina ha molte frecce al proprio arco. Immaginiamo se questa decidesse di diminuire l’ammontare di titoli di Stato americano in proprio possesso, se non sbaglio oggi siamo poco sotto il trilione di dollari. Immaginiamo se la Cina decidesse di incanalare questo denaro e di utilizzarlo in investimenti nei confronti dei paesi che producono energia che si sono astenuti in sede ONU o dei produttori di semilavorati, avremmo uno straordinario spostamento di ricchezza dal blocco atlantico verso l’Eurasia e in parte anche l’Africa. Quindi, la Cina ha un peso di mediazione non indifferente e auspico che possa utilizzarlo.

Per quanto riguarda la guerra valutaria, bisogna essere cauti perché spesso si è parlato di fine del dollaro e questa non si è nei fatti verificata. Potremmo, tuttavia essere a un punto di rottura, poiché la Cina potrebbe comprare petrolio da sauditi e russi pagando in yuan e/o rubli. La Cina è il principale importatore di petrolio al mondo e questo potrebbe spingere anche altri paesi a optare per l’acquisto di “oro nero” nella propria valuta nazionale.

A mio avviso, si è dato poco risalto alla proposta che ha fatto il governatore della Federal Reserve Powell, il 2 marzo, quando ha parlato di affiancare al dollaro a un’altra moneta come valuta internazionale. Non si è mai fatto esplicito riferimento allo yuan, ma la proposta sembrava chiara: smettere di appoggiare la Russia, per avere questo enorme riconoscimento. Ad oggi, la Cina sembra però restia ad accettare questo tipo di accordo.

5) Che ruolo intende giocare la Turchia in questo confronto?

5- Ritengo l’atteggiamento della Turchia per certi versi “eccezionale”. Ad oggi, Erdogan è riuscito a destreggiarsi, nonostante le pressioni degli Stati Uniti e tenuto conto che ha il secondo esercito all’interno della NATO. È riuscito anche a ritagliarsi un ruolo di mediatore, seppur con risultati piuttosto scarsi al momento. Penso che ciò renda impietoso il confronto con quello che purtroppo sta facendo il governo italiano.

Credo che la Turchia continuerà a mediare finché avrà margine per farlo, senza esporsi in modo decisivo. Mi pare, inoltre, che la Turchia non sia più così smaniosa di entrare all’interno dell’Unione Europea. Tuttavia, pur avendo ben compreso il peso economico dell’Eurasia, essa non può nel contempo ignorare la situazione reale cioè, non può non tenere conto dei forti investimenti manifatturieri dell’Occidente nel paese.

6) Possiamo immaginare un futuro in cui l’Europa si smarcherà dagli Stati Uniti per avvicinarsi al blocco euroasiatico?

6- La domanda parte da un presupposto non reale, poiché in Europa (intesa come UE) non esiste una politica estera o militare comune. Questo processo non si è verificato negli anni passati e non mi pare prossimo a realizzarsi. Oggi, abbiamo l’Europa della Germania e, in parte, della Francia, che tentano una via diplomatica e sono fortemente preoccupate per il futuro della loro manifattura, ma abbiamo anche l’Europa della Polonia e dei baltici, molto propensi ad aprire un conflitto militare diretto con la Russia. Non escludo che potremmo trovarci dinanzi alla fine dell’unipolarismo Usa e alla chiusura dei trent’anni successivi alla caduta del muro di Berlino e al crollo dell’Unione Sovietica. Vale anche la pena notare come, in Italia il primo Governo Conte – che per inciso io non ho votato – in merito alla politica commerciale, avesse creato degli ottimi rapporti con la Federazione Russa e con la Cina pur rimanendo all’interno di una politica atlantista.

Perché l’Italia dovrebbe abbandonare la NATO subito

In questi giorni stiamo assistendo impotenti a una intensificazione della retorica bellicista all’interno dei paesi del blocco occidentale. Gli Stati Uniti e i loro alleati minacciano di intervenire ovunque nel mondo in base alle circostanze. La Russia e la Cina sono i nemici, creati ad arte dai media per un’opinione pubblica che vive perennemente mobilitata in un’allerta che ormai considera normalità, libertà, democrazia, dibattito pubblico. Al contrario, il dibattito pubblico e la democrazia (inevitabilmente legata a una purezza di intenti nell’espressione delle proprie posizioni) sono tradite sistematicamente in Europa e in Nord America, a favore di una retorica manichea e piena di menzogne. La Russia viene descritta come in procinto di scatenare una guerra su vasta scala in Ucraina, un’invasione in pieno stile, ma ci si dimentica di dire che sono gli europei e gli alleati della NATO a finanziare il governo ucraino, i gruppi neonazisti ucraini e a spingere per un’integrazione dell’Ucraina stessa nel sistema occidentale. La NATO ha già violato la parola data al momento dell’abbattimento del muro di Berlino e cioè che non avrebbe minacciato la Russia, che non avrebbe portato nell’ex blocco sovietico le proprie truppe, i propri missili, i propri rapporti di forza. Invece, gradualmente, la NATO e l’UE (le due organizzazioni di fatto sono espressione di intenti comuni, poiché le alleanze vincolano i membri dell’una e dell’altra organizzazione) si sono allargate verso Est, inglobando Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, le repubbliche baltiche, le repubbliche nate dalla scissione della ex Jugoslavia e via dicendo, fino ad arrivare a minacciare i confini russi più a Sud, in Ucraina e nel Caucaso.

La Russia non può accettare un simile affronto per la propria sicurezza nazionale, ma soprattutto la Russia non può accettare che i propri cittadini siano costantemente minacciati di golpe colorati (rivoluzioni colorate, sic!) o di bombardamenti massicci partiti dai paesi vicini membri e alleati della NATO. Le maggiori città russe, i maggiori centri industriali, le maggiori vie di comunicazione del paese, sono già sotto tiro dei missili NATO, le due forze hanno già uno squilibrio in campo. Lo squilibrio in campo, badiamo bene, non è dato da debolezza russa, ma dal fatto che i russi non hanno nessuna intenzione di riempire il resto del mondo di basi e rampe missilistiche puntati su città, scuole, ospedali, aeroporti, autostrade, centri commerciali statunitensi e europei.

Lo scopo dell’odierna amministrazione statunitense è chiaro. Far fuori la Russia con un accordo di massima che conceda il massimo in Ucraina e nel Caucaso alla NATO, ponendo la Russia in uno scacco strategico; al contempo destabilizzare l’Asia Centrale e il Medio Oriente, strategia in cui gli Stati Uniti sono ormai attivi da decenni; e poi passare a un attacco diretto contro la Repubblica Popolare Cinese o, più in piccolo la Corea del Nord, usando magari Taiwan come pretesto.

L’Italia che interesse ha in tutto questo? Dipendiamo dal gas russo per scaldarci e per le bollette della luce, siamo partner commerciali importanti della Russia e di molte repubbliche centro-asiatiche ex sovietiche (ad esempio, il Kazakistan solo un anno fa, definiva “Russia, Cina e Italia i maggiori partner commerciali del paese”), la Cina rappresenta un mercato in forte crescita e con grandi prospettive anche a livello tecnologico (basti pensare alla fusione nucleare, agli investimenti in rinnovabili o all’intelligenza artificiale), il nostro paese da sempre ha una vocazione mercantile, dedita al commercio e all’esportazione dei nostri prodotti. L’Italia per posizione geografica, storia e cultura, è un paese aperto all’Asia e al Mediterraneo, sin dai tempi dell’Antica Roma la seta giungeva in Occidente passando tutta l’Asia Centrale e il Mediterraneo; non possiamo dimenticare Marco Polo e il suo viaggio raccontato nel Milione o il gesuita Matteo Ricci, che prese nome in mandarino e morì a Pechino nel 1610, conducendo studi scientifici e matematici di altissimo livello per l’epoca.

Una retorica bellicista e un’europeismo monco vogliono stimolare questa rivalità tra popoli, ma l’Italia e la Cina possono contare un’amicizia plurisecolare con scambi sin dai tempi dell’Impero Romano. Il nostro paese non ha nulla da guadagnare chiudendosi al Mediterraneo e rivolgendosi verso l’arco alpino, l’Atlantico è lontano e chiuso da Gibilterra. La Germania pensa prima di tutto ai propri interessi, contrattando gas a buon mercato prima di tutto per loro; così fanno gli inglesi, fuoriusciti dall’Unione Europea, proprio perché rivolti ormai all’Anglosfera.

L’uscita dalla NATO e l’avvio di una politica di neutralità sono le uniche alternative reali per il nostro paese, per rapporti internazionali più giusti e pacifici tra tutti i popoli.

La sinistra latinoamericana e la costruzione di un mondo multipolare

Dopo un periodo di reflusso, in Sud America il vento della sinistra è tornato a soffiare. Le recenti elezioni in Cile, Nicaragua e Venezuela hanno confermato i successi della sinistra, specie quando questa non è solo la stampella riformista del capitalismo e dell’imperialismo statunitense e europeo nella regione.

Questo nuovo corso politico sta finalmente facendo convergere gli interessi dei popoli storicamente oppressi in unico campo alternativo a quello imperialista. In questo modo, Cina e Russia stanno ricominciando a giocare un ruolo da protagoniste nella costruzione di un mondo multipolare.

Nel precedente post abbiamo parlato della teoria delle dipendenza, di provenienza sudamericana, e di come questa scuola avesse portato alcuni suoi teorici a immaginare una convergenza tra oppressi in contrapposizione al Washington Consensus.

Già a dicembre, il Nicaragua sandinista ha riallacciato le relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese, non riconoscendo più il governo secessionista di Taiwan.

Proprio la teoria della dipendenza può aiutarci a capire l’interesse statunitense nella regione. I paesi sudamericani sono ottimi produttori di materie prime e fornitori di lavoratori a basso costo per il mercato statunitense. L’agricoltura e le miniere dell’America Latina hanno permesso la crescita di molto delle multinazionali a stelle strisce e proprio questa ricchezza del territorio è stata causa dello sfruttamento e degli innumerevoli colpi di stato finanziati e orchestrati dalla CIA: lo zucchero cubano, il litio boliviano, il petrolio venezuelano, il cacao del Brasile o la coca colombiana, tutte merci destinate al vorace mercato delle nazioni occidentali. Materie prime comprate a basso costo, spesso svendute sul ricatto di una concorrenza spietata e spinta dagli acquirenti stessi, una guerra tra poveri in cui i paesi poveri sono destinati a rimanere sempre più poveri e ingabbiati in un sistema del debito.

La stampa occidentale accusa la Cina di creare debiti insostenibili, ma vale la pena ricordare che mentre la Cina – solitamente – presta denaro per costruire infrastrutture che rimarranno alla popolazione e alle imprese locali; i capitali occidentali investono in modo rapace prestando denaro con interessi ai limiti dell’usura date le condizioni di partenza. La differenza è che mentre la Cina intende fare in modo che il denaro prestato vada a buon fine e sia usato bene, le nazioni europee e nordamericane non applicano alcun controllo, quasi preferendo che il denaro prestato sia sprecato, così da poter ricattare in un secondo momento popolazioni e governi.

Il nuovo corso storico cambierà la gestione delle risorse sudamericane e forse permetterà ai governi locali di decidere con chi fare affari in base ai loro interessi e non in base a una concorrenza pilotata dall’esterno.

L’accesso del Nicaragua alla Nuova Via della Seta conferma questa volontà generale dei governi di sinistra di uscire dalla dipendenza e di rompere le catene dell’oppressione. Dopo decenni in cui gli Stati Uniti hanno dettato il bello e il cattivo tempo nella regione, parte un nuovo ciclo che dall’associazione tra governi progressisti e socialismo di mercato cinese potrebbe ribaltare gli assetti tradizionali.

L’Asia è la grande sfidante dell’ordine capitalista mondiale

I recenti fatti kazaki non fanno che confermare quanto emerso con sempre maggiore forza negli ultimi anni. I successi economici e sociali del Repubblica Popolare Cinese (la cui sfida al capitalismo ormai è ad ogni livello); la reazione russa alla continua espansione della NATO; la nascita e l’effettiva attivazione di tre grandi organizzazioni internazionali destinate ad essere protagoniste del futuro globale:

  • Il RCEP che include nazioni dell’Estremo Oriente e dell’Oceania: i paesi ASEAN (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia, Vietnam), Repubblica Popolare Cinese, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. L’accordo, di cui abbiamo già parlato qui nel nostro blog, creerà una crescita consistente in tutta la regione e avrà effetti su tutta l’economia mondiale.
  • l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, ovvero il gruppo di paesi intervenuto in aiuto delle autorità kazake e composto da soli paesi ex sovietici per ora: Armenia, Russia Bianca, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e alla cui adesione si è dichiarato interessato l’Iran (in tal caso, sarebbe il primo paese non ex sovietico ad aderire).
  • L’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, che ha già siglato un accordo di intesa con la precedente Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e di cui fanno parte: Repubblica Popolare Cinese, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India, Pakistan e Iran.

Ciò che accomuna queste tre grandi organizzazione è che tutte ruotano attorno a dei rivali geopolitici e strategici degli Stati Uniti e gli assi portanti sono la Cina e la Russia (fatta eccezione forse per la prima, a cui partecipano anche alleati occidentali come Australia e Giappone).

Anche in questo caso le ultime due si fanno notare per l’interesse dell’Iran, altro paese notoriamente rivale dell’ordine egemonico occidentale e neoliberista. Il coinvolgimento dell’India all’Organizzazione di Shangai, lascia ipotizzare scenari futuribili.

Vero, infatti, che la repubblica indiana rimane un saldo alleato degli Stati Uniti nella regione, ma è anche vero che in passato l’India e la Cina e soprattutto, l’India e l’Unione Sovietica ebbero discreti periodi di intesa e collaborazione.

La stessa ASEAN è riuscita a raggruppare al suo interno tipologie di paesi quanto mai diversi tra loro e in passato rivali (basti pensare all’adesione di Thailandia, Vietnam, Cambogia e Laos). La diffusa vulgata che il Partito Comunista Vietnamita preferirebbe Washington a Pechino, non trova al momento alcuna conferma nei fatti: non mancano incomprensioni e tensioni nell’area e una rivalità storica tra i due paesi incide sicuramente, tuttavia al contempo il Vietnam è paese ancorato al socialismo e vicino ai paesi che combattono l’imperialismo e il capitalismo (basti pensare alla sincera collaborazione tra Vietnam e Cuba, periodicamente riconfermata dai partiti comunisti al governo).

Giova ricordare che l’Asia è il continente più grande e più popolato del mondo, in esso coesistono stati, storie, culture e vive un numero enorme di persone. La costruzione di un mondo multipolare, di pace e equilibrio è fondamentale al nostro futuro condiviso su questo mondo.

L’innovazione tecnologica (basti pensare alla presunta corsa allo spazio asiatica per info qui) e la crescita economica garantita dai paesi del continente rimane un caposaldo del nostro futuro. La costruzione di un mondo multipolare e che rispetti le diversità è parte di un più generale cambiamento che riguarderà tutti i paesi del mondo e che, al momento, è l’unica possibilità per lo sbocciare di tanti socialismi, quante sono le tradizioni presenti nel nostro paese.

La trappola di Tucidide esiste solo per la NATO?

Sulla Cina e la trappola di Tucidide, abbiamo sentito parlare spesso a sproposito sui media europei e nordamericani. Siamo abituati a concepire il succedersi storico tra diverse potenze come necessariamente conflittuale, tuttavia, la condizione odierna presenta delle caratteristiche uniche rispetto ai precedenti storici.

Gli Stati Uniti, non sono la potenza egemone di un’area limitata, ma sono una super-potenza globale che proietta il proprio potere in tutto il mondo. Rinunciare a un potere unico ed eccezionale di questo tipo, è l’unica soluzione per un futuro comune di tutti i popoli del mondo.

La condizione di egemonia straordinaria in cui gli Stati Uniti si trovano è legata all’iper-consumismo della società nordamericana, ma anche al suo enorme apparato industriale, militare e burocratico. Il capitalismo imperialista nord-americano (e dei suoi alleati europei e anglofoni) ha la necessità di fagocitare le risorse economiche del resto del mondo, per permettere alle classi dirigenti dei propri paesi di vivere una agiatezza economica unica nella storia.

Al contrario, la Cina presenta le caratteristiche di una potenza emergente, di tipo socialista. Negli ultimi decenni, il governo del Partito Comunista Cinese (da ora P.C.C., nel testo), ha emancipato dalla fame e dalla povertà oltre 900 milioni di persone, creando il più grande miracolo economico di tutti i tempi.

Gli Stati Uniti si fanno sempre più aggressivi, avanzando pretese e accordi militare verso il Medio Oriente e l’area Pacifico – Indiana; mentre la Cina sta stabilendo partnership commerciali e diplomatiche in Asia, Africa e Europa.

Inoltre, il governo del P.C.C. e della Repubblica Popolare costituiscono un modello alternativo per gli stati asiatici e africani in cerca di emancipazione, ma che non vogliono più essere vittime della colonizzazione culturale dei paesi OCSE e NATO.

Così, mentre il governo di Washington proietta il proprio esercito verso l’Asia, rendendo inevitabile la trappola di Tucidide; la Cina procede verso Ovest, con una rotta di mercanti e merci più antica di Marco Polo.

Alla Cina non serve la guerra: le basta la garanzia di poter difendere i propri confini dall’imperialismo. Al contrario, gli Stati Uniti hanno bisogno di continuare a espandere il loro impero, in una guerra permanente, per mantenere in piedi i rapporti di forza attualmente esistenti nel mondo.