La Cina e il futuro del mondo

Nessuno – men che meno io – può prevedere ciò che accadrà in futuro.

Negli anni ‘80, scrittori, giornalisti e politici statunitensi (e non solo) prevedevano il superamento del Giappone in ambito economico sugli Stati Uniti d’America.

La storia ci dimostra che quelle previsioni, all’epoca molto diffuse e tutto sommato ragionevoli erano errate, per una serie di motivi che nessuno poteva immaginare. Di lì a pochi anni il Giappone fu investito da una crisi economica che portò il paese a rallentare drasticamente i ritmi di crescita; mentre gli Stati Uniti d’America con l’arrivo dell’economia digitale vedevano crescere infinitamente le proprie prospettive. Il Giappone, pur avendo un potenziale enorme in ambito tecnologico e informatico, non riuscì a cogliere questo treno alla velocità con cui lo presero gli Stati Uniti. Fattori demografici, la fine della Guerra Fredda e una crisi monetaria che colpì tutta l’Asia Orientale fecero il resto.

La storia del Giappone (anche se non dobbiamo dimenticare che parliamo ancora di oggi di uno dei paesi più ricchi e avanzati del mondo) ci mostra chiaramente che non basta avere un grande potenziale e una popolazione preparata e laboriosa per ‘riuscire’.

Eppure, personalmente sono convinto che il caso cinese sia completamente diverso.

La Cina può contare su una serie di fattori differenti:

1- Il numero di abitanti, la Cina ha una popolazione maggiore a 1 miliardo di abitanti, il Giappone può contare poco più di 100 milioni di abitanti (gli USA possono oltre 329 milioni di abitanti).

2- Il potenziale economico del Giappone al momento del supposto superamento era già raggiunto. La Cina ha cominciato solo nell’ultima decade a non puntare più sull’export massimo, ma su qualità dei prodotti, innovazione, alta tecnologia e mercato interno. Il potenziale economico cinese è ben lontano dall’essere raggiunto.

3- La Cina sta esportando capitali in tutto il mondo, in modo molto più massivo rispetto al Giappone, associando anche un’azione diplomatica. Questo punto va idoneamente spiegato: non si intende dire che la Repubblica Popolare stia effettuando operazione neocoloniale (come suggerisce in cattiva fede la stampa occidentale), ma che la Cina non avendo perso la II Guerra Mondiale e non avendo truppe di occupazione sul proprio territorio (mentre il Giappone è costellato di basi statunitensi) può contare su una maggiore libertà di azione in politica estera e negli accordi. Facendo un esempio pratico, il prestito fatto dalla Cina a Trinidad e Tobago, a ottime condizioni per il contraente, non sarebbe stato nemmeno lontanamente immaginabile offerto dal Giappone. Il Giappone non avrebbe potuto in alcun modo sfidare l’egemonia economica USA o degli organi internazionali ad essa soggetti.

4- La Repubblica Popolare sta investendo in settori che rappresentano il futuro, spesso dettando la linea (esplorazione spaziale, fusione nucleare, energie verdi, computer quantistici); il Giappone in ambito tecnologico, non è certo un paese secondario, tuttavia, almeno all’apparenza la creatività non è il forte delle aziende nipponiche. Basti pensare a uno dei settori economici maggiormente in crescita oggi: i social. Nessun grande azienda mondiale di social è oggi giapponese o è stata creata in Giappone.

5- Il Giappone ha contro tanti stati indignati per le azioni del passato (cinesi, coreani, gli stessi statunitensi…); la Cina può perdere colpi per la propaganda avversa o per invidia, ma rispetto al tentativo di egemonizzare l’intero Estremo Oriente con bombardamenti, genocidi, esperimenti su esseri umani, stupri, rastrellamenti, campi di concentramento e massacri, il confronto in negativo non regge minimamente.

6- Le comunità cinesi d’oltremare sparse in tutta l’Asia Orientale, dal Vietnam a Singapore. Queste comunità sono rimaste in contatto con la madrepatria e oggi sono desiderose di contribuire al successo della Repubblica Popolare in ogni ambito. Questi cittadini spesso costituiscono dei ponti economici, commerciali e politici tra la Cina popolare e i governi dell’area.

7- Il socialismo di mercato cinese, rivelatosi allo stato attuale la vera sorpresa. Nonostante, in Occidente, si diffondesse negli anni ’90 la vulgata della morte del marxismo, ad oggi il socialismo in Oriente è più che mai vivo. Xi Jinping in un recente testo ha detto che il marxismo sta vincendo la competizione ideologica globale. Il sistema, coniugando il marxismo e il mercato, cerca di sviluppare il potenziale dei vari attori economici a vantaggio della comunità, ottenendo dei risultati impensabili tanto nel vecchio socialismo reale, quanto nelle società neoliberiste (soggette sì, a rapidi cicli di crescita, ma anche a brusche frenate e crisi monetarie o del debito).

La costruzione del nemico, ovvero come diventai filo-cinese

Sin dai primi anni dell’adolescenza per motivi geografici mi ritrovai a parteggiare per quella parte di società che si identifica come “sinistra“. In principio, in modo confuso, poi in modo sempre più sistematico. Dopo un’iniziale invaghimento per la Cuba castrista e il Vietnam, mi spostai lentamente, ma in modo sempre più marcato verso la scuola di Francoforte (in particolare Marcuse) e poi verso i francesi (Foucault, Deleuze, Lacan…).

Avevo spostato la mia attenzione dalla rivoluzione socialista alla teoria critica e piano piano ero diventato attento solo alle parole. La mia fortuna fu la voglia di andare oltre nel lavoro di critica, se si deve criticare tutto, va criticata la teoria critica stessa e se si deve dubitare di tutto, si deve dubitare anche di una visione colonialista ed etnocentrica che ci impone di valutare i sistemi politici altrui con il nostro metro. Pian piano cominciai a dubitare di tutto.

Tempo dopo mi imbattei (quasi casualmente, a dire il vero) in una conferenza online sulla via cinese al socialismo. La cosa mi lasciò perplesso, ma anche incuriosito. Come la maggior parte degli occidentali “di sinistra” – in realtà “liberali di sinistra” al massimo, avrei capito dopo – davo per scontato che la Cina avesse abbandonato il socialismo decenni prima, nel lontano 1979 con l’apertura di Deng al mercato. Sposando la linea ortodossa dei comunisti occidentali (che il comunismo non lo hai mai sperimentato concretamente, non a caso) vedevo il binomio: mercato – socialismo come inconciliabile. Il modello rimaneva l’URSS e imbevuto (inconsapevole) di propaganda NATO non avevo mai fatto una reale critica alla caduta del blocco sovietico. L’analisi piuttosto superficiale che facevo era: non c’erano diritti, le code per comprare le scarpe; “Ma poi l’URSS non avrebbe comunque potuto reggere la globalizzazione (o forse sarebbe stato bene pensare il contrario), come si sarebbe posta l’URSS con i migranti o con internet?” La cosa mi attanagliava e in qualche modo era comodo pensare che il paradiso perduto fosse crollato prima.

Inoltre, proprio le letture franco-tedesche di cui sopra, mi permettevano anche di guardare un po’ dall’alto in basso “gli altri“. Gli altri erano quelle persone che avevano di fatto rifiutato il socialismo sovietico per comprare scarpe, vestiti, lavatrici, per la libertà del mercato, appunto non regolabile e inconciliabile; la NEP era stato un terribile errore e il partito se ne era resa conto per tempo. Niente compromessi col capitalismo, ne dentro, ne fuori, anche a costo di non fare nessuna rivoluzione pur di rimanere puri. La purezza altro mito di cui devo ringraziare quelle simpatiche letture franco-tedesche (quasi tutti figli di Heidegger più o meno riconosciuti) e quel mix pseudo marxista-crociano-hegeliano-cattolico che caratterizza la sedicente sinistra italiana (in sostanza, i giovani ribelli che finiranno a votare il PD e a raccontare a nipoti divertiti che loro ci credevano veramente che stavano facendo qualcosa di utile per il mondo).

Ma torniamo, a me: mi crogiolavo in questo mix di nichilismo anarcoide, quando appunto incappai in questo seminario sul socialismo di mercato. Per fortuna, mi approcciai in modo critico e dico per fortuna, perché davo per scontato che tutto ciò che avevo sentito dire sulla Cina, dai media ufficiali, fosse falso; finalmente, potevo sentire un’altra campana.

L’incontro fu folgorante, un lampo nella mente. Non avevo capito niente.

Il marxismo è prassi. Il marxismo è costruzione scientifica di teoria e pratica socialiste, adattandosi alle specifiche situazioni sociali, economiche e politiche del luogo. La Cina aveva salvato oltre 900 milioni di persone dalla fame in 20 anni; investiva pesantemente in fonti rinnovabili, ferrovie ad alta velocità, esplorazione spaziale, ricerca scientifica, nel futuro; le leggi sulla corruzione erano pesantissime, in particolare lo erano per i membri del partito, da cui si pretende una morale specchiata. L’immagine di un paese inquinato, sovrappopolato, in mano a una dittatura sanguinaria, con fabbriche piene di schiavi, un partito che aveva tradito la causa, lasciava il posto a qualcosa di nuovo.

Piano piano cominciai a studiare l’economia cinese, il socialismo di mercato, i discorsi di Deng, i dati demografici del Tibet, dello Xinjiang, i rapporti tra madrepatria ed espatriati, persino le leggi sulla proprietà e sul lavoro cinesi. Il lampo era diventato una tempesta.

Non era il mondo perfetto, probabilmente il modello non potrebbe essere trasposto in Italia e Europa in modo uguale e forse nella attuale fase di transizione è distante da quell’idea anarco-comunista finale che immagino per il mondo, ma quanto abbiamo bisogno di questo sfidante all’ordine mondiale imperialista? E quanto, invece, un mio coetaneo dello Zambia o del Pakistan o dello Sri Lanka o della Bolivia non potrebbe pensare che invece proprio quel modello è quello di cui il suo paese ha bisogno? Un partito comunista al potere e intenzionato a migliorare in ogni modo la qualità di vita della popolazione, opponendosi a poteri tradizionali e vecchi privilegi.

Poi iniziai a notare la propaganda – nemmeno troppo velata – anticinese che riempie il nostro mondo, ho deciso di aprire questo blog, ho deciso di dare il mio piccolo contributo alla pace e alla cooperazione tra popoli, ho persino deciso di mettermi a studiare cinese mandarino… Ma la storia di quanto sia stato schifato dalla propaganda occidentale è un’altra e ne parleremo in un prossimo post.

Il futuro, la Cina, la NATO e l’Italia

L’Occidente affonda nel debito e la Cina continua a produrre beni di ogni tipo che esporta.

I media occidentali annunciano il prossimo tracollo dell’economia cinese ormai da anni e ogni anno vengono sonoramente smentiti. Il potenziale economico cinese è ancora enorme rispetto al livello raggiunto e la capacità dimostrata in innovazione e ricerca scientifica dal dragone promette ulteriori balzi al momento nemmeno immaginabili.

Nei giorni passati: la Cina ha raggiunto un nuovo record nell’ambito della fusione nucleare; prodotto una pellicola isolante totalmente organica e biodegradabile in grado di soppiantare la plastica; attivato un computer quantistico più potente di quello di Google che fino ad allora deteneva il record mondiale di potenza di calcolo.

Questi sono solo tre piccoli risultati ottenuti dagli scienziati cinesi che lasciano intendere l’enorme potenziale tecnologico.

Tutto queste mentre l’Unione Europea e gli Stati Uniti affannano. La crisi demografica (in particolare l’invecchiamento della popolazione) colpisce egualmente UE e USA, tanto quanto Russia e Cina, con la grande differenza che al momento la Cina ha un’economia in enorme crescita.

La Cina è diventata “la fabbrica del mondo” esportando beni in tutto il mondo. A lungo, in Occidente, si è usata questa espressione per fare riferimento a esportazioni di scarsa qualità, poco innovative e condannate a rimanere come merce di scarto.

Eppure, la Cina detiene ormai le chiavi della produzione globale e un mercato interno in espansione. La produzione è migliorata così da poter competere, anche in ambiti complessi, con i migliori marchi statunitensi e europei.

La Cina tiene le chiavi dell’economia mondiale, dicevamo, tutto questo mentre gli Stati Uniti annaspano in un debito esplosivo e vogliono tenere una politica imperiale sempre più costosa e che il peso delle armi non potrà continuare a garantire per sempre.

Il ritmo di importazioni degli Stati Uniti e dei loro alleati è insostenibile sul lungo periodo (forse medio), la deindustrializzazione ha reso l’Occidente dipendente dalle importazioni di paesi terzi, tutto questo mentre interi settori della popolazione occidentale vedono crollare il proprio tenore di vita.

Il castello del debito e quello delle importazioni non possono essere infiniti. Arriverà un momento in cui il dollaro andrà incontro a una spirale inflazionistica che porterà il debito americano a diventare de facto impagabile. L’economia di internet, del digitale e la flessibilità (precarietà) a tutti i costi non solo non ci hanno reso più liberi o competitivi, ma soprattutto hanno creato un sistema che si auto-sabota. Le fabbriche cinesi avranno il sopravvento e l’economia reale prevarrà sulla finanza.

Abbandonare l’attuale ordine mondiale neoliberista e filo-americano è l’unica possibilità concreta che i paesi europei hanno per non partecipare della catastrofe imminente.

La teoria della dipendenza e la Cina

La teoria della dipendenza è nata in America Latina a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del ‘900. Questa teoria risponde a delle criticità dello sviluppo sud americano mescolando le caratteristiche tematiche marxiste con quelle dell’analisi sociologica.

Gli economisti e i sociologi ad essa interessati, volevano analizzare l’iniquità dei rapporti produttivi tra America Latina e mondo capitalista avanzato (America del Nord e Europa occidentale).

I postulati di questa teoria sono che:

1. Le nazioni ricche vogliono mantenere un rapporto diseguale in ambito economico, culturale e politico con gli altri paesi.

2. Le nazioni povere forniscono alle nazioni ricche risorse, manodopera economica e un mercato per i prodotti di scarto non vendibili nei paesi più ricchi.

3. Le nazioni ricche cercano di perpetrare nel tempo la situazione di iniquità, occupando ogni spazio possibile dell’immaginario, dalla politica allo sport. Lo scopo è creare un immaginario in cui chi detiene il potere è metro per il resto del mondo.

4. Le nazioni ricche cercano di contenere con la forza ogni tentativo di emancipazione.

Questa scuola entrò progressivamente in crisi, tuttavia le sue analisi rimangono ancora oggi attuali.

L’atteggiamento dell’Occidente rispetto la Cina e i fatti interni cinesi sembra impregnato di pregiudizio. Il modello cinese viene costantemente ridotto a nulla, messo in ridicolo, demonizzato.

Si tenta in ogni modo di mostrare la Cina come arretrata, produttrice di prodotti secondari e di cattiva qualità. I telefoni Xiaomi vengono fatti passare come la “Apple cinese” sottintendendo di seconda qualità e dimenticando, invece, l’enorme successo in ambito di creativitá (a costi decisamente più competitivi) che il gruppo Xiaomi sta, ad esempio, raggiungendo.

Il cinema o la musica cinesi sono ridicolizzati (trattamento non riservato a attori o cantanti pop giapponesi e coreani, ad esempio).

La Cina mostra a molti paesi sudamericani, africani e mediorientali che un’alternativa è possibile e che aiutare la propria industria nazionale può portare un paese a svilupparsi in modo autonomo rispetto gli standard economici dell’Occidente.

Uno dei maggiori esponenti della teoria della dipendenza Samir Amin ha sostenuto, inoltre, che l’Europa dovrebbe distaccarsi dagli Stati Uniti d’America e optare per un avvicinamento a Cina, Russia e Africa con cui dovrebbe costruire un blocco contrapposto al disegno egemonico di Washington. Un precursore della Nuova Via della Seta?

L’utilità di analisi tra questa corrente e la contemporanea situazione economica mondiale ci permette di avere un metro di giudizio occidentale e marxista, che allinei le nostre esigenze a quelle cinesi.

Proprio l’esperienza cinese mostra l’importanza di costruire un socialismo con caratteristiche nazionali, ma che non perda di vista l’internazionalismo e la lotta per la giustizia sociale. In questi termini, la teoria della dipendenza potrebbe costituire sia un valido strumento di lettura della realtà cinese, sia una valida possibilità per teorizzare un nuovo socialismo occidentale, non contrapposto ma in collaborazione con quello cinese.

Perché la Cina è un modello positivo a livello globale

La Repubblica Popolare Cinese rappresenta un modello di sviluppo positivo per il mondo, nonostante (e soprattutto per) la propaganda occidentale.

La Repubblica Popolare mostra a paesi non europei un modello di sviluppo alternativo a quello occidentale. L’area estremo orientale (Cina, Corea del Sud, Giappone, Singapore) mostra come una serie di caratteristiche permettano anche ai paesi non di cultura occidentale l’uscita dalla povertà e dal colonialismo culturale dell’OCSE.

Il Giappone, avendo sposato più di un secolo fa, tutte le soluzioni proposte dall’Occidente e utilizzato questo potenziale per diventare a sua volta potenza coloniale prima e durante la II Guerra Mondiale è in parte escluso da questa valutazione.

Ad oggi, la Cina mostra non solo un modello di sviluppo per i più poveri della Terra, ma anche una via di uscita al liberalismo occidentale che ammantandosi di parole come democrazie e diritti copre un sistema sociale ingiusto e sempre più chiuso su se stesso.

La Cina ci ricorda che, nonostante il nichilismo abbia preso a un certo punto il sopravvento nella storia di Europa (e derivati), questo non è accaduto in modo uniforme in tutto il mondo.

La storia non è finita nel 1994, come predicevano gli alfieri del liberalismo classico. La democrazia degli Stati Uniti d’America non è destinata a governare indiscussa tutto il mondo, il capitalismo e un certo rapporto con la natura e con la tecnica, con il corpo o con il sacro non saranno il destino comune di tutta l’umanità.

Dopo una grande ubriacatura ideologica collettiva ci siamo risvegliati in un mondo diverso, costruito sui debiti e sullo sfruttamento, in cui le generazioni successive vivranno peggio delle precedenti, in cui l’ecosistema non è più in grado di rimpiazzare le risorse che stiamo distruggendo voracemente.

La cultura del tutto e subito, la cultura della libertà data dal denaro (e solo da quello), la cultura del lavoro salariato e alienato, ha preso il sopravvento su settori sempre più grandi di popolazione europea e nordamericana, proprio mentre i media ci raccontavano un mondo fatto di conoscenza, fibra ottica, nomadi digitali. Ci spacciavano la libertà della new economy e si dimenticavano di dirci che sempre più persone restavano a casa senza un lavoro, senza un contratto, senza un posto fisso. Piano piano, tutto questo è stato fatto passare come noioso o non necessario, dimenticando di dire che l’essere umano è un animale gregario e che vive in comunità, che alleva i propri cuccioli per anni: che per vivere, essere sereni e prosperare abbiamo bisogno di certezze e organizzazione sociale, di libertà e creatività, ma anche di un gruppo coeso e che preveda degli strumenti di tutela sociale per tutti.

L’essere umano non è il capitalismo, l’essere umano non è la lotta e la sopravvivenza del più forte, questa è una mitologia spacciata dai ricchi negli ultimi cento anni come “verità”; l’essere umano è un animale cooperativo, gregario e sociale che cura i piccoli, gli ammalati, i deboli e gli anziani del gruppo. Questo ci rende felici e ci ha reso intelligenti evolutivamente.

Il doppio standard dei giornalisti occidentali nei confronti della Cina

Quando si parla di Cina assistiamo a uno spettacolo spesso molto discutibile da parte dei nostri media. I messaggi che vengono lanciati, talvolta dalla stessa emittente televisiva, dallo stesso giornale o commentatore sono schizofrenici.

L’informazione e le definizioni cambiano in base a ciò che si vuole: se si intende dimostrare che la Repubblica Popolare è un luogo malvagio e in mano a una sanguinaria dittatura si parlerà di “regime comunista”; al contrario, se lo scopo è quello di dimostrare l’insostenibilità del socialismo, allora si dirà che la Cina è un paese “turbo-capitalista”.

Tutte e due le definizioni sono errate, secondo le analisi fornite dal Partito Comunista Cinese. La Repubblica Popolare si trova nella fase di transizione verso il socialismo, adottando quello che viene definito socialismo di mercato o socialismo con le caratteristiche cinesi.

Entrambe le definizioni per quanto ambigue e forse oscure a noi occidentali, descrivono adeguatamente la volontà del Partito. La Cina ha intrapreso, dopo la fase di respingimento dell’imperialismo straniero (nella prima metà del ‘900), il cammino verso il socialismo ma è ben consapevole di avere ancora una lunga strada davanti.

Durante il periodo di governo del Presidente Mao, il paese ha assunto il controllo dei mezzi di produzione e sradicato le antiche credenze e gli antichi stili di vita ancora legati a un passato feudale o coloniale. Alcuni tentativi di procedere più velocemente verso il socialismo, sono stati segnalati dall’amministrazione stessa come affrettati, ma come parte di un cammino. La stessa URSS cambiò più volte strategia e dovette adattarsi a diverse contingenze storiche ed economiche. Il marxismo per la sua applicazione deve essere saldo nei fatti, deve essere applicabile a diversi momenti e contesti.

Marx per primo parlò di fase di transizione al comunismo, pretendere dal Partito Comunista Cinese la realizzazione del comunismo in pochi decenni non solo è irrealistico, ma non marxista.

Le riforme introdotte in Cina, a partire dal 1978, pur potendo sembrare in Occidente come cedimenti al capitalismo e al mercato, non hanno fatto altro che velocizzare il processo di accumulazione e migliorare le condizioni di vita di milioni di persone. Questo non vuol dire che il partito ha ceduto al capitalismo, ma che capendo i vantaggi del mercato – in questa fase – ha scelto di sfruttarli. L’avanzamento produttivo, economico e tecnico della Cina, permette oggi al paese di sfidare su scala globale le potenze imperialiste e di aiutare altri paesi coloniali a stabilire nuovi rapporti commerciali e diplomatici alla pari.

Non ci sono solo queste motivazioni teoriche.

I motivi per cui la Cina è ancora un paese in transizione verso il socialismo sono:

1- Il ruolo chiave dello Stato e delle imprese pubbliche (e quindi della collettività) nell’economia è ancora determinante (è lo stato a scegliere come muovere l’economia e non il contrario).

2- Pur essendo presenti degli uomini ricchi, persino milionari e pur possedendo questi uno status social elevato, nessuno di questi può condizionare le linee politiche del Partito e del governo. Nessuna impresa privata o multinazionale è in grado di determinare, ricattare o condizionare il paese e i suoi governanti. Il governo amministra il paese (se necessario ricorrendo al mercato), ma non lo fa in nome o a favore della borghesia.

Per l’Africa, la Cina è un’alternativa al controllo coloniale europeo

E’ stato pubblicato il libro bianco dei rapporti Cina – Africa dal titolo “Cina e Africa nella Nuova Era: un partenariato tra eguali”. Il testo analizza l’evoluzione del legame negli ultimi due decenni, mostrando come questa collaborazione sia stata improntata sull’eguaglianza e l’amicizia tra le parti. La stampa europea e nordamericana, cerca spesso di descrivere il rapporto sino-africano come basato sul debito, tuttavia questa lettura non tiene in alcun modo conto dell’enorme vantaggio commerciale ed economico che le popolazioni africane stanno avendo da questa collaborazione.

Presentare negativamente gli investimenti cinesi nella regione nasconde cattiva fede. Dopo secoli di intenso sfruttamento coloniale, le varie potenze (Stati Uniti d’America, Regno Unito e Francia in primis), vedono minacciato il loro primato grazie ad accordi più equi e spesso preferiti dai governi e dai cittadini.

Il neocolonialismo dei paesi OCSE/NATO non è più l’unica scelta. Sono passati gli anni in cui un manipolo di paesi si riuniva per decidere le sorti di tutto il mondo. Dopo il crollo dell’URSS, il modello capitalista sembrava essere destinato a dominare il mondo tanto da un punto di vista economico, quanto da un punto di vista culturale; eppure il socialismo cinese (con le sue peculiari caratteristiche adatte al suo specifico contesto storico) è riuscito a stravolgere in un trentennio una situazione apparentemente catastrofica per i paesi più poveri del mondo.

La Repubblica Popolare ha rilanciato la propria economia, aprendo a una forma di socialismo di mercato sotto forte direzione statale. Il P.C.C. conservando il potere tanto sulla società, quanto sulle leve economiche è riuscito a condurre uno sviluppo vigoroso, deciso ed equilibrato che ha emancipato milioni di persone dalla fame e dalla povertà. Quale esempio migliore per l’Africa?

Il benessere cinese, invece di ripiegarsi su se stesso, ha cominciato ad investire in progetti di carattere regionale e in fondi per la cooperazione e lo sviluppo.

La collaborazione sino-africana sta portando a una rapida modernizzazione del continente e delle sue infrastrutture, notoriamente fondamentali per il volano economico. La Cina è diventata una grande importatrice di beni africani (per lo più materie prime). Queste esportazioni permettono ai paesi africani di cominciare a usare le proprie risorse per migliorare le proprie economie e le condizioni di vita della popolazione.

I rapporti sono basati su cinque linee rosse, nettamente stabilite dal governo cinese: nessuna interferenza nelle scelte di sviluppo economico o negli affari interni; nessuna imposizione; nessun patto di natura politica; nessuna ricerca di vantaggi politici. L’esatto contrario di quanto fatto dalle nazioni occidentali (basti pensare alla scandalosa politica coloniale francese in Africa e alle sue terribili conseguenze).

Il rapporto tra questi due poli ex coloniali è intessuto tanto sull’interesse economico, quanto sulla stabilità sociale e politica e cerca di sviluppare la coesistenza pacifica nel continente.

Non ultimo la Cina punta alla crescita dei rapporti culturali tra partner, permettendo un’ulteriore emancipazione dal punto di vista eurocentrico e una presa in carico delle problematica ambientali e della produzione alimentare, vere piaghe del futuro.