La teoria della dipendenza e la Cina

La teoria della dipendenza è nata in America Latina a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del ‘900. Questa teoria risponde a delle criticità dello sviluppo sud americano mescolando le caratteristiche tematiche marxiste con quelle dell’analisi sociologica.

Gli economisti e i sociologi ad essa interessati, volevano analizzare l’iniquità dei rapporti produttivi tra America Latina e mondo capitalista avanzato (America del Nord e Europa occidentale).

I postulati di questa teoria sono che:

1. Le nazioni ricche vogliono mantenere un rapporto diseguale in ambito economico, culturale e politico con gli altri paesi.

2. Le nazioni povere forniscono alle nazioni ricche risorse, manodopera economica e un mercato per i prodotti di scarto non vendibili nei paesi più ricchi.

3. Le nazioni ricche cercano di perpetrare nel tempo la situazione di iniquità, occupando ogni spazio possibile dell’immaginario, dalla politica allo sport. Lo scopo è creare un immaginario in cui chi detiene il potere è metro per il resto del mondo.

4. Le nazioni ricche cercano di contenere con la forza ogni tentativo di emancipazione.

Questa scuola entrò progressivamente in crisi, tuttavia le sue analisi rimangono ancora oggi attuali.

L’atteggiamento dell’Occidente rispetto la Cina e i fatti interni cinesi sembra impregnato di pregiudizio. Il modello cinese viene costantemente ridotto a nulla, messo in ridicolo, demonizzato.

Si tenta in ogni modo di mostrare la Cina come arretrata, produttrice di prodotti secondari e di cattiva qualità. I telefoni Xiaomi vengono fatti passare come la “Apple cinese” sottintendendo di seconda qualità e dimenticando, invece, l’enorme successo in ambito di creativitá (a costi decisamente più competitivi) che il gruppo Xiaomi sta, ad esempio, raggiungendo.

Il cinema o la musica cinesi sono ridicolizzati (trattamento non riservato a attori o cantanti pop giapponesi e coreani, ad esempio).

La Cina mostra a molti paesi sudamericani, africani e mediorientali che un’alternativa è possibile e che aiutare la propria industria nazionale può portare un paese a svilupparsi in modo autonomo rispetto gli standard economici dell’Occidente.

Uno dei maggiori esponenti della teoria della dipendenza Samir Amin ha sostenuto, inoltre, che l’Europa dovrebbe distaccarsi dagli Stati Uniti d’America e optare per un avvicinamento a Cina, Russia e Africa con cui dovrebbe costruire un blocco contrapposto al disegno egemonico di Washington. Un precursore della Nuova Via della Seta?

L’utilità di analisi tra questa corrente e la contemporanea situazione economica mondiale ci permette di avere un metro di giudizio occidentale e marxista, che allinei le nostre esigenze a quelle cinesi.

Proprio l’esperienza cinese mostra l’importanza di costruire un socialismo con caratteristiche nazionali, ma che non perda di vista l’internazionalismo e la lotta per la giustizia sociale. In questi termini, la teoria della dipendenza potrebbe costituire sia un valido strumento di lettura della realtà cinese, sia una valida possibilità per teorizzare un nuovo socialismo occidentale, non contrapposto ma in collaborazione con quello cinese.

Perché la Cina è un modello positivo a livello globale

La Repubblica Popolare Cinese rappresenta un modello di sviluppo positivo per il mondo, nonostante (e soprattutto per) la propaganda occidentale.

La Repubblica Popolare mostra a paesi non europei un modello di sviluppo alternativo a quello occidentale. L’area estremo orientale (Cina, Corea del Sud, Giappone, Singapore) mostra come una serie di caratteristiche permettano anche ai paesi non di cultura occidentale l’uscita dalla povertà e dal colonialismo culturale dell’OCSE.

Il Giappone, avendo sposato più di un secolo fa, tutte le soluzioni proposte dall’Occidente e utilizzato questo potenziale per diventare a sua volta potenza coloniale prima e durante la II Guerra Mondiale è in parte escluso da questa valutazione.

Ad oggi, la Cina mostra non solo un modello di sviluppo per i più poveri della Terra, ma anche una via di uscita al liberalismo occidentale che ammantandosi di parole come democrazie e diritti copre un sistema sociale ingiusto e sempre più chiuso su se stesso.

La Cina ci ricorda che, nonostante il nichilismo abbia preso a un certo punto il sopravvento nella storia di Europa (e derivati), questo non è accaduto in modo uniforme in tutto il mondo.

La storia non è finita nel 1994, come predicevano gli alfieri del liberalismo classico. La democrazia degli Stati Uniti d’America non è destinata a governare indiscussa tutto il mondo, il capitalismo e un certo rapporto con la natura e con la tecnica, con il corpo o con il sacro non saranno il destino comune di tutta l’umanità.

Dopo una grande ubriacatura ideologica collettiva ci siamo risvegliati in un mondo diverso, costruito sui debiti e sullo sfruttamento, in cui le generazioni successive vivranno peggio delle precedenti, in cui l’ecosistema non è più in grado di rimpiazzare le risorse che stiamo distruggendo voracemente.

La cultura del tutto e subito, la cultura della libertà data dal denaro (e solo da quello), la cultura del lavoro salariato e alienato, ha preso il sopravvento su settori sempre più grandi di popolazione europea e nordamericana, proprio mentre i media ci raccontavano un mondo fatto di conoscenza, fibra ottica, nomadi digitali. Ci spacciavano la libertà della new economy e si dimenticavano di dirci che sempre più persone restavano a casa senza un lavoro, senza un contratto, senza un posto fisso. Piano piano, tutto questo è stato fatto passare come noioso o non necessario, dimenticando di dire che l’essere umano è un animale gregario e che vive in comunità, che alleva i propri cuccioli per anni: che per vivere, essere sereni e prosperare abbiamo bisogno di certezze e organizzazione sociale, di libertà e creatività, ma anche di un gruppo coeso e che preveda degli strumenti di tutela sociale per tutti.

L’essere umano non è il capitalismo, l’essere umano non è la lotta e la sopravvivenza del più forte, questa è una mitologia spacciata dai ricchi negli ultimi cento anni come “verità”; l’essere umano è un animale cooperativo, gregario e sociale che cura i piccoli, gli ammalati, i deboli e gli anziani del gruppo. Questo ci rende felici e ci ha reso intelligenti evolutivamente.

La contrapposizione Cina – Tibet non esiste, è un falso mito dell’Occidente

Nel 2021, è stato pubblicato il Nuovo Libro Bianco sul Tibet, da parte della Repubblica Popolare Cinese.

Il Tibet, a partire dal 1951, si è unito alla Repubblica Popolare per emancipare la propria popolazione: fino ad allora la popolazione era legata alla teocrazia buddhista. Il Tibet pre-socialismo era un paese con condizioni produttive feudali, basate su una agricoltura estensiva e su un diffuso latifondo che doveva tenere in piedi i grandi monasteri. Questo articolo non intende contrapporre il vecchio Tibet o la religione tibetana buddista o bon al socialismo cinese, al contrario, dobbiamo far notare come furono esponenti locali tibetani a firmare gli accordi e a permettere il corretto inserimento della regione nella Cina popolare. Oggi, con le nuove riforme, vale la pena ricordare, come la tradizione locale stia proliferando e sia ancora tenuta in vita. Al contrario di quanto propagandato in Occidente, il socialismo tutela la crescita delle minoranze etniche, linguistiche, culturali o religiose. La Repubblica Popolare ha emancipato da condizioni di vita feudali milioni di persone, su tutto il proprio territorio nazionale e indipendentemente dall’etnia, lingua, cultura o religione di appartenenza. Parlare di diverse etnie in seno a un paese multi-etnico, con una storia diversa da quella europea e che, quindi, non ha posseduto storicamente l’idea di “stato-nazione” non ha senso. Un cittadino cinese, sia esso di etnia han o tibetana, è sempre un cittadino cinese e possedere un’abitazione dignitosa o avere accesso all’istruzione sono fattori di emancipazione indipendentemente dalla propria religione o lingua.

Dopo l’inserimento nella Repubblica e la parificazione etnica tra tutti i gruppi residenti in Tibet, nel 1965, fu creata la regione autonoma tibetana proprio per permettere il rispetto delle tradizioni locali. Infine, nel 1978, anche il Tibet ha vissuto la politica di riforme socialiste che ha caratterizzato la Cina recente.

Ad oggi il Tibet ha visto un netto aumento dell’aspettativa di vita, della parità sociale, dell’istruzione e della produzione. La regione ancora fortemente legata ai suoi aspetti mistici e religiosi, non è diventata un museo a cielo aperto per turisti occidentali desiderosi di trovare un paradiso esotico in cui fare le vacanze e da cui scappare appena finito il saccheggio esistenziale; al contrario, grazie al socialismo e all’unione con la Cina, il Tibet è riuscito ad emanciparsi diventando una regione con grandi infrastrutture, turismo, servizi, ma anche industrie e agricoltura. La popolazione locale gode degli stessi diritti del resto della Cina e come garantito dalla Costituzione Cinese tutte le religioni sono tollerate.

I contadini tibetani sono ora proprietari delle proprie terre o lavorano in cooperative socialiste, le industrie producono i più disparati beni e servizi tanto per il territorio, quanto per l’esportazione e, negli ultimi anni, si stanno implementando politiche di tutela del territorio e dell’ambiente.

La contrapposizione Cina – Tibet non ha senso di esistere, si tratta di un falso mito creato dall’Occidente. Sin dai tempi più antichi i due paesi sono stati strettamente collegati tra loro in rapporti di guerre, conquiste, fusioni e separazioni, dinastie alleate e rivali hanno governato uno o tutti e due i paesi, imperatori di lingua o cultura dell’uno o dell’altro paese hanno governato nominalmente o di fatto entrambe i territori, creando un crogiolo culturale e sincretico che caratterizza l’intero Estremo Oriente. Vale la pena ricordare, che in questa area le identità sono qualcosa di più fluido e coesistente, una persona può appartenere a uno, due o tre religioni contemporaneamente senza cogliere alcuna incoerenza. Così, un cittadino tibetano può essere cinese, non di etnia han, ma socialista e magari buddhista, taoista e confuciano e non avvertire alcuna incoerenza in tutte queste sue identità.

Il pendolo della storia gira talvolta in un senso e talvolta in un altro senso, parlare di identità o stati conflittuali tra Tibet e Cina vuol dire portare una logica statuale e oppositiva in un contesto culturale dove questa logica storicamente e filosoficamente non è presente e giustificata.