Il futuro, la Cina, la NATO e l’Italia

L’Occidente affonda nel debito e la Cina continua a produrre beni di ogni tipo che esporta.

I media occidentali annunciano il prossimo tracollo dell’economia cinese ormai da anni e ogni anno vengono sonoramente smentiti. Il potenziale economico cinese è ancora enorme rispetto al livello raggiunto e la capacità dimostrata in innovazione e ricerca scientifica dal dragone promette ulteriori balzi al momento nemmeno immaginabili.

Nei giorni passati: la Cina ha raggiunto un nuovo record nell’ambito della fusione nucleare; prodotto una pellicola isolante totalmente organica e biodegradabile in grado di soppiantare la plastica; attivato un computer quantistico più potente di quello di Google che fino ad allora deteneva il record mondiale di potenza di calcolo.

Questi sono solo tre piccoli risultati ottenuti dagli scienziati cinesi che lasciano intendere l’enorme potenziale tecnologico.

Tutto queste mentre l’Unione Europea e gli Stati Uniti affannano. La crisi demografica (in particolare l’invecchiamento della popolazione) colpisce egualmente UE e USA, tanto quanto Russia e Cina, con la grande differenza che al momento la Cina ha un’economia in enorme crescita.

La Cina è diventata “la fabbrica del mondo” esportando beni in tutto il mondo. A lungo, in Occidente, si è usata questa espressione per fare riferimento a esportazioni di scarsa qualità, poco innovative e condannate a rimanere come merce di scarto.

Eppure, la Cina detiene ormai le chiavi della produzione globale e un mercato interno in espansione. La produzione è migliorata così da poter competere, anche in ambiti complessi, con i migliori marchi statunitensi e europei.

La Cina tiene le chiavi dell’economia mondiale, dicevamo, tutto questo mentre gli Stati Uniti annaspano in un debito esplosivo e vogliono tenere una politica imperiale sempre più costosa e che il peso delle armi non potrà continuare a garantire per sempre.

Il ritmo di importazioni degli Stati Uniti e dei loro alleati è insostenibile sul lungo periodo (forse medio), la deindustrializzazione ha reso l’Occidente dipendente dalle importazioni di paesi terzi, tutto questo mentre interi settori della popolazione occidentale vedono crollare il proprio tenore di vita.

Il castello del debito e quello delle importazioni non possono essere infiniti. Arriverà un momento in cui il dollaro andrà incontro a una spirale inflazionistica che porterà il debito americano a diventare de facto impagabile. L’economia di internet, del digitale e la flessibilità (precarietà) a tutti i costi non solo non ci hanno reso più liberi o competitivi, ma soprattutto hanno creato un sistema che si auto-sabota. Le fabbriche cinesi avranno il sopravvento e l’economia reale prevarrà sulla finanza.

Abbandonare l’attuale ordine mondiale neoliberista e filo-americano è l’unica possibilità concreta che i paesi europei hanno per non partecipare della catastrofe imminente.

Il doppio standard dei giornalisti occidentali nei confronti della Cina

Quando si parla di Cina assistiamo a uno spettacolo spesso molto discutibile da parte dei nostri media. I messaggi che vengono lanciati, talvolta dalla stessa emittente televisiva, dallo stesso giornale o commentatore sono schizofrenici.

L’informazione e le definizioni cambiano in base a ciò che si vuole: se si intende dimostrare che la Repubblica Popolare è un luogo malvagio e in mano a una sanguinaria dittatura si parlerà di “regime comunista”; al contrario, se lo scopo è quello di dimostrare l’insostenibilità del socialismo, allora si dirà che la Cina è un paese “turbo-capitalista”.

Tutte e due le definizioni sono errate, secondo le analisi fornite dal Partito Comunista Cinese. La Repubblica Popolare si trova nella fase di transizione verso il socialismo, adottando quello che viene definito socialismo di mercato o socialismo con le caratteristiche cinesi.

Entrambe le definizioni per quanto ambigue e forse oscure a noi occidentali, descrivono adeguatamente la volontà del Partito. La Cina ha intrapreso, dopo la fase di respingimento dell’imperialismo straniero (nella prima metà del ‘900), il cammino verso il socialismo ma è ben consapevole di avere ancora una lunga strada davanti.

Durante il periodo di governo del Presidente Mao, il paese ha assunto il controllo dei mezzi di produzione e sradicato le antiche credenze e gli antichi stili di vita ancora legati a un passato feudale o coloniale. Alcuni tentativi di procedere più velocemente verso il socialismo, sono stati segnalati dall’amministrazione stessa come affrettati, ma come parte di un cammino. La stessa URSS cambiò più volte strategia e dovette adattarsi a diverse contingenze storiche ed economiche. Il marxismo per la sua applicazione deve essere saldo nei fatti, deve essere applicabile a diversi momenti e contesti.

Marx per primo parlò di fase di transizione al comunismo, pretendere dal Partito Comunista Cinese la realizzazione del comunismo in pochi decenni non solo è irrealistico, ma non marxista.

Le riforme introdotte in Cina, a partire dal 1978, pur potendo sembrare in Occidente come cedimenti al capitalismo e al mercato, non hanno fatto altro che velocizzare il processo di accumulazione e migliorare le condizioni di vita di milioni di persone. Questo non vuol dire che il partito ha ceduto al capitalismo, ma che capendo i vantaggi del mercato – in questa fase – ha scelto di sfruttarli. L’avanzamento produttivo, economico e tecnico della Cina, permette oggi al paese di sfidare su scala globale le potenze imperialiste e di aiutare altri paesi coloniali a stabilire nuovi rapporti commerciali e diplomatici alla pari.

Non ci sono solo queste motivazioni teoriche.

I motivi per cui la Cina è ancora un paese in transizione verso il socialismo sono:

1- Il ruolo chiave dello Stato e delle imprese pubbliche (e quindi della collettività) nell’economia è ancora determinante (è lo stato a scegliere come muovere l’economia e non il contrario).

2- Pur essendo presenti degli uomini ricchi, persino milionari e pur possedendo questi uno status social elevato, nessuno di questi può condizionare le linee politiche del Partito e del governo. Nessuna impresa privata o multinazionale è in grado di determinare, ricattare o condizionare il paese e i suoi governanti. Il governo amministra il paese (se necessario ricorrendo al mercato), ma non lo fa in nome o a favore della borghesia.

L’area del RCEP è il motore economico mondiale

Il RCEP o Partenariato Economico Globale Regionale è stato varato il 15 novembre del 2020. A più di un anno di distanza si possono tirare le somme sulla sua esistenza e sul suo peso.

I membri del partenariato sono: i paesi ASEAN, Cina, Corea del Sud e Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Il governo indiano ha annunciato la non partecipazione al progetto nel 2019, nonostante i paesi ASEAN avessero allargato l’invito al paese.

Le particolarità del RCEP sono molte, il PIL sommato di tutti i paesi membri lo rende l’area di libero scambio con il PIL maggiore al mondo (UE inclusa); ad esso partecipano tre delle maggiori economie asiatiche (Cina, Giappone e Corea del Sud); e si tratta del primo trattato di questo tipo a cui la Repubblica Popolare Cinese ha preso parte.

Nonostante, lo spostamento dell’asse economico mondiale verso Est fosse già in corso, il RCEP è stato un elemento di velocizzazione in questo senso. Inoltre, la maggiore circolazione economica e commerciale, ad esso dovuta, ha attenuato gli effetti della pandemia di COVID-19. Il RCEP coinvolgendo vari paesi, a loro volta legati tramite altri trattati ad altre aree economiche, ha direttamente e indirettamente stimolato tutta l’economia mondiale. Proprio la pandemia e il timore di una recessione globale ha spinto i paesi partecipanti a concludere l’accordo, dopo otto anni di trattative. Il peso dell’accordo è enorme coinvolgendo paesi che sommati hanno: 2.2 miliardi di abitanti, il 30% del PIL mondiale, 27.4% del commercio mondiale, il 50% della produzione manifatturiera mondiale, il 50% della produzione automobilistica mondiale, il 70% della produzione elettronica mondiale.

Decisivo il ruolo della Repubblica Popolare Cinese al progetto, non solo per l’enorme peso del PIL o della demografia, ma anche per il grande significato storico di questa partecipazione. Paesi rivali come Australia e Nuova Zelanda (solitamente allineati a posizioni sinofobiche di Stati Uniti e Regno Unito) partecipano al fianco di paesi socialisti come Cina, Laos o Vietnam.

Gli Stati Uniti non solo non partecipano al progetto, ma si sono anche in parte fatti indietro da altri grandi accordi inerenti la stessa area (il TPP: Partenariato Trans-Pacifico). Al contrario, secondo gli analisi, Cina e Giappone sono i paesi che avranno le migliori ripercussioni dalla partecipazione all’accordo. Tra i partecipanti è previsto un generale impatto positivo su PIL, capacità di attirare investimenti e esportazioni. L’accordo pur escludendo l’agricoltura, elimina oltre l’85% dei dazi commerciali tra i paesi membri. Nonostante, possa sembrare poca cosa per otto anni di trattative e uno di applicazione, dobbiamo pensare alla grande diversità economica tra i membri: paesi molto ricchi, paesi intermedi e paesi poveri, tutti con esigenze specifiche.

Il peso della Cina nell’accordo è dato anche dagli stretti rapporti tra la Repubblica Popolare e i paesi ASEAN (di cui la Cina è diventata nel 2020, il maggior partner commerciale). I benefici sono comunque regionali: i paesi ASEAN avranno un più facile accesso agli investimenti di Giappone e Corea del Sud, i quali troveranno sbocchi finanziari proprio nell’area; Australia e Nuova Zelanda si aprono a nuovi mercati, specie dopo il periodo di ritiro dal Pacifico della presidenza Trump e i rischi legati alla pandemia.

La Repubblica Popolare Cinese e le minoranze

La Cina è uno stato multietnico e multiculturale, unitario. La Costituzione garantisce e tutela tutte le minoranze linguistiche, culturali e i culti religiosi.

Parlare di Cina, pensando allo stato-nazione europeo non ha senso. Lo stato-nazione è nato in Europa, dopo la guerra dei trent’anni (1618-1648), con l’affermarsi di stati uniformi linguisticamente e culturalmente, dominati da un unico potere e caratterizzati da omogeneità religiosa. La storia cinese (per quanto complessa) non presenta nulla di simile.

Basta osservare l’estensione della Repubblica Popolare o dei suoi precedenti storici, per capire che non si può mettere a confronto la Cina con la Germania, l’Italia, la Spagna o la Francia. Le contraddizioni di uno stato unitario sono tanto più forti, quanto più questo è esteso geograficamente e demograficamente (vale la pena ricordare che la Cina è il paese più popolato del mondo). Anche i piccoli stati europei presentano minoranze più o meno agguerrite che ciclicamente rivendicano autonomia o indipendenza: questo è il corso della storia dei popoli e della creazione delle identità da parte di gruppi più o meno estesi.

La Cina non sfugge, quindi, a queste complicazioni antropologiche e politiche, ma va comunque inserita in un contesto più grande, sia per numero di abitanti, che per estensione. La stessa Unione Europea non è confrontabile con la Cina, sia perché questa non presenta un vero e proprio precedente storico, sia perché essa è rappresentata da un intento integrativo tra poteri sovrani.

La Cina è qualcosa di più simile a un’omogeneità storico-culturale, molto variabile proprio in virtù della sua grande estensione cronologica e spaziale. Volendo giocare di fantasia, sarebbe come se l’unità del Mediterraneo guadagnata dall’antica Roma, nel corso dei millenni fosse tornata a riproporsi in modo abbastanza stabile su tutte e due le sponde e si fosse intrisa di valori comuni (il sincretismo confuciano-taoista-buddhista), fino ad arrivare a inizio ‘900 con una formula politica vetusta (la dinastia Qing), per poi subire una grande invasione straniere e quindi una battaglia di liberazione (la lotta contro l’invasione giapponese) e una rapida modernizzazione politica (la nascita della Repubblica Popolare e il socialismo).

Tutto questo se adattato al contesto mediterraneo sembra ridicolo, ma il piccolo confronto è la cosa più simile all’immensità demografica, storica, culturale e linguistica che caratterizza la storia cinese.

La maggior parte della popolazione cinese è di etnia Han (oltre il 90%) ed esistono 56 gruppi etnici minoritari riconosciuti ufficialmente dal governo. Il governo cinese riconosce ufficialmente il diritto a prosperare per queste minoranze ed è contrario ad ogni pratica di assimilazione forzata.