Perché l’Italia dovrebbe abbandonare la NATO subito

In questi giorni stiamo assistendo impotenti a una intensificazione della retorica bellicista all’interno dei paesi del blocco occidentale. Gli Stati Uniti e i loro alleati minacciano di intervenire ovunque nel mondo in base alle circostanze. La Russia e la Cina sono i nemici, creati ad arte dai media per un’opinione pubblica che vive perennemente mobilitata in un’allerta che ormai considera normalità, libertà, democrazia, dibattito pubblico. Al contrario, il dibattito pubblico e la democrazia (inevitabilmente legata a una purezza di intenti nell’espressione delle proprie posizioni) sono tradite sistematicamente in Europa e in Nord America, a favore di una retorica manichea e piena di menzogne. La Russia viene descritta come in procinto di scatenare una guerra su vasta scala in Ucraina, un’invasione in pieno stile, ma ci si dimentica di dire che sono gli europei e gli alleati della NATO a finanziare il governo ucraino, i gruppi neonazisti ucraini e a spingere per un’integrazione dell’Ucraina stessa nel sistema occidentale. La NATO ha già violato la parola data al momento dell’abbattimento del muro di Berlino e cioè che non avrebbe minacciato la Russia, che non avrebbe portato nell’ex blocco sovietico le proprie truppe, i propri missili, i propri rapporti di forza. Invece, gradualmente, la NATO e l’UE (le due organizzazioni di fatto sono espressione di intenti comuni, poiché le alleanze vincolano i membri dell’una e dell’altra organizzazione) si sono allargate verso Est, inglobando Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, le repubbliche baltiche, le repubbliche nate dalla scissione della ex Jugoslavia e via dicendo, fino ad arrivare a minacciare i confini russi più a Sud, in Ucraina e nel Caucaso.

La Russia non può accettare un simile affronto per la propria sicurezza nazionale, ma soprattutto la Russia non può accettare che i propri cittadini siano costantemente minacciati di golpe colorati (rivoluzioni colorate, sic!) o di bombardamenti massicci partiti dai paesi vicini membri e alleati della NATO. Le maggiori città russe, i maggiori centri industriali, le maggiori vie di comunicazione del paese, sono già sotto tiro dei missili NATO, le due forze hanno già uno squilibrio in campo. Lo squilibrio in campo, badiamo bene, non è dato da debolezza russa, ma dal fatto che i russi non hanno nessuna intenzione di riempire il resto del mondo di basi e rampe missilistiche puntati su città, scuole, ospedali, aeroporti, autostrade, centri commerciali statunitensi e europei.

Lo scopo dell’odierna amministrazione statunitense è chiaro. Far fuori la Russia con un accordo di massima che conceda il massimo in Ucraina e nel Caucaso alla NATO, ponendo la Russia in uno scacco strategico; al contempo destabilizzare l’Asia Centrale e il Medio Oriente, strategia in cui gli Stati Uniti sono ormai attivi da decenni; e poi passare a un attacco diretto contro la Repubblica Popolare Cinese o, più in piccolo la Corea del Nord, usando magari Taiwan come pretesto.

L’Italia che interesse ha in tutto questo? Dipendiamo dal gas russo per scaldarci e per le bollette della luce, siamo partner commerciali importanti della Russia e di molte repubbliche centro-asiatiche ex sovietiche (ad esempio, il Kazakistan solo un anno fa, definiva “Russia, Cina e Italia i maggiori partner commerciali del paese”), la Cina rappresenta un mercato in forte crescita e con grandi prospettive anche a livello tecnologico (basti pensare alla fusione nucleare, agli investimenti in rinnovabili o all’intelligenza artificiale), il nostro paese da sempre ha una vocazione mercantile, dedita al commercio e all’esportazione dei nostri prodotti. L’Italia per posizione geografica, storia e cultura, è un paese aperto all’Asia e al Mediterraneo, sin dai tempi dell’Antica Roma la seta giungeva in Occidente passando tutta l’Asia Centrale e il Mediterraneo; non possiamo dimenticare Marco Polo e il suo viaggio raccontato nel Milione o il gesuita Matteo Ricci, che prese nome in mandarino e morì a Pechino nel 1610, conducendo studi scientifici e matematici di altissimo livello per l’epoca.

Una retorica bellicista e un’europeismo monco vogliono stimolare questa rivalità tra popoli, ma l’Italia e la Cina possono contare un’amicizia plurisecolare con scambi sin dai tempi dell’Impero Romano. Il nostro paese non ha nulla da guadagnare chiudendosi al Mediterraneo e rivolgendosi verso l’arco alpino, l’Atlantico è lontano e chiuso da Gibilterra. La Germania pensa prima di tutto ai propri interessi, contrattando gas a buon mercato prima di tutto per loro; così fanno gli inglesi, fuoriusciti dall’Unione Europea, proprio perché rivolti ormai all’Anglosfera.

L’uscita dalla NATO e l’avvio di una politica di neutralità sono le uniche alternative reali per il nostro paese, per rapporti internazionali più giusti e pacifici tra tutti i popoli.

La contrapposizione Cina – Tibet non esiste, è un falso mito dell’Occidente

Nel 2021, è stato pubblicato il Nuovo Libro Bianco sul Tibet, da parte della Repubblica Popolare Cinese.

Il Tibet, a partire dal 1951, si è unito alla Repubblica Popolare per emancipare la propria popolazione: fino ad allora la popolazione era legata alla teocrazia buddhista. Il Tibet pre-socialismo era un paese con condizioni produttive feudali, basate su una agricoltura estensiva e su un diffuso latifondo che doveva tenere in piedi i grandi monasteri. Questo articolo non intende contrapporre il vecchio Tibet o la religione tibetana buddista o bon al socialismo cinese, al contrario, dobbiamo far notare come furono esponenti locali tibetani a firmare gli accordi e a permettere il corretto inserimento della regione nella Cina popolare. Oggi, con le nuove riforme, vale la pena ricordare, come la tradizione locale stia proliferando e sia ancora tenuta in vita. Al contrario di quanto propagandato in Occidente, il socialismo tutela la crescita delle minoranze etniche, linguistiche, culturali o religiose. La Repubblica Popolare ha emancipato da condizioni di vita feudali milioni di persone, su tutto il proprio territorio nazionale e indipendentemente dall’etnia, lingua, cultura o religione di appartenenza. Parlare di diverse etnie in seno a un paese multi-etnico, con una storia diversa da quella europea e che, quindi, non ha posseduto storicamente l’idea di “stato-nazione” non ha senso. Un cittadino cinese, sia esso di etnia han o tibetana, è sempre un cittadino cinese e possedere un’abitazione dignitosa o avere accesso all’istruzione sono fattori di emancipazione indipendentemente dalla propria religione o lingua.

Dopo l’inserimento nella Repubblica e la parificazione etnica tra tutti i gruppi residenti in Tibet, nel 1965, fu creata la regione autonoma tibetana proprio per permettere il rispetto delle tradizioni locali. Infine, nel 1978, anche il Tibet ha vissuto la politica di riforme socialiste che ha caratterizzato la Cina recente.

Ad oggi il Tibet ha visto un netto aumento dell’aspettativa di vita, della parità sociale, dell’istruzione e della produzione. La regione ancora fortemente legata ai suoi aspetti mistici e religiosi, non è diventata un museo a cielo aperto per turisti occidentali desiderosi di trovare un paradiso esotico in cui fare le vacanze e da cui scappare appena finito il saccheggio esistenziale; al contrario, grazie al socialismo e all’unione con la Cina, il Tibet è riuscito ad emanciparsi diventando una regione con grandi infrastrutture, turismo, servizi, ma anche industrie e agricoltura. La popolazione locale gode degli stessi diritti del resto della Cina e come garantito dalla Costituzione Cinese tutte le religioni sono tollerate.

I contadini tibetani sono ora proprietari delle proprie terre o lavorano in cooperative socialiste, le industrie producono i più disparati beni e servizi tanto per il territorio, quanto per l’esportazione e, negli ultimi anni, si stanno implementando politiche di tutela del territorio e dell’ambiente.

La contrapposizione Cina – Tibet non ha senso di esistere, si tratta di un falso mito creato dall’Occidente. Sin dai tempi più antichi i due paesi sono stati strettamente collegati tra loro in rapporti di guerre, conquiste, fusioni e separazioni, dinastie alleate e rivali hanno governato uno o tutti e due i paesi, imperatori di lingua o cultura dell’uno o dell’altro paese hanno governato nominalmente o di fatto entrambe i territori, creando un crogiolo culturale e sincretico che caratterizza l’intero Estremo Oriente. Vale la pena ricordare, che in questa area le identità sono qualcosa di più fluido e coesistente, una persona può appartenere a uno, due o tre religioni contemporaneamente senza cogliere alcuna incoerenza. Così, un cittadino tibetano può essere cinese, non di etnia han, ma socialista e magari buddhista, taoista e confuciano e non avvertire alcuna incoerenza in tutte queste sue identità.

Il pendolo della storia gira talvolta in un senso e talvolta in un altro senso, parlare di identità o stati conflittuali tra Tibet e Cina vuol dire portare una logica statuale e oppositiva in un contesto culturale dove questa logica storicamente e filosoficamente non è presente e giustificata.

La Cina e lo Xinjiang: storia di un successo

I dati forniti dalle autorità cinesi del 26 settembre 2021, smentiscono completamente le fonti occidentali sullo Xinjiang.

In particolare, si fa riferimento alla crescita demografica, economica e dello sviluppo umano, avvenuta nella regione negli ultimi decenni.

Dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese, la popolazione nella regione è raddoppiata, così come è raddoppiata l’aspettativa di vita. Sono state tenute campagne di alfabetizzazione e razionalizzazione economica e molti volontari sono partiti da altre regioni della Cina per supportare le aree meno avvantaggiate.

Questo arrivo di personale (spesso qualificato e motivato) non deve far pensare a un’invasione di cittadini di etnia han, quanto a una pacifica e multiculturale coesistenza.

La regione dello Xinjiang ha visto aumentare il numero di cittadini di etnia uigura e le minoranze linguistiche (con diritto allo studio conseguente) sono ampiamente tutelate. Nella vasta regione, convivono non solo uiguri, ma anche kazaki, mongoli e altri gruppi etnici minori. La possibilità di conservare le proprie usanze e tradizioni, affiancandole allo sviluppo delle esigenze della Repubblica Popolare, è lo scopo principale della politica del P.C.C.

L’istruzione nelle lingue delle minoranze è garantita e il processo di urbanizzazione viene condotto in base alle esigenze specifiche delle comunità. Alcuni gruppi etnici optano per una maggiore compattezza etnica, creando propri quartieri; altri invece preferiscono mescolarsi con gli altri gruppi etnici presenti, sentendosi già sufficientemente tutelati dalle cautele che la Costituzione impone nei confronti delle minoranze.

Pratiche descritte dalla propaganda occidentale, come la sterilizzazione forzata delle donne uigure, sono facilmente dimostrate come false dai numeri assoluti e dall’esenzione delle minoranze dalla politica del figlio unico, finché questa è rimasta in vigore.

La costruzione di nuove infrastrutture (ferrovie e autostrade), affiancate ai miglioramenti nell’agricoltura, alla costruzione di scuole, istituti di cultura e ospedali, ha migliorato non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi, la vita tanto dei cittadini uiguri, han e di qualsiasi altro gruppo etnico.

La stampa occidentale fa spesso riferimento a campi di lavoro forzato o centri di detenzione contro la minoranza islamica. La Cina risponde sempre che sul proprio territorio non sono presenti campi di concentramento e che le autorità cinesi non hanno sviluppato nulla di simile a Guantanamo per detenere i terroristi islamici (presenti nella regione). Riguardo il fondamentalismo islamista, le autorità cinesi si sono limitate ad applicare un programma di de-radicalizzazione appoggiato in sede internazionale da svariati paesi musulmani.

Basta uscire dal circolo dell’informazione occidentale, per scoprire una situazione più complessa nello Xinjiang e che non può essere indicata come “bianco o nero”, ma con tante sfumature, purché si tenga sempre conto dei dati reali e dell’incontestabile miglioramento di vita avuto da tutti i cittadini che vivono nella regione.