La contrapposizione Cina – Tibet non esiste, è un falso mito dell’Occidente

Nel 2021, è stato pubblicato il Nuovo Libro Bianco sul Tibet, da parte della Repubblica Popolare Cinese.

Il Tibet, a partire dal 1951, si è unito alla Repubblica Popolare per emancipare la propria popolazione: fino ad allora la popolazione era legata alla teocrazia buddhista. Il Tibet pre-socialismo era un paese con condizioni produttive feudali, basate su una agricoltura estensiva e su un diffuso latifondo che doveva tenere in piedi i grandi monasteri. Questo articolo non intende contrapporre il vecchio Tibet o la religione tibetana buddista o bon al socialismo cinese, al contrario, dobbiamo far notare come furono esponenti locali tibetani a firmare gli accordi e a permettere il corretto inserimento della regione nella Cina popolare. Oggi, con le nuove riforme, vale la pena ricordare, come la tradizione locale stia proliferando e sia ancora tenuta in vita. Al contrario di quanto propagandato in Occidente, il socialismo tutela la crescita delle minoranze etniche, linguistiche, culturali o religiose. La Repubblica Popolare ha emancipato da condizioni di vita feudali milioni di persone, su tutto il proprio territorio nazionale e indipendentemente dall’etnia, lingua, cultura o religione di appartenenza. Parlare di diverse etnie in seno a un paese multi-etnico, con una storia diversa da quella europea e che, quindi, non ha posseduto storicamente l’idea di “stato-nazione” non ha senso. Un cittadino cinese, sia esso di etnia han o tibetana, è sempre un cittadino cinese e possedere un’abitazione dignitosa o avere accesso all’istruzione sono fattori di emancipazione indipendentemente dalla propria religione o lingua.

Dopo l’inserimento nella Repubblica e la parificazione etnica tra tutti i gruppi residenti in Tibet, nel 1965, fu creata la regione autonoma tibetana proprio per permettere il rispetto delle tradizioni locali. Infine, nel 1978, anche il Tibet ha vissuto la politica di riforme socialiste che ha caratterizzato la Cina recente.

Ad oggi il Tibet ha visto un netto aumento dell’aspettativa di vita, della parità sociale, dell’istruzione e della produzione. La regione ancora fortemente legata ai suoi aspetti mistici e religiosi, non è diventata un museo a cielo aperto per turisti occidentali desiderosi di trovare un paradiso esotico in cui fare le vacanze e da cui scappare appena finito il saccheggio esistenziale; al contrario, grazie al socialismo e all’unione con la Cina, il Tibet è riuscito ad emanciparsi diventando una regione con grandi infrastrutture, turismo, servizi, ma anche industrie e agricoltura. La popolazione locale gode degli stessi diritti del resto della Cina e come garantito dalla Costituzione Cinese tutte le religioni sono tollerate.

I contadini tibetani sono ora proprietari delle proprie terre o lavorano in cooperative socialiste, le industrie producono i più disparati beni e servizi tanto per il territorio, quanto per l’esportazione e, negli ultimi anni, si stanno implementando politiche di tutela del territorio e dell’ambiente.

La contrapposizione Cina – Tibet non ha senso di esistere, si tratta di un falso mito creato dall’Occidente. Sin dai tempi più antichi i due paesi sono stati strettamente collegati tra loro in rapporti di guerre, conquiste, fusioni e separazioni, dinastie alleate e rivali hanno governato uno o tutti e due i paesi, imperatori di lingua o cultura dell’uno o dell’altro paese hanno governato nominalmente o di fatto entrambe i territori, creando un crogiolo culturale e sincretico che caratterizza l’intero Estremo Oriente. Vale la pena ricordare, che in questa area le identità sono qualcosa di più fluido e coesistente, una persona può appartenere a uno, due o tre religioni contemporaneamente senza cogliere alcuna incoerenza. Così, un cittadino tibetano può essere cinese, non di etnia han, ma socialista e magari buddhista, taoista e confuciano e non avvertire alcuna incoerenza in tutte queste sue identità.

Il pendolo della storia gira talvolta in un senso e talvolta in un altro senso, parlare di identità o stati conflittuali tra Tibet e Cina vuol dire portare una logica statuale e oppositiva in un contesto culturale dove questa logica storicamente e filosoficamente non è presente e giustificata.