La Cina, l’Africa e la collaborazione tra pari

“Mi complimento con il governo cinese per gli investimenti in Africa. Ringrazio la Repubblica popolare cinese per aver collaborato con lo Zambia.

Imprenditori zambiani e investitori cinesi lavorano insieme per una ricchezza condivisa. Zambiani e cinesi collaborano per il reciproco vantaggio. La cooperazione Zambia-Cina crea prosperità comune.

Accolgo con favore gli investitori cinesi che lavorano nella Repubblica dello Zambia. Per favore visitate lo Zambia.

Vi ringrazio,

Anna Zgambo
Cittadino dello Zambia
Località: Lusaka.”

Il doppio standard dei giornalisti occidentali nei confronti della Cina

Quando si parla di Cina assistiamo a uno spettacolo spesso molto discutibile da parte dei nostri media. I messaggi che vengono lanciati, talvolta dalla stessa emittente televisiva, dallo stesso giornale o commentatore sono schizofrenici.

L’informazione e le definizioni cambiano in base a ciò che si vuole: se si intende dimostrare che la Repubblica Popolare è un luogo malvagio e in mano a una sanguinaria dittatura si parlerà di “regime comunista”; al contrario, se lo scopo è quello di dimostrare l’insostenibilità del socialismo, allora si dirà che la Cina è un paese “turbo-capitalista”.

Tutte e due le definizioni sono errate, secondo le analisi fornite dal Partito Comunista Cinese. La Repubblica Popolare si trova nella fase di transizione verso il socialismo, adottando quello che viene definito socialismo di mercato o socialismo con le caratteristiche cinesi.

Entrambe le definizioni per quanto ambigue e forse oscure a noi occidentali, descrivono adeguatamente la volontà del Partito. La Cina ha intrapreso, dopo la fase di respingimento dell’imperialismo straniero (nella prima metà del ‘900), il cammino verso il socialismo ma è ben consapevole di avere ancora una lunga strada davanti.

Durante il periodo di governo del Presidente Mao, il paese ha assunto il controllo dei mezzi di produzione e sradicato le antiche credenze e gli antichi stili di vita ancora legati a un passato feudale o coloniale. Alcuni tentativi di procedere più velocemente verso il socialismo, sono stati segnalati dall’amministrazione stessa come affrettati, ma come parte di un cammino. La stessa URSS cambiò più volte strategia e dovette adattarsi a diverse contingenze storiche ed economiche. Il marxismo per la sua applicazione deve essere saldo nei fatti, deve essere applicabile a diversi momenti e contesti.

Marx per primo parlò di fase di transizione al comunismo, pretendere dal Partito Comunista Cinese la realizzazione del comunismo in pochi decenni non solo è irrealistico, ma non marxista.

Le riforme introdotte in Cina, a partire dal 1978, pur potendo sembrare in Occidente come cedimenti al capitalismo e al mercato, non hanno fatto altro che velocizzare il processo di accumulazione e migliorare le condizioni di vita di milioni di persone. Questo non vuol dire che il partito ha ceduto al capitalismo, ma che capendo i vantaggi del mercato – in questa fase – ha scelto di sfruttarli. L’avanzamento produttivo, economico e tecnico della Cina, permette oggi al paese di sfidare su scala globale le potenze imperialiste e di aiutare altri paesi coloniali a stabilire nuovi rapporti commerciali e diplomatici alla pari.

Non ci sono solo queste motivazioni teoriche.

I motivi per cui la Cina è ancora un paese in transizione verso il socialismo sono:

1- Il ruolo chiave dello Stato e delle imprese pubbliche (e quindi della collettività) nell’economia è ancora determinante (è lo stato a scegliere come muovere l’economia e non il contrario).

2- Pur essendo presenti degli uomini ricchi, persino milionari e pur possedendo questi uno status social elevato, nessuno di questi può condizionare le linee politiche del Partito e del governo. Nessuna impresa privata o multinazionale è in grado di determinare, ricattare o condizionare il paese e i suoi governanti. Il governo amministra il paese (se necessario ricorrendo al mercato), ma non lo fa in nome o a favore della borghesia.

La Cina e lo Xinjiang: storia di un successo

I dati forniti dalle autorità cinesi del 26 settembre 2021, smentiscono completamente le fonti occidentali sullo Xinjiang.

In particolare, si fa riferimento alla crescita demografica, economica e dello sviluppo umano, avvenuta nella regione negli ultimi decenni.

Dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese, la popolazione nella regione è raddoppiata, così come è raddoppiata l’aspettativa di vita. Sono state tenute campagne di alfabetizzazione e razionalizzazione economica e molti volontari sono partiti da altre regioni della Cina per supportare le aree meno avvantaggiate.

Questo arrivo di personale (spesso qualificato e motivato) non deve far pensare a un’invasione di cittadini di etnia han, quanto a una pacifica e multiculturale coesistenza.

La regione dello Xinjiang ha visto aumentare il numero di cittadini di etnia uigura e le minoranze linguistiche (con diritto allo studio conseguente) sono ampiamente tutelate. Nella vasta regione, convivono non solo uiguri, ma anche kazaki, mongoli e altri gruppi etnici minori. La possibilità di conservare le proprie usanze e tradizioni, affiancandole allo sviluppo delle esigenze della Repubblica Popolare, è lo scopo principale della politica del P.C.C.

L’istruzione nelle lingue delle minoranze è garantita e il processo di urbanizzazione viene condotto in base alle esigenze specifiche delle comunità. Alcuni gruppi etnici optano per una maggiore compattezza etnica, creando propri quartieri; altri invece preferiscono mescolarsi con gli altri gruppi etnici presenti, sentendosi già sufficientemente tutelati dalle cautele che la Costituzione impone nei confronti delle minoranze.

Pratiche descritte dalla propaganda occidentale, come la sterilizzazione forzata delle donne uigure, sono facilmente dimostrate come false dai numeri assoluti e dall’esenzione delle minoranze dalla politica del figlio unico, finché questa è rimasta in vigore.

La costruzione di nuove infrastrutture (ferrovie e autostrade), affiancate ai miglioramenti nell’agricoltura, alla costruzione di scuole, istituti di cultura e ospedali, ha migliorato non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi, la vita tanto dei cittadini uiguri, han e di qualsiasi altro gruppo etnico.

La stampa occidentale fa spesso riferimento a campi di lavoro forzato o centri di detenzione contro la minoranza islamica. La Cina risponde sempre che sul proprio territorio non sono presenti campi di concentramento e che le autorità cinesi non hanno sviluppato nulla di simile a Guantanamo per detenere i terroristi islamici (presenti nella regione). Riguardo il fondamentalismo islamista, le autorità cinesi si sono limitate ad applicare un programma di de-radicalizzazione appoggiato in sede internazionale da svariati paesi musulmani.

Basta uscire dal circolo dell’informazione occidentale, per scoprire una situazione più complessa nello Xinjiang e che non può essere indicata come “bianco o nero”, ma con tante sfumature, purché si tenga sempre conto dei dati reali e dell’incontestabile miglioramento di vita avuto da tutti i cittadini che vivono nella regione.