2,5 milioni di barili al giorno – Intervista a Demostenes Floros

Pubblichiamo l’intervista che Demostenes FlorosSenior Energy Economist CER-Centro Europa Ricerche – ha rilasciato al nostro blog:

1) Le sanzioni imposte alla Russia possono fermare il conflitto?

1- A mio avviso, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti d’America e dall’Unione Europea non possono fermare la guerra; più precisamente, le prime sanzioni erano già state imposte alla Federazione Russa sin dal 2014. Ovviamente, sulla scia del colpo di Stato a Kiev con conseguente referendum in Crimea. Ciò che cosa ha comportato per la Federazione Russa? Ovviamente, i dati macroeconomici del triennio 2014-2016 indicano una situazione di forte difficoltà, ma non solo. Prodotti che prima venivano importanti dall’Italia o dal resto dell’Unione Europea sono stati sostituiti con altri fornitori, con altri produttori dell’America centrale o dell’America Latina. Inoltre, è stata sviluppata la produzione interna: la Russia, dal 2014, ha cominciato a produrre beni che prima venivano esclusivamente importati.

Da un punto di vista politico, invece, la Russia ha frattanto capito molto bene una cosa: basta farsi illusioni sull’autonomia politica dell’Unione Europea dagli Stati Uniti. Oggi, ci sono molte più sanzioni rispetto al 2014 e, forse, stiamo cominciando a renderci conto che queste danneggeranno la Russia, ma danneggeranno anche noi europei e non poco.

2) A tuo avviso, gli Stati Uniti stanno soffiando sul conflitto per separare l’Europa dalla Russia e dalla Cina?

2- Credo che l’obiettivo sia quello di separare l’Unione Europea dalla Federazione Russa, in primo luogo la Germania dalla Federazione Russa e dalla Cina. Per capire questo, bisogna però fare un piccolo passo indietro e ragionare prendendo spunto dalla politica della manifattura tedesca: questa è ben consapevole della necessità di approvvigionarsi di energia quindi, di un rapporto diretto con la Federazione Russa. Nel contempo, anche di un rapporto con la Cina, intesa come mercato di sbocco commerciale, ma non solo visti i numeri relativi al peso della manifattura cinese su quella mondiale. I dati di Confindustria ci dicono infatti che il peso della manifattura cinese su quella mondiale è passato dal 5% del 1995 a oltre il 30%, secondo l’ultimo rilevamento a nostra disposizione; di converso la manifattura statunitense è calata attorno al 16,6 %, quella tedesca poco sopra al 5%, l’Italia al 2,2%. Si vede chiaramente come il continente euroasiatico nel suo complesso ha un peso centrale nell’economia mondiale.

Le ricadute economiche e sociali per l’Europa saranno durissime se continuerà questo atteggiamento di subalternità agli Stati Uniti d’America e per quanto attiene l’Italia, le conseguenze saranno forse più dure visto l’incremento dei prezzi delle fonti fossili, in particolar modo del gas naturale. Siamo il paese con il maggiore incremento di prezzo medio delle fonti fossili nel 2021, scontiamo un aumento del 180%, a fronte di uno a livello medio mondiale poco sopra il 100% e questo è un aspetto gravissimo. Credo che la nostra classe politica non sia completamente consapevole di quanto ciò sia grave, soprattutto se noi andiamo ad analizzare l’andamento estremamente positivo delle nostre esportazioni, o per meglio dire del “Made in Italy” acquistato in Cina, nel corso degli ultimi anni cioè, da quando era stato firmato il Memorandum per “La via della seta”.

3) Ricollegandoci al tuo libro “Guerra e pace dell’energia. La strategia per il gas naturale dell’Italia tra Federazione Russa e NATO”, pensi che l’Unione Europea possa rendersi indipendente dal gas e dal petrolio russo in pochi mesi? Riesci a immaginare una tempistica realistica?

3- Ritengo questa tempistica assolutamente non realistica, non solo nel breve periodo, ma anche nel medio. Io ritengo che il gas che noi acquistiamo dalla Federazione Russa non sia assolutamente sostituibile in toto con altri fornitori; forse, con uno sforzo economico notevole e pagando di più, tanto per essere chiari, si potrebbe sostituire una parte minima di questo gas con altri fornitori, ma ripeto ad un prezzo più alto e, quindi, con delle conseguenze molto chiare sui costi di produzione della nostra manifattura. Attenzione, inoltre, il problema non si pone soltanto per il gas che l’UE e l’Italia acquista dalla Russia, ovvero il 40% del nostro fabbisogno, ma riguarda tutte le fonti fossili. La quantità di petrolio che l’Europa importa dalla Federazione Russa è di circa 2,5 milioni di barili al giorno e di 5-6 milioni di tonnellate di prodotti raffinati al mese. Il petrolio, a differenza del gas naturale è più facilmente sostituibile, ma ne esistono diverse tipologie, quindi non si tratta semplicemente di sostituire quello russo con un qualsiasi greggio prodotto in giro per il mondo. Bisogna trovare un petrolio analogo e tanto per fare nomi, un greggio simile si trova in Venezuela e in Iran, con tutte le problematiche note.

Non da ultimo, bisogna ricordare che l’UE dipende dal carbone per circa il 10-12% dei propri consumi di energia primaria. Anche il prezzo del carbone nelle ultime settimane è esploso del 250% e anche questo viene per lo più importato dalla Russia.

4) Parlando di Asia. Che ruolo può avere la Cina in questo conflitto e in che modo le scelte di Pakistan, India e Arabia Saudita, riguardo lo yuan lasciano presagire una guerra valutaria? Il blocco euroasiatico sta sfidando la supremazia del dollaro?

4- Questo aspetto è molto interessante e credo che sia il vero cuore del problema che forse non appare immediatamente nel conflitto in Ucraina, che sostanzialmente è un conflitto tra NATO e Russia, come diligentemente ha riassunto il Prof. Luciano Canfora. Un aspetto centrale che era già intuibile ad una lettura attenta del voto all’assemblea generale delle Nazioni Unite sulla condanna all’invasione.

In merito al ruolo che sta avendo la Cina, io molto chiaramente affermo che la Cina sostiene in tutto e per tutto la Federazione Russa: non mi stupirei, se nel colloquio intercorso tra Putin e Xi, qualche giorno prima dell’allargamento del conflitto, il secondo fosse venuto a conoscenza delle volontà russa. Infatti, credo che Putin non avrebbe mai azzardato un’operazione del genere senza la consapevolezza di un sostegno economico e finanziario da parte della Cina. Perché la Cina sostiene la Federazione Russa? Da un punto di vista geopolitico la spiegazione è relativamente semplice e cioè, nel caso in cui gli Stati Uniti avessero posto le proprie armi in Ucraina e quindi tenuto sotto tiro Mosca con i propri missili a massimo 3-5 minuti di tempo, a quel punto la partita per il mantenimento della supremazia globale si sarebbe rivolta nei confronti della Cina. Avremmo visto, come in parte abbiamo già visto nel corso degli ultimi anni, uno spostamento di tutto il complesso militare-industriale statunitense attorno alla Cina per accerchiarla. Per fare questo, gli Stati Uniti dovevano cercare di spaccare i legami tra Russia e Cina o almeno mettere anzi tutto la prima in un angolo.

Io però non escludo anche una seconda ipotesi, non necessariamente in contrasto con la prima, e cioè che il sostegno della Cina alla Federazione Russa contempli anche una matrice ideologica e cioè, non escludo che ci sia anche una certa affinità ideologica tra una parte, fosse anche minoritaria, della classe dirigente che sostiene il Presidente Putin e la classe dirigente cinese.

Per quanto attiene il ruolo della Cina, quindi, da una parte essa supporta nei fatti la Federazione Russa e dall’altra parte, in maniera molto intelligente, svolge un ruolo di mediazione. Da questo punto, di vista come ha suggerito l’economista Pasquale Cicalese, la Cina ha molte frecce al proprio arco. Immaginiamo se questa decidesse di diminuire l’ammontare di titoli di Stato americano in proprio possesso, se non sbaglio oggi siamo poco sotto il trilione di dollari. Immaginiamo se la Cina decidesse di incanalare questo denaro e di utilizzarlo in investimenti nei confronti dei paesi che producono energia che si sono astenuti in sede ONU o dei produttori di semilavorati, avremmo uno straordinario spostamento di ricchezza dal blocco atlantico verso l’Eurasia e in parte anche l’Africa. Quindi, la Cina ha un peso di mediazione non indifferente e auspico che possa utilizzarlo.

Per quanto riguarda la guerra valutaria, bisogna essere cauti perché spesso si è parlato di fine del dollaro e questa non si è nei fatti verificata. Potremmo, tuttavia essere a un punto di rottura, poiché la Cina potrebbe comprare petrolio da sauditi e russi pagando in yuan e/o rubli. La Cina è il principale importatore di petrolio al mondo e questo potrebbe spingere anche altri paesi a optare per l’acquisto di “oro nero” nella propria valuta nazionale.

A mio avviso, si è dato poco risalto alla proposta che ha fatto il governatore della Federal Reserve Powell, il 2 marzo, quando ha parlato di affiancare al dollaro a un’altra moneta come valuta internazionale. Non si è mai fatto esplicito riferimento allo yuan, ma la proposta sembrava chiara: smettere di appoggiare la Russia, per avere questo enorme riconoscimento. Ad oggi, la Cina sembra però restia ad accettare questo tipo di accordo.

5) Che ruolo intende giocare la Turchia in questo confronto?

5- Ritengo l’atteggiamento della Turchia per certi versi “eccezionale”. Ad oggi, Erdogan è riuscito a destreggiarsi, nonostante le pressioni degli Stati Uniti e tenuto conto che ha il secondo esercito all’interno della NATO. È riuscito anche a ritagliarsi un ruolo di mediatore, seppur con risultati piuttosto scarsi al momento. Penso che ciò renda impietoso il confronto con quello che purtroppo sta facendo il governo italiano.

Credo che la Turchia continuerà a mediare finché avrà margine per farlo, senza esporsi in modo decisivo. Mi pare, inoltre, che la Turchia non sia più così smaniosa di entrare all’interno dell’Unione Europea. Tuttavia, pur avendo ben compreso il peso economico dell’Eurasia, essa non può nel contempo ignorare la situazione reale cioè, non può non tenere conto dei forti investimenti manifatturieri dell’Occidente nel paese.

6) Possiamo immaginare un futuro in cui l’Europa si smarcherà dagli Stati Uniti per avvicinarsi al blocco euroasiatico?

6- La domanda parte da un presupposto non reale, poiché in Europa (intesa come UE) non esiste una politica estera o militare comune. Questo processo non si è verificato negli anni passati e non mi pare prossimo a realizzarsi. Oggi, abbiamo l’Europa della Germania e, in parte, della Francia, che tentano una via diplomatica e sono fortemente preoccupate per il futuro della loro manifattura, ma abbiamo anche l’Europa della Polonia e dei baltici, molto propensi ad aprire un conflitto militare diretto con la Russia. Non escludo che potremmo trovarci dinanzi alla fine dell’unipolarismo Usa e alla chiusura dei trent’anni successivi alla caduta del muro di Berlino e al crollo dell’Unione Sovietica. Vale anche la pena notare come, in Italia il primo Governo Conte – che per inciso io non ho votato – in merito alla politica commerciale, avesse creato degli ottimi rapporti con la Federazione Russa e con la Cina pur rimanendo all’interno di una politica atlantista.

Se la guerra rischia di diventare uno scacco matto per la NATO

La guerra in Ucraina sta velocizzando dinamiche che fino a poche settimane fa sembravano solo in potenza.

Gli Stati Uniti stanno tentando di reagire violentemente (e la propaganda martellante lo conferma) alla tendenza storica di un mondo multipolare. Al contempo, vedendo alto il rischio di isolamento globale stanno cercando in ogni modo di riallacciare i rapporti con paesi produttori di petrolio (Venezuela e Iran) dopo anni di minacce e prevaricazioni. L’Europa (geografica e non l’Unione Europea) sembra la vittima sacrificale di questo tentativo quasi disperato di respingere le nuove potenze. Le sanzioni alla Russia isolano l’Unione Europea (e i vicini, come la Svizzera) economicamente, energeticamente e politicamente, dalla Russia, dalla sfera ex sovietica e dall’Asia. L’Europa diventa la vera economia chiusa, in balia della propaganda, in crisi demografica e politica, con la guerra alle porte, povera di risorse e piena di debiti. La dipendenza europea dagli Stati Uniti, se queste condizioni dovessero perdurare, è completa e inevitabile.

Al contempo, il tentativo degli USA di coinvolgere la Cina (con scarso esito) nella condanna alla Russia, mostra anche la fragilità del tentativo unipolare.

Gli Stati Uniti non possono farcela da soli, se India, Iran, Pakistan e Cina non condannano in modo netto la Russia, le sanzioni rischiano di fare molto meno male di quanto avrebbero potuto.

Si arriva qui alla vera sorpresa: Pakistan e India, in modi molto differenti stanno avendo un atteggiamento molto meno ostile verso la Russia rispetto a quanto desiderato dagli occidentali. Il rischio che il blocco del subcontinente (sempre diviso e conflittuale) subisca il richiamo della collaborazione inter-asiatica è reale.

Tutti i progetti di integrazione regionale in Asia stanno procedendo spediti. L’Iran, proprio in questi giorni, sta rinsaldando la propria vicinanza alla Russia; così come la Siria.

India e Pakistan che per estensione, nucleare e demografia sono già delle aspiranti potenze, nonostante le loro storiche divisioni, iniziano a risentire del richiamo geopolitico delle organizzazioni regionali. Anche i paesi ASEAN stanno lentamente subendo questo richiamo.

Il nucleo duro Russia, Cina e Iran può diventare il cuore di un centro di gravità geopolitico attorno a cui si ritroveranno alcuni paesi asiatici o dell’ex blocco sovietico.

La partecipazione dell’India, ancora più che il Pakistan, a un progetto simile non potrebbe che concludere il quadrato.

La sfida asiatica al futuro è aperta e la collaborazione sembra prevalere sul conflitto.

Tempi e strategie secondo la stampa occidentale (ovvero della dissociazione dalla realtà)

Sentendo i giornalisti europei sembrerebbe che la Russia abbia davanti un conflitto lunghissimo e sanguinario: non averlo concluso in una settimana sarebbe un enorme insuccesso.

Come al solito, la macchina della propaganda NATO è all’opera e mistifica la realtà dei fatti. L’Ucraina è stata già più volte (ri)conquistata dai russi/sovietici nel corso del ‘900, in modo stabile e mai in pochi giorni.

Presentare oggi, la normale lunghezza del conflitto come un prolungamento fallimentare dello stesso è non solo falso, ma anche inutile da un punto di vista umanitario.

L’Occidente, l’UE e i governi NATO si rendono complici del prolungamento del conflitto da parte ucraina, creando la falsa percezione di un possibile successo, ma la realtà è che senza un aiuto esterno (che tutti hanno negato) l’Ucraina non ha nessuna possibilità di resistere alla Russia.

Si sente parlare di rischi nucleari, come se i russi volessero scatenare un incidente nucleare che colpirebbe la popolazione civile tra 15 anni e che riguarderebbe buona parte dei territori russi (Mosca inclusa), più che Unione Europea e NATO.

Non sento invece parlare dei laboratori biologici ucraini, finanziati dagli Stati Uniti, dove invece si stavano costruendo veramente armi biologiche letali, potenzialmente pericolose (specie se affidate a uno stato fantoccio mafioso e para-nazista come quello ucraino dopo il 2014). Non sento parlare dei rischi che l’Ucraina ottenesse la bomba atomica o delle pericolose richieste di una no fly zone che metterebbe direttamente a confronto Russia e NATO.

I russi stanno vincendo e vinceranno questa guerra, non in giorni, ma in settimane e mesi e lo sapevano benissimo da prima di iniziarla. La stessa stampa si tradisce parlando di mercenari assoldati dal Cremlino, in tutto il Medio Oriente, fino ad ottobre (ammesso che la notizia sia reale e non l’ennesima bolla informativa).

L’altra grande notizia è quella dell’intervento russo in Moldavia/Transnistria. La repubblica separatista sarebbe il nuovo Donbass, Putin prevedrebbe (e la Bielorussia con un errore pacchiano lo direbbe al mondo intero) una nuova guerra e annessione.

Ovviamente, non dispongo di nessuna informazione speciale al riguardo, ma posso procedere con la logica. Al momento, in Moldavia le ostilità tra separatisti e governo centrale non hanno raggiunto in nessun caso il picco di violenza presente in Ucraina dal 2014. I cittadini russi o russofoni (almeno fino ad ora) non hanno subito nessuna discriminazione speciale. La stessa Moldavia ha reso più concreta la spinta verso l’UE solo in questi giorni di propaganda e la Transnistria è saldamente sorvegliata da soldati russi presenti da anni. La situazione (almeno superficialmente) sembra ben più pacifica. Salvo inutili provocazioni moldave o NATO, non mi preoccuperei molto di quel confine, penserei piuttosto alla Georgia* come area di tensione, ma le truppe russe, per il momento, sono ben lontane…

*Abcazia e Ossezia meritano un post a parte, per la lunga storia e il rischio di genocidio (da parte georgiana) che quei popoli corrono.

Perché la Cina non intende rimpiazzare gli Stati Uniti d’America

La Cina NON è interessata al dominio o all’egemonia mondiale. La Repubblica Popolare Cinese si oppone fermamente all’unilateralismo e all’egemonia in ogni sua forma, come ribadito più volte da fonti ufficiali. I media occidentali sfruttano la crescente forza della Cina per far sembrare che voglia sfidare gli Stati Uniti d’America; tuttavia, anche se la Cina diventasse, in questo stesso istante, la nazione più potente del mondo, il suo rapporto con le altre nazioni non cambierebbe. La Repubblica Popolare non instaurerebbe nulla di simile al colonialismo dell’Impero britannico o all’egemonia degli Stati Uniti. I paesi dell’anglosfera proiettano sulla Repubblica Popolare un modello coloniale-egemonico estraneo alla storia cinese e ben presente, invece, nella cultura anglosassone.

La Cina non vuole competere con gli Stati Uniti per il dominio di un bel nulla. Il Partito Comunista Cinese, al contrario, insiste su un percorso pacifico di ascesa, ben diverso dalla traiettoria delle potenze tradizionali e insiste sulla coesistenza pacifica e sulla cooperazione con tutti gli altri paesi del mondo. La storia millenaria del popolo cinese spiega nitidamente come un paese egemonico prima o poi è destinato a decadere. Lo sviluppo cinese è pensato per il bene del popolo, per avere una vita più felice e non per sconfiggere qualcuno.

La vera domanda che gli Stati Uniti devono porsi è se possono accettare l’ascesa pacifica di un paese con un sistema sociale differente.

Purtroppo, sembra che allo stato attuale gli Stati Uniti non possano accettarlo. Questo è il motivo per cui la stampa e i media rintuzzano la teoria della minaccia cinese, cercando uno scopo contro un nemico immaginario a cui dare la colpa del malcontento interno.

Molti paesi soffrono da decenni il ruolo globale degli Stati Uniti. Questi paesi si schiereranno con la Cina come forza contro l’egemonia unilaterale. Gli Stati Uniti hanno provocato conflitti e infranto le regole internazionali. Il nuovo sviluppo tecnologico, le telecomunicazioni, internet, hanno reso il mondo un posto più piccolo, nessun paese può pensare di detenere un’egemonia unilaterale basata sulla prepotenza.

I nodi prima o poi verranno al pettine, ma non per colpa della Cina.

La teoria della dipendenza e la Cina

La teoria della dipendenza è nata in America Latina a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del ‘900. Questa teoria risponde a delle criticità dello sviluppo sud americano mescolando le caratteristiche tematiche marxiste con quelle dell’analisi sociologica.

Gli economisti e i sociologi ad essa interessati, volevano analizzare l’iniquità dei rapporti produttivi tra America Latina e mondo capitalista avanzato (America del Nord e Europa occidentale).

I postulati di questa teoria sono che:

1. Le nazioni ricche vogliono mantenere un rapporto diseguale in ambito economico, culturale e politico con gli altri paesi.

2. Le nazioni povere forniscono alle nazioni ricche risorse, manodopera economica e un mercato per i prodotti di scarto non vendibili nei paesi più ricchi.

3. Le nazioni ricche cercano di perpetrare nel tempo la situazione di iniquità, occupando ogni spazio possibile dell’immaginario, dalla politica allo sport. Lo scopo è creare un immaginario in cui chi detiene il potere è metro per il resto del mondo.

4. Le nazioni ricche cercano di contenere con la forza ogni tentativo di emancipazione.

Questa scuola entrò progressivamente in crisi, tuttavia le sue analisi rimangono ancora oggi attuali.

L’atteggiamento dell’Occidente rispetto la Cina e i fatti interni cinesi sembra impregnato di pregiudizio. Il modello cinese viene costantemente ridotto a nulla, messo in ridicolo, demonizzato.

Si tenta in ogni modo di mostrare la Cina come arretrata, produttrice di prodotti secondari e di cattiva qualità. I telefoni Xiaomi vengono fatti passare come la “Apple cinese” sottintendendo di seconda qualità e dimenticando, invece, l’enorme successo in ambito di creativitá (a costi decisamente più competitivi) che il gruppo Xiaomi sta, ad esempio, raggiungendo.

Il cinema o la musica cinesi sono ridicolizzati (trattamento non riservato a attori o cantanti pop giapponesi e coreani, ad esempio).

La Cina mostra a molti paesi sudamericani, africani e mediorientali che un’alternativa è possibile e che aiutare la propria industria nazionale può portare un paese a svilupparsi in modo autonomo rispetto gli standard economici dell’Occidente.

Uno dei maggiori esponenti della teoria della dipendenza Samir Amin ha sostenuto, inoltre, che l’Europa dovrebbe distaccarsi dagli Stati Uniti d’America e optare per un avvicinamento a Cina, Russia e Africa con cui dovrebbe costruire un blocco contrapposto al disegno egemonico di Washington. Un precursore della Nuova Via della Seta?

L’utilità di analisi tra questa corrente e la contemporanea situazione economica mondiale ci permette di avere un metro di giudizio occidentale e marxista, che allinei le nostre esigenze a quelle cinesi.

Proprio l’esperienza cinese mostra l’importanza di costruire un socialismo con caratteristiche nazionali, ma che non perda di vista l’internazionalismo e la lotta per la giustizia sociale. In questi termini, la teoria della dipendenza potrebbe costituire sia un valido strumento di lettura della realtà cinese, sia una valida possibilità per teorizzare un nuovo socialismo occidentale, non contrapposto ma in collaborazione con quello cinese.

La Cina, a differenza degli USA, non ha sprecato un solo cent in guerre, parola di Jimmy Carter

Era il 2019 e alla presidenza degli Stati Uniti era ancora comodamente D. Trump.

Il presidente in carica ebbe un confronto con l’ex presidente J. Carter sulla Repubblica Popolare Cinese. Trump era irritato e preoccupato dalle previsioni che davano la Cina prima potenza economica mondiale nel 2030. Il superamento degli USA suonava come inaccettabile all’allora inquilino della Casa Bianca (e all’attuale, a giudicare dalle azioni).

La risposta di Carter rivelò tuttavia un punto focale delle differenze tra Cina e Stati Uniti e dei diversi ruoli che i due paesi vogliono avere nel mondo.

Carter notò come la Cina non avesse sprecato denaro e avesse ben investito in infrastrutture moderne i propri fondi pubblici:

Dal 1979, sai quante volte è stata in guerra con qualcuno la Cina? (…) Nessuna. Mentre noi siamo rimasti in uno stato di guerra continua. Gli Stati Uniti hanno goduto di soli 16 anni di pace nei loro 242 anni di storia (…) Rendendoci la nazione più bellicosa nella storia (…) Per la tendenza a costringere altre nazioni ad adottare i nostri principi americani (…) Gli Stati Uniti hanno sprecato, suppongo, 3 trilioni di dollari in spese militari (…) La Cina non ha sprecato un solo centesimo in guerra, ed è per questo che sono davanti a noi. In quasi tutto!

Le parole dell’ex Presidente degli Stati Uniti (20 gennaio 1977 – 20 gennaio 1980) sono arrivate nel 2019, proprio nella ricorrenza dell’apertura quarantennale tra Stati Uniti d’America e Repubblica Popolare Cinese, che fu lui stesso a condurre. Carter giustifica la sua scelta, notando come non fu la normalizzazione dei rapporti a permettere la crescita cinese, ma la corretta gestione economica: “Sapete quante ferrovie ad alta velocità ci sono in Cina? 18.000 miglia. Sapete quante in questo paese? Zero!“.

Un ex presidente degli Stati Uniti nota come la Cina, negli ultimi decenni, non ha condotto guerre, non ha condotto una politica estera offensiva, non ha avuto la tendenza a imporre i propri valori altrove e ha gestito la propria economica in modo eccellente investendo in infrastrutture e migliorando il tenore di vita della popolazione. Oggi la Cina è integrata nel tessuto economico mondiale, di cui costituisce il motore, permettendo a molti paesi in via di sviluppo di uscire dalla dipendenza verso le ex potenze coloniali e a noi in Occidente di beneficiare di un’economia mondiale ancora stabile.

Così mentre gli Stati Uniti impongono sanzioni, alzano la tensione, bombardano, occupano, minacciano, la Cina si impegna per un futuro condiviso in pace e armonia con tutti i popoli del mondo.