La Cina e il futuro del mondo

Nessuno – men che meno io – può prevedere ciò che accadrà in futuro.

Negli anni ‘80, scrittori, giornalisti e politici statunitensi (e non solo) prevedevano il superamento del Giappone in ambito economico sugli Stati Uniti d’America.

La storia ci dimostra che quelle previsioni, all’epoca molto diffuse e tutto sommato ragionevoli erano errate, per una serie di motivi che nessuno poteva immaginare. Di lì a pochi anni il Giappone fu investito da una crisi economica che portò il paese a rallentare drasticamente i ritmi di crescita; mentre gli Stati Uniti d’America con l’arrivo dell’economia digitale vedevano crescere infinitamente le proprie prospettive. Il Giappone, pur avendo un potenziale enorme in ambito tecnologico e informatico, non riuscì a cogliere questo treno alla velocità con cui lo presero gli Stati Uniti. Fattori demografici, la fine della Guerra Fredda e una crisi monetaria che colpì tutta l’Asia Orientale fecero il resto.

La storia del Giappone (anche se non dobbiamo dimenticare che parliamo ancora di oggi di uno dei paesi più ricchi e avanzati del mondo) ci mostra chiaramente che non basta avere un grande potenziale e una popolazione preparata e laboriosa per ‘riuscire’.

Eppure, personalmente sono convinto che il caso cinese sia completamente diverso.

La Cina può contare su una serie di fattori differenti:

1- Il numero di abitanti, la Cina ha una popolazione maggiore a 1 miliardo di abitanti, il Giappone può contare poco più di 100 milioni di abitanti (gli USA possono oltre 329 milioni di abitanti).

2- Il potenziale economico del Giappone al momento del supposto superamento era già raggiunto. La Cina ha cominciato solo nell’ultima decade a non puntare più sull’export massimo, ma su qualità dei prodotti, innovazione, alta tecnologia e mercato interno. Il potenziale economico cinese è ben lontano dall’essere raggiunto.

3- La Cina sta esportando capitali in tutto il mondo, in modo molto più massivo rispetto al Giappone, associando anche un’azione diplomatica. Questo punto va idoneamente spiegato: non si intende dire che la Repubblica Popolare stia effettuando operazione neocoloniale (come suggerisce in cattiva fede la stampa occidentale), ma che la Cina non avendo perso la II Guerra Mondiale e non avendo truppe di occupazione sul proprio territorio (mentre il Giappone è costellato di basi statunitensi) può contare su una maggiore libertà di azione in politica estera e negli accordi. Facendo un esempio pratico, il prestito fatto dalla Cina a Trinidad e Tobago, a ottime condizioni per il contraente, non sarebbe stato nemmeno lontanamente immaginabile offerto dal Giappone. Il Giappone non avrebbe potuto in alcun modo sfidare l’egemonia economica USA o degli organi internazionali ad essa soggetti.

4- La Repubblica Popolare sta investendo in settori che rappresentano il futuro, spesso dettando la linea (esplorazione spaziale, fusione nucleare, energie verdi, computer quantistici); il Giappone in ambito tecnologico, non è certo un paese secondario, tuttavia, almeno all’apparenza la creatività non è il forte delle aziende nipponiche. Basti pensare a uno dei settori economici maggiormente in crescita oggi: i social. Nessun grande azienda mondiale di social è oggi giapponese o è stata creata in Giappone.

5- Il Giappone ha contro tanti stati indignati per le azioni del passato (cinesi, coreani, gli stessi statunitensi…); la Cina può perdere colpi per la propaganda avversa o per invidia, ma rispetto al tentativo di egemonizzare l’intero Estremo Oriente con bombardamenti, genocidi, esperimenti su esseri umani, stupri, rastrellamenti, campi di concentramento e massacri, il confronto in negativo non regge minimamente.

6- Le comunità cinesi d’oltremare sparse in tutta l’Asia Orientale, dal Vietnam a Singapore. Queste comunità sono rimaste in contatto con la madrepatria e oggi sono desiderose di contribuire al successo della Repubblica Popolare in ogni ambito. Questi cittadini spesso costituiscono dei ponti economici, commerciali e politici tra la Cina popolare e i governi dell’area.

7- Il socialismo di mercato cinese, rivelatosi allo stato attuale la vera sorpresa. Nonostante, in Occidente, si diffondesse negli anni ’90 la vulgata della morte del marxismo, ad oggi il socialismo in Oriente è più che mai vivo. Xi Jinping in un recente testo ha detto che il marxismo sta vincendo la competizione ideologica globale. Il sistema, coniugando il marxismo e il mercato, cerca di sviluppare il potenziale dei vari attori economici a vantaggio della comunità, ottenendo dei risultati impensabili tanto nel vecchio socialismo reale, quanto nelle società neoliberiste (soggette sì, a rapidi cicli di crescita, ma anche a brusche frenate e crisi monetarie o del debito).

La teoria della dipendenza e la Cina

La teoria della dipendenza è nata in America Latina a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del ‘900. Questa teoria risponde a delle criticità dello sviluppo sud americano mescolando le caratteristiche tematiche marxiste con quelle dell’analisi sociologica.

Gli economisti e i sociologi ad essa interessati, volevano analizzare l’iniquità dei rapporti produttivi tra America Latina e mondo capitalista avanzato (America del Nord e Europa occidentale).

I postulati di questa teoria sono che:

1. Le nazioni ricche vogliono mantenere un rapporto diseguale in ambito economico, culturale e politico con gli altri paesi.

2. Le nazioni povere forniscono alle nazioni ricche risorse, manodopera economica e un mercato per i prodotti di scarto non vendibili nei paesi più ricchi.

3. Le nazioni ricche cercano di perpetrare nel tempo la situazione di iniquità, occupando ogni spazio possibile dell’immaginario, dalla politica allo sport. Lo scopo è creare un immaginario in cui chi detiene il potere è metro per il resto del mondo.

4. Le nazioni ricche cercano di contenere con la forza ogni tentativo di emancipazione.

Questa scuola entrò progressivamente in crisi, tuttavia le sue analisi rimangono ancora oggi attuali.

L’atteggiamento dell’Occidente rispetto la Cina e i fatti interni cinesi sembra impregnato di pregiudizio. Il modello cinese viene costantemente ridotto a nulla, messo in ridicolo, demonizzato.

Si tenta in ogni modo di mostrare la Cina come arretrata, produttrice di prodotti secondari e di cattiva qualità. I telefoni Xiaomi vengono fatti passare come la “Apple cinese” sottintendendo di seconda qualità e dimenticando, invece, l’enorme successo in ambito di creativitá (a costi decisamente più competitivi) che il gruppo Xiaomi sta, ad esempio, raggiungendo.

Il cinema o la musica cinesi sono ridicolizzati (trattamento non riservato a attori o cantanti pop giapponesi e coreani, ad esempio).

La Cina mostra a molti paesi sudamericani, africani e mediorientali che un’alternativa è possibile e che aiutare la propria industria nazionale può portare un paese a svilupparsi in modo autonomo rispetto gli standard economici dell’Occidente.

Uno dei maggiori esponenti della teoria della dipendenza Samir Amin ha sostenuto, inoltre, che l’Europa dovrebbe distaccarsi dagli Stati Uniti d’America e optare per un avvicinamento a Cina, Russia e Africa con cui dovrebbe costruire un blocco contrapposto al disegno egemonico di Washington. Un precursore della Nuova Via della Seta?

L’utilità di analisi tra questa corrente e la contemporanea situazione economica mondiale ci permette di avere un metro di giudizio occidentale e marxista, che allinei le nostre esigenze a quelle cinesi.

Proprio l’esperienza cinese mostra l’importanza di costruire un socialismo con caratteristiche nazionali, ma che non perda di vista l’internazionalismo e la lotta per la giustizia sociale. In questi termini, la teoria della dipendenza potrebbe costituire sia un valido strumento di lettura della realtà cinese, sia una valida possibilità per teorizzare un nuovo socialismo occidentale, non contrapposto ma in collaborazione con quello cinese.

L’Asia è la grande sfidante dell’ordine capitalista mondiale

I recenti fatti kazaki non fanno che confermare quanto emerso con sempre maggiore forza negli ultimi anni. I successi economici e sociali del Repubblica Popolare Cinese (la cui sfida al capitalismo ormai è ad ogni livello); la reazione russa alla continua espansione della NATO; la nascita e l’effettiva attivazione di tre grandi organizzazioni internazionali destinate ad essere protagoniste del futuro globale:

  • Il RCEP che include nazioni dell’Estremo Oriente e dell’Oceania: i paesi ASEAN (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia, Vietnam), Repubblica Popolare Cinese, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. L’accordo, di cui abbiamo già parlato qui nel nostro blog, creerà una crescita consistente in tutta la regione e avrà effetti su tutta l’economia mondiale.
  • l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, ovvero il gruppo di paesi intervenuto in aiuto delle autorità kazake e composto da soli paesi ex sovietici per ora: Armenia, Russia Bianca, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e alla cui adesione si è dichiarato interessato l’Iran (in tal caso, sarebbe il primo paese non ex sovietico ad aderire).
  • L’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, che ha già siglato un accordo di intesa con la precedente Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e di cui fanno parte: Repubblica Popolare Cinese, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India, Pakistan e Iran.

Ciò che accomuna queste tre grandi organizzazione è che tutte ruotano attorno a dei rivali geopolitici e strategici degli Stati Uniti e gli assi portanti sono la Cina e la Russia (fatta eccezione forse per la prima, a cui partecipano anche alleati occidentali come Australia e Giappone).

Anche in questo caso le ultime due si fanno notare per l’interesse dell’Iran, altro paese notoriamente rivale dell’ordine egemonico occidentale e neoliberista. Il coinvolgimento dell’India all’Organizzazione di Shangai, lascia ipotizzare scenari futuribili.

Vero, infatti, che la repubblica indiana rimane un saldo alleato degli Stati Uniti nella regione, ma è anche vero che in passato l’India e la Cina e soprattutto, l’India e l’Unione Sovietica ebbero discreti periodi di intesa e collaborazione.

La stessa ASEAN è riuscita a raggruppare al suo interno tipologie di paesi quanto mai diversi tra loro e in passato rivali (basti pensare all’adesione di Thailandia, Vietnam, Cambogia e Laos). La diffusa vulgata che il Partito Comunista Vietnamita preferirebbe Washington a Pechino, non trova al momento alcuna conferma nei fatti: non mancano incomprensioni e tensioni nell’area e una rivalità storica tra i due paesi incide sicuramente, tuttavia al contempo il Vietnam è paese ancorato al socialismo e vicino ai paesi che combattono l’imperialismo e il capitalismo (basti pensare alla sincera collaborazione tra Vietnam e Cuba, periodicamente riconfermata dai partiti comunisti al governo).

Giova ricordare che l’Asia è il continente più grande e più popolato del mondo, in esso coesistono stati, storie, culture e vive un numero enorme di persone. La costruzione di un mondo multipolare, di pace e equilibrio è fondamentale al nostro futuro condiviso su questo mondo.

L’innovazione tecnologica (basti pensare alla presunta corsa allo spazio asiatica per info qui) e la crescita economica garantita dai paesi del continente rimane un caposaldo del nostro futuro. La costruzione di un mondo multipolare e che rispetti le diversità è parte di un più generale cambiamento che riguarderà tutti i paesi del mondo e che, al momento, è l’unica possibilità per lo sbocciare di tanti socialismi, quante sono le tradizioni presenti nel nostro paese.

Perché la Cina è un modello positivo a livello globale

La Repubblica Popolare Cinese rappresenta un modello di sviluppo positivo per il mondo, nonostante (e soprattutto per) la propaganda occidentale.

La Repubblica Popolare mostra a paesi non europei un modello di sviluppo alternativo a quello occidentale. L’area estremo orientale (Cina, Corea del Sud, Giappone, Singapore) mostra come una serie di caratteristiche permettano anche ai paesi non di cultura occidentale l’uscita dalla povertà e dal colonialismo culturale dell’OCSE.

Il Giappone, avendo sposato più di un secolo fa, tutte le soluzioni proposte dall’Occidente e utilizzato questo potenziale per diventare a sua volta potenza coloniale prima e durante la II Guerra Mondiale è in parte escluso da questa valutazione.

Ad oggi, la Cina mostra non solo un modello di sviluppo per i più poveri della Terra, ma anche una via di uscita al liberalismo occidentale che ammantandosi di parole come democrazie e diritti copre un sistema sociale ingiusto e sempre più chiuso su se stesso.

La Cina ci ricorda che, nonostante il nichilismo abbia preso a un certo punto il sopravvento nella storia di Europa (e derivati), questo non è accaduto in modo uniforme in tutto il mondo.

La storia non è finita nel 1994, come predicevano gli alfieri del liberalismo classico. La democrazia degli Stati Uniti d’America non è destinata a governare indiscussa tutto il mondo, il capitalismo e un certo rapporto con la natura e con la tecnica, con il corpo o con il sacro non saranno il destino comune di tutta l’umanità.

Dopo una grande ubriacatura ideologica collettiva ci siamo risvegliati in un mondo diverso, costruito sui debiti e sullo sfruttamento, in cui le generazioni successive vivranno peggio delle precedenti, in cui l’ecosistema non è più in grado di rimpiazzare le risorse che stiamo distruggendo voracemente.

La cultura del tutto e subito, la cultura della libertà data dal denaro (e solo da quello), la cultura del lavoro salariato e alienato, ha preso il sopravvento su settori sempre più grandi di popolazione europea e nordamericana, proprio mentre i media ci raccontavano un mondo fatto di conoscenza, fibra ottica, nomadi digitali. Ci spacciavano la libertà della new economy e si dimenticavano di dirci che sempre più persone restavano a casa senza un lavoro, senza un contratto, senza un posto fisso. Piano piano, tutto questo è stato fatto passare come noioso o non necessario, dimenticando di dire che l’essere umano è un animale gregario e che vive in comunità, che alleva i propri cuccioli per anni: che per vivere, essere sereni e prosperare abbiamo bisogno di certezze e organizzazione sociale, di libertà e creatività, ma anche di un gruppo coeso e che preveda degli strumenti di tutela sociale per tutti.

L’essere umano non è il capitalismo, l’essere umano non è la lotta e la sopravvivenza del più forte, questa è una mitologia spacciata dai ricchi negli ultimi cento anni come “verità”; l’essere umano è un animale cooperativo, gregario e sociale che cura i piccoli, gli ammalati, i deboli e gli anziani del gruppo. Questo ci rende felici e ci ha reso intelligenti evolutivamente.

L’unione tra Cina e Tibet ha dei precedenti storici?

Dal 618 dell’era volgare all’842, il Tibet fu governato da un impero autoctono. Era uno stato molto potente ed esteso che poteva rivaleggiare con i Tang cinesi. Prima di questo, l’altopiano tibetano era frammentato in diversi potentati.

Tra l’842 e il 1207, il Tibet era frammentato in vari regni di piccole dimensioni. Si trattò di un periodo di caos, con rivolte e guerre. L’instabilità politica permeava la regione e nessun stato riesce ad affermarsi.

A partire dal 1207, le invasioni mongole riunificarono, nell’arco di alcuni decenni la regione. I Mongoli riorganizzarono il Tibet, lo pacificarono e dopo essersi convertiti al lamaismo (il buddhismo tibetano) affidarono sempre più potere al clero buddhista. Nel 1260, il lamaismo assunse grande importanza presso la corte mongola e i lama furono scelti come precettori dei futuri imperatori.

Nel 1279, i mongoli conquistarono anche la Cina. L’impero mongolo pur essendo composto da ottimi guerrieri, non era composto da buoni amministratori, si preferiva perciò lasciare grande autonomia alle popolazioni conquistate e le si lasciava libere di mantenere la precedente organizzazione politica. Il Tibet e la Cina, tra il 1279 e il 1368, durante la dinastia Yuan (di origine mongola appunto), pur conservando parte della precedente struttura amministrativa furono unite in unico stato e governati da uno stesso monarca.

Negli anni ’50 del ‘300, i lama tibetani raggiunsero l’indipendenza e nel 1368, la dinastia Ming, partita dal Sud, riuscì a respingere il dominio mongolo dalla Cina. Il nuovo potere lamaista in Tibet e la nuova dinastia cinese trovarono un accordo: il Tibet avrebbe versato un tributo periodico al governo cinese, in cambio del riconoscimento onorifico di “diffusori del buddhismo”, riservato alla scuola religiosa lamaista che in quel momento governava la regione.

Fino al 1640, la situazione tra Cina e Tibet rimase stabile. La Cina continuò a considerare il Tibet un territorio del proprio impero, destinando funzionari e militari alla regione; tuttavia le scuole religiose e i clan familiari tibetani continuarono a combattersi per la supremazia. Per trecento anni, il Tibet fu formalmente uno stato tributario cinese, ma di fatto diviso in tante fazioni in lotta tra loro.

Nel 1642, su invito della scuola lamaista gelug, i mongoli tornarono in Tibet. La scuola sconfisse così tutti i suoi rivali e stabilì una teocrazia con a capo il Dalai Lama. Il sovrano mongolo si vide, invece, riconosciuto come re del Tibet (titolo per lo più formale). I Ming, alle prese con minacce da Nord, abbandonarono il Tibet.

Il controllo mongolo divenne nei decenni sempre più blando e tra il 1717 e il 1719, gli Zungari una popolazione centro-asiatica di etnia mongola prese il controllo del Tibet.

Le violenze dei nuovi invasori furono tali da spingere le autorità religiose tibetane a richiedere l’intervento cinese. In Cina, intanto si era affermata la nuova dinastia Qing, di origine manciù (una popolazione nomade del Nord). I Qing inviarono aiuto immediato ai tibetani, cacciando gli Zungari e imponendo un super-visore cinese a Lhasa. Gli emissari cinesi furono molto attivi anche nella nomina dei Dalai Lama e dei Panchen Lama. Il Tibet conservava una larga autonomia sotto il controllo del clero buddhista, ma era considerato parte indiscutibile dell’Impero Cinese. Sul finire del’800, gli inglesi, attraverso l’India, fecero vari tentativi di incitare la popolazione locale e il clero buddhista alla rivolta, ma non ottennero grandi risultati.

Nel 1912, con la fine della dinastia Qing, la Cina diventò una repubblica e vi fu un periodo di caos. Il bisogno di organizzare il nuovo stato, la successiva lotta tra comunista e nazionalisti e l’invasione giapponese non permisero un effettivo controllo sul Tibet da parte cinese. Tanto i mongoli, quanto i tibetani provarono ad affrancarsi dalla Cina: i primi optarono per un avvicinamento all’Unione Sovietica e ottennero l’indipendenza; i secondi, invece, furono ondivaghi. I lama detenevano il potere, ma le autorità diedero sull’indipendenza pareri discordanti.

La fine della Seconda Guerra Mondiale e della guerra civile nel 1949, con la vittoria comunista, permisero di cominciare a riorganizzare la Cina. Nel 1951, tibetani e cinesi giunsero a un accordo: il Tibet avrebbe conservato la sua autonomia e il Dalai Lama, adattandosi al socialismo, avrebbe potuto conservare parte della sua autorità. Il governo tibetano sarebbe rimasto in piedi e le riforme socialiste sarebbero state introdotte gradualmente nella regione. Nel 1959, su istigazione dei servizi segreti statunitensi, parte del clero buddhista organizzò una rivolta che mirava alla secessione del Tibet. La Cina riuscì a contenere queste istanze separatiste e reazionarie, ma le incomprensioni tra le parti esplosero: il Dalai Lama e parte del clero buddhista fuggirono in India e le riforme verso il socialismo nella regione furono portate avanti con maggiore decisione.

Il governo tibetano e il Dalai Lama che, nel 1951, avevano concordato con le autorità cinesi l’unificazione tra i due paesi e la graduale applicazione del socialismo, su spinta occidentale ripudiarono gli accordi precedenti. Una parte del clero tibetano e del precedente governo, al contrario, decisero di rimanere in Tibet e di contribuire allo sviluppo della regione.

L’area del RCEP è il motore economico mondiale

Il RCEP o Partenariato Economico Globale Regionale è stato varato il 15 novembre del 2020. A più di un anno di distanza si possono tirare le somme sulla sua esistenza e sul suo peso.

I membri del partenariato sono: i paesi ASEAN, Cina, Corea del Sud e Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Il governo indiano ha annunciato la non partecipazione al progetto nel 2019, nonostante i paesi ASEAN avessero allargato l’invito al paese.

Le particolarità del RCEP sono molte, il PIL sommato di tutti i paesi membri lo rende l’area di libero scambio con il PIL maggiore al mondo (UE inclusa); ad esso partecipano tre delle maggiori economie asiatiche (Cina, Giappone e Corea del Sud); e si tratta del primo trattato di questo tipo a cui la Repubblica Popolare Cinese ha preso parte.

Nonostante, lo spostamento dell’asse economico mondiale verso Est fosse già in corso, il RCEP è stato un elemento di velocizzazione in questo senso. Inoltre, la maggiore circolazione economica e commerciale, ad esso dovuta, ha attenuato gli effetti della pandemia di COVID-19. Il RCEP coinvolgendo vari paesi, a loro volta legati tramite altri trattati ad altre aree economiche, ha direttamente e indirettamente stimolato tutta l’economia mondiale. Proprio la pandemia e il timore di una recessione globale ha spinto i paesi partecipanti a concludere l’accordo, dopo otto anni di trattative. Il peso dell’accordo è enorme coinvolgendo paesi che sommati hanno: 2.2 miliardi di abitanti, il 30% del PIL mondiale, 27.4% del commercio mondiale, il 50% della produzione manifatturiera mondiale, il 50% della produzione automobilistica mondiale, il 70% della produzione elettronica mondiale.

Decisivo il ruolo della Repubblica Popolare Cinese al progetto, non solo per l’enorme peso del PIL o della demografia, ma anche per il grande significato storico di questa partecipazione. Paesi rivali come Australia e Nuova Zelanda (solitamente allineati a posizioni sinofobiche di Stati Uniti e Regno Unito) partecipano al fianco di paesi socialisti come Cina, Laos o Vietnam.

Gli Stati Uniti non solo non partecipano al progetto, ma si sono anche in parte fatti indietro da altri grandi accordi inerenti la stessa area (il TPP: Partenariato Trans-Pacifico). Al contrario, secondo gli analisi, Cina e Giappone sono i paesi che avranno le migliori ripercussioni dalla partecipazione all’accordo. Tra i partecipanti è previsto un generale impatto positivo su PIL, capacità di attirare investimenti e esportazioni. L’accordo pur escludendo l’agricoltura, elimina oltre l’85% dei dazi commerciali tra i paesi membri. Nonostante, possa sembrare poca cosa per otto anni di trattative e uno di applicazione, dobbiamo pensare alla grande diversità economica tra i membri: paesi molto ricchi, paesi intermedi e paesi poveri, tutti con esigenze specifiche.

Il peso della Cina nell’accordo è dato anche dagli stretti rapporti tra la Repubblica Popolare e i paesi ASEAN (di cui la Cina è diventata nel 2020, il maggior partner commerciale). I benefici sono comunque regionali: i paesi ASEAN avranno un più facile accesso agli investimenti di Giappone e Corea del Sud, i quali troveranno sbocchi finanziari proprio nell’area; Australia e Nuova Zelanda si aprono a nuovi mercati, specie dopo il periodo di ritiro dal Pacifico della presidenza Trump e i rischi legati alla pandemia.