Se la guerra rischia di diventare uno scacco matto per la NATO

La guerra in Ucraina sta velocizzando dinamiche che fino a poche settimane fa sembravano solo in potenza.

Gli Stati Uniti stanno tentando di reagire violentemente (e la propaganda martellante lo conferma) alla tendenza storica di un mondo multipolare. Al contempo, vedendo alto il rischio di isolamento globale stanno cercando in ogni modo di riallacciare i rapporti con paesi produttori di petrolio (Venezuela e Iran) dopo anni di minacce e prevaricazioni. L’Europa (geografica e non l’Unione Europea) sembra la vittima sacrificale di questo tentativo quasi disperato di respingere le nuove potenze. Le sanzioni alla Russia isolano l’Unione Europea (e i vicini, come la Svizzera) economicamente, energeticamente e politicamente, dalla Russia, dalla sfera ex sovietica e dall’Asia. L’Europa diventa la vera economia chiusa, in balia della propaganda, in crisi demografica e politica, con la guerra alle porte, povera di risorse e piena di debiti. La dipendenza europea dagli Stati Uniti, se queste condizioni dovessero perdurare, è completa e inevitabile.

Al contempo, il tentativo degli USA di coinvolgere la Cina (con scarso esito) nella condanna alla Russia, mostra anche la fragilità del tentativo unipolare.

Gli Stati Uniti non possono farcela da soli, se India, Iran, Pakistan e Cina non condannano in modo netto la Russia, le sanzioni rischiano di fare molto meno male di quanto avrebbero potuto.

Si arriva qui alla vera sorpresa: Pakistan e India, in modi molto differenti stanno avendo un atteggiamento molto meno ostile verso la Russia rispetto a quanto desiderato dagli occidentali. Il rischio che il blocco del subcontinente (sempre diviso e conflittuale) subisca il richiamo della collaborazione inter-asiatica è reale.

Tutti i progetti di integrazione regionale in Asia stanno procedendo spediti. L’Iran, proprio in questi giorni, sta rinsaldando la propria vicinanza alla Russia; così come la Siria.

India e Pakistan che per estensione, nucleare e demografia sono già delle aspiranti potenze, nonostante le loro storiche divisioni, iniziano a risentire del richiamo geopolitico delle organizzazioni regionali. Anche i paesi ASEAN stanno lentamente subendo questo richiamo.

Il nucleo duro Russia, Cina e Iran può diventare il cuore di un centro di gravità geopolitico attorno a cui si ritroveranno alcuni paesi asiatici o dell’ex blocco sovietico.

La partecipazione dell’India, ancora più che il Pakistan, a un progetto simile non potrebbe che concludere il quadrato.

La sfida asiatica al futuro è aperta e la collaborazione sembra prevalere sul conflitto.

La teoria della dipendenza e la Cina

La teoria della dipendenza è nata in America Latina a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del ‘900. Questa teoria risponde a delle criticità dello sviluppo sud americano mescolando le caratteristiche tematiche marxiste con quelle dell’analisi sociologica.

Gli economisti e i sociologi ad essa interessati, volevano analizzare l’iniquità dei rapporti produttivi tra America Latina e mondo capitalista avanzato (America del Nord e Europa occidentale).

I postulati di questa teoria sono che:

1. Le nazioni ricche vogliono mantenere un rapporto diseguale in ambito economico, culturale e politico con gli altri paesi.

2. Le nazioni povere forniscono alle nazioni ricche risorse, manodopera economica e un mercato per i prodotti di scarto non vendibili nei paesi più ricchi.

3. Le nazioni ricche cercano di perpetrare nel tempo la situazione di iniquità, occupando ogni spazio possibile dell’immaginario, dalla politica allo sport. Lo scopo è creare un immaginario in cui chi detiene il potere è metro per il resto del mondo.

4. Le nazioni ricche cercano di contenere con la forza ogni tentativo di emancipazione.

Questa scuola entrò progressivamente in crisi, tuttavia le sue analisi rimangono ancora oggi attuali.

L’atteggiamento dell’Occidente rispetto la Cina e i fatti interni cinesi sembra impregnato di pregiudizio. Il modello cinese viene costantemente ridotto a nulla, messo in ridicolo, demonizzato.

Si tenta in ogni modo di mostrare la Cina come arretrata, produttrice di prodotti secondari e di cattiva qualità. I telefoni Xiaomi vengono fatti passare come la “Apple cinese” sottintendendo di seconda qualità e dimenticando, invece, l’enorme successo in ambito di creativitá (a costi decisamente più competitivi) che il gruppo Xiaomi sta, ad esempio, raggiungendo.

Il cinema o la musica cinesi sono ridicolizzati (trattamento non riservato a attori o cantanti pop giapponesi e coreani, ad esempio).

La Cina mostra a molti paesi sudamericani, africani e mediorientali che un’alternativa è possibile e che aiutare la propria industria nazionale può portare un paese a svilupparsi in modo autonomo rispetto gli standard economici dell’Occidente.

Uno dei maggiori esponenti della teoria della dipendenza Samir Amin ha sostenuto, inoltre, che l’Europa dovrebbe distaccarsi dagli Stati Uniti d’America e optare per un avvicinamento a Cina, Russia e Africa con cui dovrebbe costruire un blocco contrapposto al disegno egemonico di Washington. Un precursore della Nuova Via della Seta?

L’utilità di analisi tra questa corrente e la contemporanea situazione economica mondiale ci permette di avere un metro di giudizio occidentale e marxista, che allinei le nostre esigenze a quelle cinesi.

Proprio l’esperienza cinese mostra l’importanza di costruire un socialismo con caratteristiche nazionali, ma che non perda di vista l’internazionalismo e la lotta per la giustizia sociale. In questi termini, la teoria della dipendenza potrebbe costituire sia un valido strumento di lettura della realtà cinese, sia una valida possibilità per teorizzare un nuovo socialismo occidentale, non contrapposto ma in collaborazione con quello cinese.

La Cina, l’Africa e la collaborazione tra pari

“Mi complimento con il governo cinese per gli investimenti in Africa. Ringrazio la Repubblica popolare cinese per aver collaborato con lo Zambia.

Imprenditori zambiani e investitori cinesi lavorano insieme per una ricchezza condivisa. Zambiani e cinesi collaborano per il reciproco vantaggio. La cooperazione Zambia-Cina crea prosperità comune.

Accolgo con favore gli investitori cinesi che lavorano nella Repubblica dello Zambia. Per favore visitate lo Zambia.

Vi ringrazio,

Anna Zgambo
Cittadino dello Zambia
Località: Lusaka.”

Per l’Africa, la Cina è un’alternativa al controllo coloniale europeo

E’ stato pubblicato il libro bianco dei rapporti Cina – Africa dal titolo “Cina e Africa nella Nuova Era: un partenariato tra eguali”. Il testo analizza l’evoluzione del legame negli ultimi due decenni, mostrando come questa collaborazione sia stata improntata sull’eguaglianza e l’amicizia tra le parti. La stampa europea e nordamericana, cerca spesso di descrivere il rapporto sino-africano come basato sul debito, tuttavia questa lettura non tiene in alcun modo conto dell’enorme vantaggio commerciale ed economico che le popolazioni africane stanno avendo da questa collaborazione.

Presentare negativamente gli investimenti cinesi nella regione nasconde cattiva fede. Dopo secoli di intenso sfruttamento coloniale, le varie potenze (Stati Uniti d’America, Regno Unito e Francia in primis), vedono minacciato il loro primato grazie ad accordi più equi e spesso preferiti dai governi e dai cittadini.

Il neocolonialismo dei paesi OCSE/NATO non è più l’unica scelta. Sono passati gli anni in cui un manipolo di paesi si riuniva per decidere le sorti di tutto il mondo. Dopo il crollo dell’URSS, il modello capitalista sembrava essere destinato a dominare il mondo tanto da un punto di vista economico, quanto da un punto di vista culturale; eppure il socialismo cinese (con le sue peculiari caratteristiche adatte al suo specifico contesto storico) è riuscito a stravolgere in un trentennio una situazione apparentemente catastrofica per i paesi più poveri del mondo.

La Repubblica Popolare ha rilanciato la propria economia, aprendo a una forma di socialismo di mercato sotto forte direzione statale. Il P.C.C. conservando il potere tanto sulla società, quanto sulle leve economiche è riuscito a condurre uno sviluppo vigoroso, deciso ed equilibrato che ha emancipato milioni di persone dalla fame e dalla povertà. Quale esempio migliore per l’Africa?

Il benessere cinese, invece di ripiegarsi su se stesso, ha cominciato ad investire in progetti di carattere regionale e in fondi per la cooperazione e lo sviluppo.

La collaborazione sino-africana sta portando a una rapida modernizzazione del continente e delle sue infrastrutture, notoriamente fondamentali per il volano economico. La Cina è diventata una grande importatrice di beni africani (per lo più materie prime). Queste esportazioni permettono ai paesi africani di cominciare a usare le proprie risorse per migliorare le proprie economie e le condizioni di vita della popolazione.

I rapporti sono basati su cinque linee rosse, nettamente stabilite dal governo cinese: nessuna interferenza nelle scelte di sviluppo economico o negli affari interni; nessuna imposizione; nessun patto di natura politica; nessuna ricerca di vantaggi politici. L’esatto contrario di quanto fatto dalle nazioni occidentali (basti pensare alla scandalosa politica coloniale francese in Africa e alle sue terribili conseguenze).

Il rapporto tra questi due poli ex coloniali è intessuto tanto sull’interesse economico, quanto sulla stabilità sociale e politica e cerca di sviluppare la coesistenza pacifica nel continente.

Non ultimo la Cina punta alla crescita dei rapporti culturali tra partner, permettendo un’ulteriore emancipazione dal punto di vista eurocentrico e una presa in carico delle problematica ambientali e della produzione alimentare, vere piaghe del futuro.