La costruzione del nemico, ovvero come diventai filo-cinese

Sin dai primi anni dell’adolescenza per motivi geografici mi ritrovai a parteggiare per quella parte di società che si identifica come “sinistra“. In principio, in modo confuso, poi in modo sempre più sistematico. Dopo un’iniziale invaghimento per la Cuba castrista e il Vietnam, mi spostai lentamente, ma in modo sempre più marcato verso la scuola di Francoforte (in particolare Marcuse) e poi verso i francesi (Foucault, Deleuze, Lacan…).

Avevo spostato la mia attenzione dalla rivoluzione socialista alla teoria critica e piano piano ero diventato attento solo alle parole. La mia fortuna fu la voglia di andare oltre nel lavoro di critica, se si deve criticare tutto, va criticata la teoria critica stessa e se si deve dubitare di tutto, si deve dubitare anche di una visione colonialista ed etnocentrica che ci impone di valutare i sistemi politici altrui con il nostro metro. Pian piano cominciai a dubitare di tutto.

Tempo dopo mi imbattei (quasi casualmente, a dire il vero) in una conferenza online sulla via cinese al socialismo. La cosa mi lasciò perplesso, ma anche incuriosito. Come la maggior parte degli occidentali “di sinistra” – in realtà “liberali di sinistra” al massimo, avrei capito dopo – davo per scontato che la Cina avesse abbandonato il socialismo decenni prima, nel lontano 1979 con l’apertura di Deng al mercato. Sposando la linea ortodossa dei comunisti occidentali (che il comunismo non lo hai mai sperimentato concretamente, non a caso) vedevo il binomio: mercato – socialismo come inconciliabile. Il modello rimaneva l’URSS e imbevuto (inconsapevole) di propaganda NATO non avevo mai fatto una reale critica alla caduta del blocco sovietico. L’analisi piuttosto superficiale che facevo era: non c’erano diritti, le code per comprare le scarpe; “Ma poi l’URSS non avrebbe comunque potuto reggere la globalizzazione (o forse sarebbe stato bene pensare il contrario), come si sarebbe posta l’URSS con i migranti o con internet?” La cosa mi attanagliava e in qualche modo era comodo pensare che il paradiso perduto fosse crollato prima.

Inoltre, proprio le letture franco-tedesche di cui sopra, mi permettevano anche di guardare un po’ dall’alto in basso “gli altri“. Gli altri erano quelle persone che avevano di fatto rifiutato il socialismo sovietico per comprare scarpe, vestiti, lavatrici, per la libertà del mercato, appunto non regolabile e inconciliabile; la NEP era stato un terribile errore e il partito se ne era resa conto per tempo. Niente compromessi col capitalismo, ne dentro, ne fuori, anche a costo di non fare nessuna rivoluzione pur di rimanere puri. La purezza altro mito di cui devo ringraziare quelle simpatiche letture franco-tedesche (quasi tutti figli di Heidegger più o meno riconosciuti) e quel mix pseudo marxista-crociano-hegeliano-cattolico che caratterizza la sedicente sinistra italiana (in sostanza, i giovani ribelli che finiranno a votare il PD e a raccontare a nipoti divertiti che loro ci credevano veramente che stavano facendo qualcosa di utile per il mondo).

Ma torniamo, a me: mi crogiolavo in questo mix di nichilismo anarcoide, quando appunto incappai in questo seminario sul socialismo di mercato. Per fortuna, mi approcciai in modo critico e dico per fortuna, perché davo per scontato che tutto ciò che avevo sentito dire sulla Cina, dai media ufficiali, fosse falso; finalmente, potevo sentire un’altra campana.

L’incontro fu folgorante, un lampo nella mente. Non avevo capito niente.

Il marxismo è prassi. Il marxismo è costruzione scientifica di teoria e pratica socialiste, adattandosi alle specifiche situazioni sociali, economiche e politiche del luogo. La Cina aveva salvato oltre 900 milioni di persone dalla fame in 20 anni; investiva pesantemente in fonti rinnovabili, ferrovie ad alta velocità, esplorazione spaziale, ricerca scientifica, nel futuro; le leggi sulla corruzione erano pesantissime, in particolare lo erano per i membri del partito, da cui si pretende una morale specchiata. L’immagine di un paese inquinato, sovrappopolato, in mano a una dittatura sanguinaria, con fabbriche piene di schiavi, un partito che aveva tradito la causa, lasciava il posto a qualcosa di nuovo.

Piano piano cominciai a studiare l’economia cinese, il socialismo di mercato, i discorsi di Deng, i dati demografici del Tibet, dello Xinjiang, i rapporti tra madrepatria ed espatriati, persino le leggi sulla proprietà e sul lavoro cinesi. Il lampo era diventato una tempesta.

Non era il mondo perfetto, probabilmente il modello non potrebbe essere trasposto in Italia e Europa in modo uguale e forse nella attuale fase di transizione è distante da quell’idea anarco-comunista finale che immagino per il mondo, ma quanto abbiamo bisogno di questo sfidante all’ordine mondiale imperialista? E quanto, invece, un mio coetaneo dello Zambia o del Pakistan o dello Sri Lanka o della Bolivia non potrebbe pensare che invece proprio quel modello è quello di cui il suo paese ha bisogno? Un partito comunista al potere e intenzionato a migliorare in ogni modo la qualità di vita della popolazione, opponendosi a poteri tradizionali e vecchi privilegi.

Poi iniziai a notare la propaganda – nemmeno troppo velata – anticinese che riempie il nostro mondo, ho deciso di aprire questo blog, ho deciso di dare il mio piccolo contributo alla pace e alla cooperazione tra popoli, ho persino deciso di mettermi a studiare cinese mandarino… Ma la storia di quanto sia stato schifato dalla propaganda occidentale è un’altra e ne parleremo in un prossimo post.

Il doppio standard dei giornalisti occidentali nei confronti della Cina

Quando si parla di Cina assistiamo a uno spettacolo spesso molto discutibile da parte dei nostri media. I messaggi che vengono lanciati, talvolta dalla stessa emittente televisiva, dallo stesso giornale o commentatore sono schizofrenici.

L’informazione e le definizioni cambiano in base a ciò che si vuole: se si intende dimostrare che la Repubblica Popolare è un luogo malvagio e in mano a una sanguinaria dittatura si parlerà di “regime comunista”; al contrario, se lo scopo è quello di dimostrare l’insostenibilità del socialismo, allora si dirà che la Cina è un paese “turbo-capitalista”.

Tutte e due le definizioni sono errate, secondo le analisi fornite dal Partito Comunista Cinese. La Repubblica Popolare si trova nella fase di transizione verso il socialismo, adottando quello che viene definito socialismo di mercato o socialismo con le caratteristiche cinesi.

Entrambe le definizioni per quanto ambigue e forse oscure a noi occidentali, descrivono adeguatamente la volontà del Partito. La Cina ha intrapreso, dopo la fase di respingimento dell’imperialismo straniero (nella prima metà del ‘900), il cammino verso il socialismo ma è ben consapevole di avere ancora una lunga strada davanti.

Durante il periodo di governo del Presidente Mao, il paese ha assunto il controllo dei mezzi di produzione e sradicato le antiche credenze e gli antichi stili di vita ancora legati a un passato feudale o coloniale. Alcuni tentativi di procedere più velocemente verso il socialismo, sono stati segnalati dall’amministrazione stessa come affrettati, ma come parte di un cammino. La stessa URSS cambiò più volte strategia e dovette adattarsi a diverse contingenze storiche ed economiche. Il marxismo per la sua applicazione deve essere saldo nei fatti, deve essere applicabile a diversi momenti e contesti.

Marx per primo parlò di fase di transizione al comunismo, pretendere dal Partito Comunista Cinese la realizzazione del comunismo in pochi decenni non solo è irrealistico, ma non marxista.

Le riforme introdotte in Cina, a partire dal 1978, pur potendo sembrare in Occidente come cedimenti al capitalismo e al mercato, non hanno fatto altro che velocizzare il processo di accumulazione e migliorare le condizioni di vita di milioni di persone. Questo non vuol dire che il partito ha ceduto al capitalismo, ma che capendo i vantaggi del mercato – in questa fase – ha scelto di sfruttarli. L’avanzamento produttivo, economico e tecnico della Cina, permette oggi al paese di sfidare su scala globale le potenze imperialiste e di aiutare altri paesi coloniali a stabilire nuovi rapporti commerciali e diplomatici alla pari.

Non ci sono solo queste motivazioni teoriche.

I motivi per cui la Cina è ancora un paese in transizione verso il socialismo sono:

1- Il ruolo chiave dello Stato e delle imprese pubbliche (e quindi della collettività) nell’economia è ancora determinante (è lo stato a scegliere come muovere l’economia e non il contrario).

2- Pur essendo presenti degli uomini ricchi, persino milionari e pur possedendo questi uno status social elevato, nessuno di questi può condizionare le linee politiche del Partito e del governo. Nessuna impresa privata o multinazionale è in grado di determinare, ricattare o condizionare il paese e i suoi governanti. Il governo amministra il paese (se necessario ricorrendo al mercato), ma non lo fa in nome o a favore della borghesia.