“Siamo solo all’alba (e) un secolo non basterà” – Intervista a Masei Dicoccio

Pubblichiamo la nostra intervista a Masei Dicocciomembro della redazione di Giubberosse

1- Partiamo dall’attualità, guerra in Ucraina, il tavolo del negoziato: trattativa reale o diversivo?

1- Dipende da che livello si analizza, devi immaginare la situazione come un gigantesco millefoglie, strati sopra strati sopra altri strati e un bel po’ di ripieno in mezzo. Le trattative sono necessarie per alcuni scopi soltanto, sono necessarie a mantenere un aspetto di “confronto” anche se non esiste confronto visto che stiamo parlando di un gigante che si misura con una bambina. Le trattative serviranno se verrà mantenuto un ruolo per Zelensky una volta usciti dal contingente e se l’Ucraina manterrà una sua qualche integrità, altrimenti saranno state soltanto “intrattenimento”.

2- Che soluzioni giudichi verosimile per il conflitto? Come mediare tra i due contendenti?

2- Primo dobbiamo stabilire che non ci sono due contendenti, almeno non nella forma che ci appare. Credo che il conflitto si risolverà in qualche modo quando non sarà più necessario agli scopi per cui è stato generato, e cioè quando lo strappo tra Europa e Russia sarà diventato abbastanza ampio e l’economia europea abbastanza distrutta da permettere la ricolonizzazione dell’areale da parte di altre forze. Lo so, ho condensato quello su cui si potrebbe scrivere un libro in una frase ed è quindi di non facile comprensione.

3- L’Organizzazione di Shangai evolverà verso qualcosa di più strutturato? Arriverà un momento in cui sarà assimilabile a NATO o UE, o la grande varietà dei membri potrebbe impedire il salto?

3- Diciamo che i semi ci sono tutti, il progetto BRI, come la collaborazione lungo l’asse nord-sud dell’Asia stanno facendo passi da gigante, il CSTO è già un fatto concreto e, per adesso in piccolo, anche la Cina sta stringendo accordi di supporto militare con i paesi che la circondano. Credo che nel complesso il processo sia inarrestabile, la velocità con cui si realizzerà è tutt’altra storia e dipende da un numero di fattori esageratamente grande. Comunque, siamo solo all’alba, prima di arrivare al mezzogiorno passerà un bel po’ di tempo. (Non sono d’accordo con Mahbubani che definisce questo il secolo asiatico, un secolo non basterà a strutturare l’isola-mondo)

4- Parlando di economia, quali saranno gli effetti su quella italiana ed europea delle sanzioni e del conflitto?

Che le sanzioni sono un clamoroso boomerang ormai credo sia palese a tutti, il nostro è un continente di trasformatori, non abbiamo risorse nostre da sfruttare, senza la “collaborazione” forzosa o meno dei paesi detentori delle materie prime siamo destinati a soccombere. Nel breve periodo sarà un bagno di sangue, ma c’è una piccola speranza: oltre a quanto già detto noi siamo anche la “memoria storica” dell’umanità e questo è qualcosa che non può essere distrutto, alla fine chiunque vorrà dominare dovrà fare riferimento a noi almeno per quel tipo di “sapere”.

5- Ci avviciniamo alla fine dell’era del dollaro?

Si, questa è forse la mia unica certezza e, data la mia età, forse anche l’unica cosa che sono certo riuscirò a vedere, Ma non sarà solo la fine del dollaro ma anche la fine della moneta fiat come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.

6- Che ruolo stanno avendo gli Stati Uniti e il Regno Unito in Ucraina? A che scopo?

Scartiamo subito il Regno Unito che nel contesto globale ormai è solo la ruota di scorta del sistema anglo-americano, gli Stati Uniti hanno usato l’Ucraina come chiave per innescare questo corso di eventi come era destino che fosse (ne scrive già Brzezinski negli anni ’90). La scaricheranno quando non servirà più al loro scopo. Gli scopi possono essere molteplici, quello più evidente è la volontà di separare la Russia dall’Europa e di isolare quest’ultima in chiave anticinese. Ma come ho accennato sopra potrebbe anche essere una manovra per scaricare il riallineamento economico-finanziario globale in maggior quota sull’Europa che non sugli Stati Uniti.

7- Caucaso: Georgia e Azerbaigian si stanno spostando verso l’Occidente? Che ruolo hanno Turchia e Israele nella regione? Ci sono altri attori di cui vuoi parlarci?

Il Caucaso insieme all’Afghanistan è il grosso nodo da sciogliere per qualunque soluzione si voglia adottare in termini di Eurasia. Ci giocano gli interessi di tutti, è la strettoia nella valle dove scorre il flusso che va nelle due direzioni da oriente a occidente, sarà l’ultimo dei luoghi ad essere pacificato. Nello specifico l’Azerbajian ha una politica simile a quella tenuta dalla Bielorussia nei primi anni 2000, strizza un occhio a turchi e israeliani ma è ancora attaccato al cordone ombelicale della Russia. La Turchia, essendo uno dei possibili terminal del percorso che va da Amsterdam a Pechino, cerca di ritagliarsi una sua piccola area di egemonia. La questione Caucaso è in assoluto la più complessa e meno leggibile di tutte.

8- Quale partito politico ha la capacità di barcamenare il nostro paese nell’odierna situazione? Chi ha la bussola di dove sta andando il mondo oggi in Italia?

Premesso che dal crollo della Prima Repubblica l’Italia ha maturato una classe politica di lacchè esecutori di ordini provenienti dall’esterno senza il minimo senso dello stato, direi che nessun partito è in grado ne di governare il paese ne di dargli un qualunque orientamento autonomo pur rimanendo in ambito di sovranità condizionata. L’unica cosa che vedo è qualche personaggio, e si tratta in maggioranza più di “animali politici” che non di “statisti”, che ha almeno una parziale percezione della realtà e un approccio minimamente originale. Da non credere che tra questi ci sia proprio uno come Renzi. Nella catastrofe riusciamo a mantenere soltanto qualche buon tecnico.

Ho risposto brevemente, ma sono tutte domande la cui risposta esaustiva comporterebbe ore e ore di riflessione, oppure migliaia di pagine di scritti.

Kenia e Cina, storia di un successo win-win

Nairobi / Pechino 1999

Sei una giovane donna keniota. Conosci bene il razzismo e il sessismo, perché li hai vissuti sulla tua pelle. Attraverso una borsa di studio finanziata dalla Repubblica Popolare Cinese sei riuscita a terminare gli studi e ora hai accesso a un finanziamento per studiare commercio internazionale, presso l’Università di Pechino.

Come molti tuoi coetanei africani sei affascinata dall’Europa e dal Nord America. Le multinazionali occidentali sono il sogno di molti tuoi amici, ma attraverso la tua esperienza in Cina, stai iniziando a dubitare di molte cose. Le multinazionali occidentali portano via le risorse, ma non restituiscono nulla alla popolazione locale.

Le multinazionali americane si preoccupano dell’Africa solo per estrarre le risorse naturali e quando queste si esauriscono, si spostano in altre parti del continente per perseguire gli stessi comportamenti. Noti che gli investitori americani o europei non hanno realizzato la costruzione di infrastrutture permanenti: autostrade, ferrovie o porti.

I dirigenti delle società minerarie, petrolifere e del gas, con sede negli Stati Uniti, non si sono impegnati in programmi di assistenza sociale nelle comunità locali o nello stabilire una forte presenza in Africa. Gli americani sono solo turisti.

Noti che quando la Belt & Road Initiative cinese ha iniziato a farsi strada in Africa, in molti erano sospettosi. Pensavano che fosse solo un modo di Pechino per avere “soft power”, per migliorare la propria immagine. Tuttavia, i cinesi sono stati molto bravi nel costruire infrastrutture chiave in Kenya e in altre parti del continente.

Inoltre, molti uomini d’affari e lavoratori cinesi si sono trasferiti in Africa. Hai assistito all’emergere di China Town in tutto il continente, oltre che in Kenya. L’hai trovato impressionante, perché i cinesi hanno fatto grandi sforzi per comunicare, commerciare e lavorare di più con gli africani. Dopo secoli di colonialismo europeo e sfruttamento nordamericano, la differenza è palpabile.

Monitorando la Cina, noti che molti giovani africani si stanno avvicinando sempre di più a Pechino e che vedono il “modello cinese” come buono da seguire. Le scuole secondarie cinesi accolgono sempre più africani, come te, per studiare in Cina; gli investitori cinesi e le agenzie governative hanno sviluppato programmi di formazione professionale per insegnare agli africani nuove professioni.

Le aziende cinesi capiscono che se investono in Africa a lungo termine devono formare i lavoratori locali per essere autonomi nel lavoro. La strategia è vincente sia per le aziende cinesi che per i lavoratori africani.

Noti che da quando la Cina sta investendo in Africa, questa sta godendo di uno sviluppo più rapido e sta portando avanti campagne di industrializzazione e modernizzazione. Gli africani, come te, che partecipano ai corsi di istruzione professionale possono prendere il controllo del proprio destino.

Dopo aver terminato gli studi in Cina, torni in Kenia. A Pechino, l’università ti ha messo in contatto con una importante azienda cinese con investimenti a Nairobi. Tornata nel tuo paese, sei una professionista affermata e apprezzata, parli swahili, inglese e cinese mandarino. Puoi pensare al tuo futuro serenamente e con ottimismo.


Quando il Kenya e la Cina lavorano insieme, diventano più forti e migliori, dando maggiore successo a entrambi i paesi.

Tempi e strategie secondo la stampa occidentale (ovvero della dissociazione dalla realtà)

Sentendo i giornalisti europei sembrerebbe che la Russia abbia davanti un conflitto lunghissimo e sanguinario: non averlo concluso in una settimana sarebbe un enorme insuccesso.

Come al solito, la macchina della propaganda NATO è all’opera e mistifica la realtà dei fatti. L’Ucraina è stata già più volte (ri)conquistata dai russi/sovietici nel corso del ‘900, in modo stabile e mai in pochi giorni.

Presentare oggi, la normale lunghezza del conflitto come un prolungamento fallimentare dello stesso è non solo falso, ma anche inutile da un punto di vista umanitario.

L’Occidente, l’UE e i governi NATO si rendono complici del prolungamento del conflitto da parte ucraina, creando la falsa percezione di un possibile successo, ma la realtà è che senza un aiuto esterno (che tutti hanno negato) l’Ucraina non ha nessuna possibilità di resistere alla Russia.

Si sente parlare di rischi nucleari, come se i russi volessero scatenare un incidente nucleare che colpirebbe la popolazione civile tra 15 anni e che riguarderebbe buona parte dei territori russi (Mosca inclusa), più che Unione Europea e NATO.

Non sento invece parlare dei laboratori biologici ucraini, finanziati dagli Stati Uniti, dove invece si stavano costruendo veramente armi biologiche letali, potenzialmente pericolose (specie se affidate a uno stato fantoccio mafioso e para-nazista come quello ucraino dopo il 2014). Non sento parlare dei rischi che l’Ucraina ottenesse la bomba atomica o delle pericolose richieste di una no fly zone che metterebbe direttamente a confronto Russia e NATO.

I russi stanno vincendo e vinceranno questa guerra, non in giorni, ma in settimane e mesi e lo sapevano benissimo da prima di iniziarla. La stessa stampa si tradisce parlando di mercenari assoldati dal Cremlino, in tutto il Medio Oriente, fino ad ottobre (ammesso che la notizia sia reale e non l’ennesima bolla informativa).

L’altra grande notizia è quella dell’intervento russo in Moldavia/Transnistria. La repubblica separatista sarebbe il nuovo Donbass, Putin prevedrebbe (e la Bielorussia con un errore pacchiano lo direbbe al mondo intero) una nuova guerra e annessione.

Ovviamente, non dispongo di nessuna informazione speciale al riguardo, ma posso procedere con la logica. Al momento, in Moldavia le ostilità tra separatisti e governo centrale non hanno raggiunto in nessun caso il picco di violenza presente in Ucraina dal 2014. I cittadini russi o russofoni (almeno fino ad ora) non hanno subito nessuna discriminazione speciale. La stessa Moldavia ha reso più concreta la spinta verso l’UE solo in questi giorni di propaganda e la Transnistria è saldamente sorvegliata da soldati russi presenti da anni. La situazione (almeno superficialmente) sembra ben più pacifica. Salvo inutili provocazioni moldave o NATO, non mi preoccuperei molto di quel confine, penserei piuttosto alla Georgia* come area di tensione, ma le truppe russe, per il momento, sono ben lontane…

*Abcazia e Ossezia meritano un post a parte, per la lunga storia e il rischio di genocidio (da parte georgiana) che quei popoli corrono.

La Cina e il futuro del mondo

Nessuno – men che meno io – può prevedere ciò che accadrà in futuro.

Negli anni ‘80, scrittori, giornalisti e politici statunitensi (e non solo) prevedevano il superamento del Giappone in ambito economico sugli Stati Uniti d’America.

La storia ci dimostra che quelle previsioni, all’epoca molto diffuse e tutto sommato ragionevoli erano errate, per una serie di motivi che nessuno poteva immaginare. Di lì a pochi anni il Giappone fu investito da una crisi economica che portò il paese a rallentare drasticamente i ritmi di crescita; mentre gli Stati Uniti d’America con l’arrivo dell’economia digitale vedevano crescere infinitamente le proprie prospettive. Il Giappone, pur avendo un potenziale enorme in ambito tecnologico e informatico, non riuscì a cogliere questo treno alla velocità con cui lo presero gli Stati Uniti. Fattori demografici, la fine della Guerra Fredda e una crisi monetaria che colpì tutta l’Asia Orientale fecero il resto.

La storia del Giappone (anche se non dobbiamo dimenticare che parliamo ancora di oggi di uno dei paesi più ricchi e avanzati del mondo) ci mostra chiaramente che non basta avere un grande potenziale e una popolazione preparata e laboriosa per ‘riuscire’.

Eppure, personalmente sono convinto che il caso cinese sia completamente diverso.

La Cina può contare su una serie di fattori differenti:

1- Il numero di abitanti, la Cina ha una popolazione maggiore a 1 miliardo di abitanti, il Giappone può contare poco più di 100 milioni di abitanti (gli USA possono oltre 329 milioni di abitanti).

2- Il potenziale economico del Giappone al momento del supposto superamento era già raggiunto. La Cina ha cominciato solo nell’ultima decade a non puntare più sull’export massimo, ma su qualità dei prodotti, innovazione, alta tecnologia e mercato interno. Il potenziale economico cinese è ben lontano dall’essere raggiunto.

3- La Cina sta esportando capitali in tutto il mondo, in modo molto più massivo rispetto al Giappone, associando anche un’azione diplomatica. Questo punto va idoneamente spiegato: non si intende dire che la Repubblica Popolare stia effettuando operazione neocoloniale (come suggerisce in cattiva fede la stampa occidentale), ma che la Cina non avendo perso la II Guerra Mondiale e non avendo truppe di occupazione sul proprio territorio (mentre il Giappone è costellato di basi statunitensi) può contare su una maggiore libertà di azione in politica estera e negli accordi. Facendo un esempio pratico, il prestito fatto dalla Cina a Trinidad e Tobago, a ottime condizioni per il contraente, non sarebbe stato nemmeno lontanamente immaginabile offerto dal Giappone. Il Giappone non avrebbe potuto in alcun modo sfidare l’egemonia economica USA o degli organi internazionali ad essa soggetti.

4- La Repubblica Popolare sta investendo in settori che rappresentano il futuro, spesso dettando la linea (esplorazione spaziale, fusione nucleare, energie verdi, computer quantistici); il Giappone in ambito tecnologico, non è certo un paese secondario, tuttavia, almeno all’apparenza la creatività non è il forte delle aziende nipponiche. Basti pensare a uno dei settori economici maggiormente in crescita oggi: i social. Nessun grande azienda mondiale di social è oggi giapponese o è stata creata in Giappone.

5- Il Giappone ha contro tanti stati indignati per le azioni del passato (cinesi, coreani, gli stessi statunitensi…); la Cina può perdere colpi per la propaganda avversa o per invidia, ma rispetto al tentativo di egemonizzare l’intero Estremo Oriente con bombardamenti, genocidi, esperimenti su esseri umani, stupri, rastrellamenti, campi di concentramento e massacri, il confronto in negativo non regge minimamente.

6- Le comunità cinesi d’oltremare sparse in tutta l’Asia Orientale, dal Vietnam a Singapore. Queste comunità sono rimaste in contatto con la madrepatria e oggi sono desiderose di contribuire al successo della Repubblica Popolare in ogni ambito. Questi cittadini spesso costituiscono dei ponti economici, commerciali e politici tra la Cina popolare e i governi dell’area.

7- Il socialismo di mercato cinese, rivelatosi allo stato attuale la vera sorpresa. Nonostante, in Occidente, si diffondesse negli anni ’90 la vulgata della morte del marxismo, ad oggi il socialismo in Oriente è più che mai vivo. Xi Jinping in un recente testo ha detto che il marxismo sta vincendo la competizione ideologica globale. Il sistema, coniugando il marxismo e il mercato, cerca di sviluppare il potenziale dei vari attori economici a vantaggio della comunità, ottenendo dei risultati impensabili tanto nel vecchio socialismo reale, quanto nelle società neoliberiste (soggette sì, a rapidi cicli di crescita, ma anche a brusche frenate e crisi monetarie o del debito).

La costruzione del nemico, ovvero come diventai filo-cinese

Sin dai primi anni dell’adolescenza per motivi geografici mi ritrovai a parteggiare per quella parte di società che si identifica come “sinistra“. In principio, in modo confuso, poi in modo sempre più sistematico. Dopo un’iniziale invaghimento per la Cuba castrista e il Vietnam, mi spostai lentamente, ma in modo sempre più marcato verso la scuola di Francoforte (in particolare Marcuse) e poi verso i francesi (Foucault, Deleuze, Lacan…).

Avevo spostato la mia attenzione dalla rivoluzione socialista alla teoria critica e piano piano ero diventato attento solo alle parole. La mia fortuna fu la voglia di andare oltre nel lavoro di critica, se si deve criticare tutto, va criticata la teoria critica stessa e se si deve dubitare di tutto, si deve dubitare anche di una visione colonialista ed etnocentrica che ci impone di valutare i sistemi politici altrui con il nostro metro. Pian piano cominciai a dubitare di tutto.

Tempo dopo mi imbattei (quasi casualmente, a dire il vero) in una conferenza online sulla via cinese al socialismo. La cosa mi lasciò perplesso, ma anche incuriosito. Come la maggior parte degli occidentali “di sinistra” – in realtà “liberali di sinistra” al massimo, avrei capito dopo – davo per scontato che la Cina avesse abbandonato il socialismo decenni prima, nel lontano 1979 con l’apertura di Deng al mercato. Sposando la linea ortodossa dei comunisti occidentali (che il comunismo non lo hai mai sperimentato concretamente, non a caso) vedevo il binomio: mercato – socialismo come inconciliabile. Il modello rimaneva l’URSS e imbevuto (inconsapevole) di propaganda NATO non avevo mai fatto una reale critica alla caduta del blocco sovietico. L’analisi piuttosto superficiale che facevo era: non c’erano diritti, le code per comprare le scarpe; “Ma poi l’URSS non avrebbe comunque potuto reggere la globalizzazione (o forse sarebbe stato bene pensare il contrario), come si sarebbe posta l’URSS con i migranti o con internet?” La cosa mi attanagliava e in qualche modo era comodo pensare che il paradiso perduto fosse crollato prima.

Inoltre, proprio le letture franco-tedesche di cui sopra, mi permettevano anche di guardare un po’ dall’alto in basso “gli altri“. Gli altri erano quelle persone che avevano di fatto rifiutato il socialismo sovietico per comprare scarpe, vestiti, lavatrici, per la libertà del mercato, appunto non regolabile e inconciliabile; la NEP era stato un terribile errore e il partito se ne era resa conto per tempo. Niente compromessi col capitalismo, ne dentro, ne fuori, anche a costo di non fare nessuna rivoluzione pur di rimanere puri. La purezza altro mito di cui devo ringraziare quelle simpatiche letture franco-tedesche (quasi tutti figli di Heidegger più o meno riconosciuti) e quel mix pseudo marxista-crociano-hegeliano-cattolico che caratterizza la sedicente sinistra italiana (in sostanza, i giovani ribelli che finiranno a votare il PD e a raccontare a nipoti divertiti che loro ci credevano veramente che stavano facendo qualcosa di utile per il mondo).

Ma torniamo, a me: mi crogiolavo in questo mix di nichilismo anarcoide, quando appunto incappai in questo seminario sul socialismo di mercato. Per fortuna, mi approcciai in modo critico e dico per fortuna, perché davo per scontato che tutto ciò che avevo sentito dire sulla Cina, dai media ufficiali, fosse falso; finalmente, potevo sentire un’altra campana.

L’incontro fu folgorante, un lampo nella mente. Non avevo capito niente.

Il marxismo è prassi. Il marxismo è costruzione scientifica di teoria e pratica socialiste, adattandosi alle specifiche situazioni sociali, economiche e politiche del luogo. La Cina aveva salvato oltre 900 milioni di persone dalla fame in 20 anni; investiva pesantemente in fonti rinnovabili, ferrovie ad alta velocità, esplorazione spaziale, ricerca scientifica, nel futuro; le leggi sulla corruzione erano pesantissime, in particolare lo erano per i membri del partito, da cui si pretende una morale specchiata. L’immagine di un paese inquinato, sovrappopolato, in mano a una dittatura sanguinaria, con fabbriche piene di schiavi, un partito che aveva tradito la causa, lasciava il posto a qualcosa di nuovo.

Piano piano cominciai a studiare l’economia cinese, il socialismo di mercato, i discorsi di Deng, i dati demografici del Tibet, dello Xinjiang, i rapporti tra madrepatria ed espatriati, persino le leggi sulla proprietà e sul lavoro cinesi. Il lampo era diventato una tempesta.

Non era il mondo perfetto, probabilmente il modello non potrebbe essere trasposto in Italia e Europa in modo uguale e forse nella attuale fase di transizione è distante da quell’idea anarco-comunista finale che immagino per il mondo, ma quanto abbiamo bisogno di questo sfidante all’ordine mondiale imperialista? E quanto, invece, un mio coetaneo dello Zambia o del Pakistan o dello Sri Lanka o della Bolivia non potrebbe pensare che invece proprio quel modello è quello di cui il suo paese ha bisogno? Un partito comunista al potere e intenzionato a migliorare in ogni modo la qualità di vita della popolazione, opponendosi a poteri tradizionali e vecchi privilegi.

Poi iniziai a notare la propaganda – nemmeno troppo velata – anticinese che riempie il nostro mondo, ho deciso di aprire questo blog, ho deciso di dare il mio piccolo contributo alla pace e alla cooperazione tra popoli, ho persino deciso di mettermi a studiare cinese mandarino… Ma la storia di quanto sia stato schifato dalla propaganda occidentale è un’altra e ne parleremo in un prossimo post.

Perché l’Italia dovrebbe abbandonare la NATO subito

In questi giorni stiamo assistendo impotenti a una intensificazione della retorica bellicista all’interno dei paesi del blocco occidentale. Gli Stati Uniti e i loro alleati minacciano di intervenire ovunque nel mondo in base alle circostanze. La Russia e la Cina sono i nemici, creati ad arte dai media per un’opinione pubblica che vive perennemente mobilitata in un’allerta che ormai considera normalità, libertà, democrazia, dibattito pubblico. Al contrario, il dibattito pubblico e la democrazia (inevitabilmente legata a una purezza di intenti nell’espressione delle proprie posizioni) sono tradite sistematicamente in Europa e in Nord America, a favore di una retorica manichea e piena di menzogne. La Russia viene descritta come in procinto di scatenare una guerra su vasta scala in Ucraina, un’invasione in pieno stile, ma ci si dimentica di dire che sono gli europei e gli alleati della NATO a finanziare il governo ucraino, i gruppi neonazisti ucraini e a spingere per un’integrazione dell’Ucraina stessa nel sistema occidentale. La NATO ha già violato la parola data al momento dell’abbattimento del muro di Berlino e cioè che non avrebbe minacciato la Russia, che non avrebbe portato nell’ex blocco sovietico le proprie truppe, i propri missili, i propri rapporti di forza. Invece, gradualmente, la NATO e l’UE (le due organizzazioni di fatto sono espressione di intenti comuni, poiché le alleanze vincolano i membri dell’una e dell’altra organizzazione) si sono allargate verso Est, inglobando Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, le repubbliche baltiche, le repubbliche nate dalla scissione della ex Jugoslavia e via dicendo, fino ad arrivare a minacciare i confini russi più a Sud, in Ucraina e nel Caucaso.

La Russia non può accettare un simile affronto per la propria sicurezza nazionale, ma soprattutto la Russia non può accettare che i propri cittadini siano costantemente minacciati di golpe colorati (rivoluzioni colorate, sic!) o di bombardamenti massicci partiti dai paesi vicini membri e alleati della NATO. Le maggiori città russe, i maggiori centri industriali, le maggiori vie di comunicazione del paese, sono già sotto tiro dei missili NATO, le due forze hanno già uno squilibrio in campo. Lo squilibrio in campo, badiamo bene, non è dato da debolezza russa, ma dal fatto che i russi non hanno nessuna intenzione di riempire il resto del mondo di basi e rampe missilistiche puntati su città, scuole, ospedali, aeroporti, autostrade, centri commerciali statunitensi e europei.

Lo scopo dell’odierna amministrazione statunitense è chiaro. Far fuori la Russia con un accordo di massima che conceda il massimo in Ucraina e nel Caucaso alla NATO, ponendo la Russia in uno scacco strategico; al contempo destabilizzare l’Asia Centrale e il Medio Oriente, strategia in cui gli Stati Uniti sono ormai attivi da decenni; e poi passare a un attacco diretto contro la Repubblica Popolare Cinese o, più in piccolo la Corea del Nord, usando magari Taiwan come pretesto.

L’Italia che interesse ha in tutto questo? Dipendiamo dal gas russo per scaldarci e per le bollette della luce, siamo partner commerciali importanti della Russia e di molte repubbliche centro-asiatiche ex sovietiche (ad esempio, il Kazakistan solo un anno fa, definiva “Russia, Cina e Italia i maggiori partner commerciali del paese”), la Cina rappresenta un mercato in forte crescita e con grandi prospettive anche a livello tecnologico (basti pensare alla fusione nucleare, agli investimenti in rinnovabili o all’intelligenza artificiale), il nostro paese da sempre ha una vocazione mercantile, dedita al commercio e all’esportazione dei nostri prodotti. L’Italia per posizione geografica, storia e cultura, è un paese aperto all’Asia e al Mediterraneo, sin dai tempi dell’Antica Roma la seta giungeva in Occidente passando tutta l’Asia Centrale e il Mediterraneo; non possiamo dimenticare Marco Polo e il suo viaggio raccontato nel Milione o il gesuita Matteo Ricci, che prese nome in mandarino e morì a Pechino nel 1610, conducendo studi scientifici e matematici di altissimo livello per l’epoca.

Una retorica bellicista e un’europeismo monco vogliono stimolare questa rivalità tra popoli, ma l’Italia e la Cina possono contare un’amicizia plurisecolare con scambi sin dai tempi dell’Impero Romano. Il nostro paese non ha nulla da guadagnare chiudendosi al Mediterraneo e rivolgendosi verso l’arco alpino, l’Atlantico è lontano e chiuso da Gibilterra. La Germania pensa prima di tutto ai propri interessi, contrattando gas a buon mercato prima di tutto per loro; così fanno gli inglesi, fuoriusciti dall’Unione Europea, proprio perché rivolti ormai all’Anglosfera.

L’uscita dalla NATO e l’avvio di una politica di neutralità sono le uniche alternative reali per il nostro paese, per rapporti internazionali più giusti e pacifici tra tutti i popoli.

Perché la Cina non intende rimpiazzare gli Stati Uniti d’America

La Cina NON è interessata al dominio o all’egemonia mondiale. La Repubblica Popolare Cinese si oppone fermamente all’unilateralismo e all’egemonia in ogni sua forma, come ribadito più volte da fonti ufficiali. I media occidentali sfruttano la crescente forza della Cina per far sembrare che voglia sfidare gli Stati Uniti d’America; tuttavia, anche se la Cina diventasse, in questo stesso istante, la nazione più potente del mondo, il suo rapporto con le altre nazioni non cambierebbe. La Repubblica Popolare non instaurerebbe nulla di simile al colonialismo dell’Impero britannico o all’egemonia degli Stati Uniti. I paesi dell’anglosfera proiettano sulla Repubblica Popolare un modello coloniale-egemonico estraneo alla storia cinese e ben presente, invece, nella cultura anglosassone.

La Cina non vuole competere con gli Stati Uniti per il dominio di un bel nulla. Il Partito Comunista Cinese, al contrario, insiste su un percorso pacifico di ascesa, ben diverso dalla traiettoria delle potenze tradizionali e insiste sulla coesistenza pacifica e sulla cooperazione con tutti gli altri paesi del mondo. La storia millenaria del popolo cinese spiega nitidamente come un paese egemonico prima o poi è destinato a decadere. Lo sviluppo cinese è pensato per il bene del popolo, per avere una vita più felice e non per sconfiggere qualcuno.

La vera domanda che gli Stati Uniti devono porsi è se possono accettare l’ascesa pacifica di un paese con un sistema sociale differente.

Purtroppo, sembra che allo stato attuale gli Stati Uniti non possano accettarlo. Questo è il motivo per cui la stampa e i media rintuzzano la teoria della minaccia cinese, cercando uno scopo contro un nemico immaginario a cui dare la colpa del malcontento interno.

Molti paesi soffrono da decenni il ruolo globale degli Stati Uniti. Questi paesi si schiereranno con la Cina come forza contro l’egemonia unilaterale. Gli Stati Uniti hanno provocato conflitti e infranto le regole internazionali. Il nuovo sviluppo tecnologico, le telecomunicazioni, internet, hanno reso il mondo un posto più piccolo, nessun paese può pensare di detenere un’egemonia unilaterale basata sulla prepotenza.

I nodi prima o poi verranno al pettine, ma non per colpa della Cina.

Il futuro, la Cina, la NATO e l’Italia

L’Occidente affonda nel debito e la Cina continua a produrre beni di ogni tipo che esporta.

I media occidentali annunciano il prossimo tracollo dell’economia cinese ormai da anni e ogni anno vengono sonoramente smentiti. Il potenziale economico cinese è ancora enorme rispetto al livello raggiunto e la capacità dimostrata in innovazione e ricerca scientifica dal dragone promette ulteriori balzi al momento nemmeno immaginabili.

Nei giorni passati: la Cina ha raggiunto un nuovo record nell’ambito della fusione nucleare; prodotto una pellicola isolante totalmente organica e biodegradabile in grado di soppiantare la plastica; attivato un computer quantistico più potente di quello di Google che fino ad allora deteneva il record mondiale di potenza di calcolo.

Questi sono solo tre piccoli risultati ottenuti dagli scienziati cinesi che lasciano intendere l’enorme potenziale tecnologico.

Tutto queste mentre l’Unione Europea e gli Stati Uniti affannano. La crisi demografica (in particolare l’invecchiamento della popolazione) colpisce egualmente UE e USA, tanto quanto Russia e Cina, con la grande differenza che al momento la Cina ha un’economia in enorme crescita.

La Cina è diventata “la fabbrica del mondo” esportando beni in tutto il mondo. A lungo, in Occidente, si è usata questa espressione per fare riferimento a esportazioni di scarsa qualità, poco innovative e condannate a rimanere come merce di scarto.

Eppure, la Cina detiene ormai le chiavi della produzione globale e un mercato interno in espansione. La produzione è migliorata così da poter competere, anche in ambiti complessi, con i migliori marchi statunitensi e europei.

La Cina tiene le chiavi dell’economia mondiale, dicevamo, tutto questo mentre gli Stati Uniti annaspano in un debito esplosivo e vogliono tenere una politica imperiale sempre più costosa e che il peso delle armi non potrà continuare a garantire per sempre.

Il ritmo di importazioni degli Stati Uniti e dei loro alleati è insostenibile sul lungo periodo (forse medio), la deindustrializzazione ha reso l’Occidente dipendente dalle importazioni di paesi terzi, tutto questo mentre interi settori della popolazione occidentale vedono crollare il proprio tenore di vita.

Il castello del debito e quello delle importazioni non possono essere infiniti. Arriverà un momento in cui il dollaro andrà incontro a una spirale inflazionistica che porterà il debito americano a diventare de facto impagabile. L’economia di internet, del digitale e la flessibilità (precarietà) a tutti i costi non solo non ci hanno reso più liberi o competitivi, ma soprattutto hanno creato un sistema che si auto-sabota. Le fabbriche cinesi avranno il sopravvento e l’economia reale prevarrà sulla finanza.

Abbandonare l’attuale ordine mondiale neoliberista e filo-americano è l’unica possibilità concreta che i paesi europei hanno per non partecipare della catastrofe imminente.

La sinistra latinoamericana e la costruzione di un mondo multipolare

Dopo un periodo di reflusso, in Sud America il vento della sinistra è tornato a soffiare. Le recenti elezioni in Cile, Nicaragua e Venezuela hanno confermato i successi della sinistra, specie quando questa non è solo la stampella riformista del capitalismo e dell’imperialismo statunitense e europeo nella regione.

Questo nuovo corso politico sta finalmente facendo convergere gli interessi dei popoli storicamente oppressi in unico campo alternativo a quello imperialista. In questo modo, Cina e Russia stanno ricominciando a giocare un ruolo da protagoniste nella costruzione di un mondo multipolare.

Nel precedente post abbiamo parlato della teoria delle dipendenza, di provenienza sudamericana, e di come questa scuola avesse portato alcuni suoi teorici a immaginare una convergenza tra oppressi in contrapposizione al Washington Consensus.

Già a dicembre, il Nicaragua sandinista ha riallacciato le relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese, non riconoscendo più il governo secessionista di Taiwan.

Proprio la teoria della dipendenza può aiutarci a capire l’interesse statunitense nella regione. I paesi sudamericani sono ottimi produttori di materie prime e fornitori di lavoratori a basso costo per il mercato statunitense. L’agricoltura e le miniere dell’America Latina hanno permesso la crescita di molto delle multinazionali a stelle strisce e proprio questa ricchezza del territorio è stata causa dello sfruttamento e degli innumerevoli colpi di stato finanziati e orchestrati dalla CIA: lo zucchero cubano, il litio boliviano, il petrolio venezuelano, il cacao del Brasile o la coca colombiana, tutte merci destinate al vorace mercato delle nazioni occidentali. Materie prime comprate a basso costo, spesso svendute sul ricatto di una concorrenza spietata e spinta dagli acquirenti stessi, una guerra tra poveri in cui i paesi poveri sono destinati a rimanere sempre più poveri e ingabbiati in un sistema del debito.

La stampa occidentale accusa la Cina di creare debiti insostenibili, ma vale la pena ricordare che mentre la Cina – solitamente – presta denaro per costruire infrastrutture che rimarranno alla popolazione e alle imprese locali; i capitali occidentali investono in modo rapace prestando denaro con interessi ai limiti dell’usura date le condizioni di partenza. La differenza è che mentre la Cina intende fare in modo che il denaro prestato vada a buon fine e sia usato bene, le nazioni europee e nordamericane non applicano alcun controllo, quasi preferendo che il denaro prestato sia sprecato, così da poter ricattare in un secondo momento popolazioni e governi.

Il nuovo corso storico cambierà la gestione delle risorse sudamericane e forse permetterà ai governi locali di decidere con chi fare affari in base ai loro interessi e non in base a una concorrenza pilotata dall’esterno.

L’accesso del Nicaragua alla Nuova Via della Seta conferma questa volontà generale dei governi di sinistra di uscire dalla dipendenza e di rompere le catene dell’oppressione. Dopo decenni in cui gli Stati Uniti hanno dettato il bello e il cattivo tempo nella regione, parte un nuovo ciclo che dall’associazione tra governi progressisti e socialismo di mercato cinese potrebbe ribaltare gli assetti tradizionali.

La teoria della dipendenza e la Cina

La teoria della dipendenza è nata in America Latina a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del ‘900. Questa teoria risponde a delle criticità dello sviluppo sud americano mescolando le caratteristiche tematiche marxiste con quelle dell’analisi sociologica.

Gli economisti e i sociologi ad essa interessati, volevano analizzare l’iniquità dei rapporti produttivi tra America Latina e mondo capitalista avanzato (America del Nord e Europa occidentale).

I postulati di questa teoria sono che:

1. Le nazioni ricche vogliono mantenere un rapporto diseguale in ambito economico, culturale e politico con gli altri paesi.

2. Le nazioni povere forniscono alle nazioni ricche risorse, manodopera economica e un mercato per i prodotti di scarto non vendibili nei paesi più ricchi.

3. Le nazioni ricche cercano di perpetrare nel tempo la situazione di iniquità, occupando ogni spazio possibile dell’immaginario, dalla politica allo sport. Lo scopo è creare un immaginario in cui chi detiene il potere è metro per il resto del mondo.

4. Le nazioni ricche cercano di contenere con la forza ogni tentativo di emancipazione.

Questa scuola entrò progressivamente in crisi, tuttavia le sue analisi rimangono ancora oggi attuali.

L’atteggiamento dell’Occidente rispetto la Cina e i fatti interni cinesi sembra impregnato di pregiudizio. Il modello cinese viene costantemente ridotto a nulla, messo in ridicolo, demonizzato.

Si tenta in ogni modo di mostrare la Cina come arretrata, produttrice di prodotti secondari e di cattiva qualità. I telefoni Xiaomi vengono fatti passare come la “Apple cinese” sottintendendo di seconda qualità e dimenticando, invece, l’enorme successo in ambito di creativitá (a costi decisamente più competitivi) che il gruppo Xiaomi sta, ad esempio, raggiungendo.

Il cinema o la musica cinesi sono ridicolizzati (trattamento non riservato a attori o cantanti pop giapponesi e coreani, ad esempio).

La Cina mostra a molti paesi sudamericani, africani e mediorientali che un’alternativa è possibile e che aiutare la propria industria nazionale può portare un paese a svilupparsi in modo autonomo rispetto gli standard economici dell’Occidente.

Uno dei maggiori esponenti della teoria della dipendenza Samir Amin ha sostenuto, inoltre, che l’Europa dovrebbe distaccarsi dagli Stati Uniti d’America e optare per un avvicinamento a Cina, Russia e Africa con cui dovrebbe costruire un blocco contrapposto al disegno egemonico di Washington. Un precursore della Nuova Via della Seta?

L’utilità di analisi tra questa corrente e la contemporanea situazione economica mondiale ci permette di avere un metro di giudizio occidentale e marxista, che allinei le nostre esigenze a quelle cinesi.

Proprio l’esperienza cinese mostra l’importanza di costruire un socialismo con caratteristiche nazionali, ma che non perda di vista l’internazionalismo e la lotta per la giustizia sociale. In questi termini, la teoria della dipendenza potrebbe costituire sia un valido strumento di lettura della realtà cinese, sia una valida possibilità per teorizzare un nuovo socialismo occidentale, non contrapposto ma in collaborazione con quello cinese.