Kenia e Cina, storia di un successo win-win

Nairobi / Pechino 1999

Sei una giovane donna keniota. Conosci bene il razzismo e il sessismo, perché li hai vissuti sulla tua pelle. Attraverso una borsa di studio finanziata dalla Repubblica Popolare Cinese sei riuscita a terminare gli studi e ora hai accesso a un finanziamento per studiare commercio internazionale, presso l’Università di Pechino.

Come molti tuoi coetanei africani sei affascinata dall’Europa e dal Nord America. Le multinazionali occidentali sono il sogno di molti tuoi amici, ma attraverso la tua esperienza in Cina, stai iniziando a dubitare di molte cose. Le multinazionali occidentali portano via le risorse, ma non restituiscono nulla alla popolazione locale.

Le multinazionali americane si preoccupano dell’Africa solo per estrarre le risorse naturali e quando queste si esauriscono, si spostano in altre parti del continente per perseguire gli stessi comportamenti. Noti che gli investitori americani o europei non hanno realizzato la costruzione di infrastrutture permanenti: autostrade, ferrovie o porti.

I dirigenti delle società minerarie, petrolifere e del gas, con sede negli Stati Uniti, non si sono impegnati in programmi di assistenza sociale nelle comunità locali o nello stabilire una forte presenza in Africa. Gli americani sono solo turisti.

Noti che quando la Belt & Road Initiative cinese ha iniziato a farsi strada in Africa, in molti erano sospettosi. Pensavano che fosse solo un modo di Pechino per avere “soft power”, per migliorare la propria immagine. Tuttavia, i cinesi sono stati molto bravi nel costruire infrastrutture chiave in Kenya e in altre parti del continente.

Inoltre, molti uomini d’affari e lavoratori cinesi si sono trasferiti in Africa. Hai assistito all’emergere di China Town in tutto il continente, oltre che in Kenya. L’hai trovato impressionante, perché i cinesi hanno fatto grandi sforzi per comunicare, commerciare e lavorare di più con gli africani. Dopo secoli di colonialismo europeo e sfruttamento nordamericano, la differenza è palpabile.

Monitorando la Cina, noti che molti giovani africani si stanno avvicinando sempre di più a Pechino e che vedono il “modello cinese” come buono da seguire. Le scuole secondarie cinesi accolgono sempre più africani, come te, per studiare in Cina; gli investitori cinesi e le agenzie governative hanno sviluppato programmi di formazione professionale per insegnare agli africani nuove professioni.

Le aziende cinesi capiscono che se investono in Africa a lungo termine devono formare i lavoratori locali per essere autonomi nel lavoro. La strategia è vincente sia per le aziende cinesi che per i lavoratori africani.

Noti che da quando la Cina sta investendo in Africa, questa sta godendo di uno sviluppo più rapido e sta portando avanti campagne di industrializzazione e modernizzazione. Gli africani, come te, che partecipano ai corsi di istruzione professionale possono prendere il controllo del proprio destino.

Dopo aver terminato gli studi in Cina, torni in Kenia. A Pechino, l’università ti ha messo in contatto con una importante azienda cinese con investimenti a Nairobi. Tornata nel tuo paese, sei una professionista affermata e apprezzata, parli swahili, inglese e cinese mandarino. Puoi pensare al tuo futuro serenamente e con ottimismo.


Quando il Kenya e la Cina lavorano insieme, diventano più forti e migliori, dando maggiore successo a entrambi i paesi.

Se la guerra rischia di diventare uno scacco matto per la NATO

La guerra in Ucraina sta velocizzando dinamiche che fino a poche settimane fa sembravano solo in potenza.

Gli Stati Uniti stanno tentando di reagire violentemente (e la propaganda martellante lo conferma) alla tendenza storica di un mondo multipolare. Al contempo, vedendo alto il rischio di isolamento globale stanno cercando in ogni modo di riallacciare i rapporti con paesi produttori di petrolio (Venezuela e Iran) dopo anni di minacce e prevaricazioni. L’Europa (geografica e non l’Unione Europea) sembra la vittima sacrificale di questo tentativo quasi disperato di respingere le nuove potenze. Le sanzioni alla Russia isolano l’Unione Europea (e i vicini, come la Svizzera) economicamente, energeticamente e politicamente, dalla Russia, dalla sfera ex sovietica e dall’Asia. L’Europa diventa la vera economia chiusa, in balia della propaganda, in crisi demografica e politica, con la guerra alle porte, povera di risorse e piena di debiti. La dipendenza europea dagli Stati Uniti, se queste condizioni dovessero perdurare, è completa e inevitabile.

Al contempo, il tentativo degli USA di coinvolgere la Cina (con scarso esito) nella condanna alla Russia, mostra anche la fragilità del tentativo unipolare.

Gli Stati Uniti non possono farcela da soli, se India, Iran, Pakistan e Cina non condannano in modo netto la Russia, le sanzioni rischiano di fare molto meno male di quanto avrebbero potuto.

Si arriva qui alla vera sorpresa: Pakistan e India, in modi molto differenti stanno avendo un atteggiamento molto meno ostile verso la Russia rispetto a quanto desiderato dagli occidentali. Il rischio che il blocco del subcontinente (sempre diviso e conflittuale) subisca il richiamo della collaborazione inter-asiatica è reale.

Tutti i progetti di integrazione regionale in Asia stanno procedendo spediti. L’Iran, proprio in questi giorni, sta rinsaldando la propria vicinanza alla Russia; così come la Siria.

India e Pakistan che per estensione, nucleare e demografia sono già delle aspiranti potenze, nonostante le loro storiche divisioni, iniziano a risentire del richiamo geopolitico delle organizzazioni regionali. Anche i paesi ASEAN stanno lentamente subendo questo richiamo.

Il nucleo duro Russia, Cina e Iran può diventare il cuore di un centro di gravità geopolitico attorno a cui si ritroveranno alcuni paesi asiatici o dell’ex blocco sovietico.

La partecipazione dell’India, ancora più che il Pakistan, a un progetto simile non potrebbe che concludere il quadrato.

La sfida asiatica al futuro è aperta e la collaborazione sembra prevalere sul conflitto.

L’Occidente e la fine dell’Impero

Sono settimane che la Russia chiede un incontro per discutere un quadro di sicurezza europea, ragionevole e per la pace. La Nato, l’UE e gli Stati Uniti, hanno rifiutato ogni discussione che tenesse in considerazione le esigenze russe. Perché?

Perché non si accetta che il nuovo quadro del mondo è cambiato, l’ingresso della Cina rompe l’equilibrio post 1989 e rompe l’egemonia unilaterale euro-nordamericana. Il gangsterismo della NATO finisce qui.

Non a caso, al di là della propaganda, la notizia del riconoscimento delle repubbliche del Donbass è stata presa ben diversamente in Africa e Sud America, rispetto all’Europa.

Un gigante della diplomazia internazionale come Lavrov, forse la vera anima della diplomazia russa, ha dovuto fare lezioni di geografia, geopolitica e storia a improvvisati ministri degli esteri europei che andavano a parlare di cose che neanche ben sanno. Abbiamo visto il tentato golpe arancione in Kazakistan e pezzi di Africa sfuggire finalmente al colonialismo indiretto francese, abbiamo visto Biden e la pacifica amministrazione democratica minacciare, minacciare, armare, violare accordi, manipolare la realtà e ancora minacciare… Non cambia che il quadro sia Taiwan o l’Europa Orientale.

Sono vuote le parole dell’UE che parla di pace in Europa da 50 anni e dimentica di aver bombardato (più o meno, parteciparono tutti in modo diverso) Belgrado, famiglie che li vivevano e avevano una vita normale, andavano la mattina a scuola o a lavoro, si riunivano per le feste e la domenica, proprio come molti tra noi. Si dimentica il terrore fatto vivere in Serbia a migliaia di persone sotto i bombardamenti per riconoscere uno stato separatista (proprio come il Donbass) il Kosovo.

Oggi, non ci rimane che vedere come il mondo sta cambiando e come i governanti europei si rivelino corrotti e forse convinti essi stessi delle loro bugie. Come quegli attori che alla fine si identificano nel loro stesso personaggio e non se ne separano più.

Iran, Cina, Russia e altri paesi a essi vicini, possiedono risorse energetiche, credibilità globale, numeri per territorio e popolazione, crescita economica e progetti futuri, il mondo non sta cambiando, il mondo è cambiato. Più tardi i nostri politici se ne renderanno conto e più pagheremo tutti un carissimo prezzo.

Ripudiamo la guerra imperialista, ripudiamo la NATO, ripudiamo la struttura politica occidentale e avviciniamoci diplomaticamente al nuovo ordine multipolare, muoviamoci liberi e alla pari con i paesi che hanno trasgredito in questi decenni, stabiliamo nuovi accordi con gli asiatici, i nostri vicini di casa.

La Cina, l’Africa e la collaborazione tra pari

“Mi complimento con il governo cinese per gli investimenti in Africa. Ringrazio la Repubblica popolare cinese per aver collaborato con lo Zambia.

Imprenditori zambiani e investitori cinesi lavorano insieme per una ricchezza condivisa. Zambiani e cinesi collaborano per il reciproco vantaggio. La cooperazione Zambia-Cina crea prosperità comune.

Accolgo con favore gli investitori cinesi che lavorano nella Repubblica dello Zambia. Per favore visitate lo Zambia.

Vi ringrazio,

Anna Zgambo
Cittadino dello Zambia
Località: Lusaka.”

La contrapposizione Cina – Tibet non esiste, è un falso mito dell’Occidente

Nel 2021, è stato pubblicato il Nuovo Libro Bianco sul Tibet, da parte della Repubblica Popolare Cinese.

Il Tibet, a partire dal 1951, si è unito alla Repubblica Popolare per emancipare la propria popolazione: fino ad allora la popolazione era legata alla teocrazia buddhista. Il Tibet pre-socialismo era un paese con condizioni produttive feudali, basate su una agricoltura estensiva e su un diffuso latifondo che doveva tenere in piedi i grandi monasteri. Questo articolo non intende contrapporre il vecchio Tibet o la religione tibetana buddista o bon al socialismo cinese, al contrario, dobbiamo far notare come furono esponenti locali tibetani a firmare gli accordi e a permettere il corretto inserimento della regione nella Cina popolare. Oggi, con le nuove riforme, vale la pena ricordare, come la tradizione locale stia proliferando e sia ancora tenuta in vita. Al contrario di quanto propagandato in Occidente, il socialismo tutela la crescita delle minoranze etniche, linguistiche, culturali o religiose. La Repubblica Popolare ha emancipato da condizioni di vita feudali milioni di persone, su tutto il proprio territorio nazionale e indipendentemente dall’etnia, lingua, cultura o religione di appartenenza. Parlare di diverse etnie in seno a un paese multi-etnico, con una storia diversa da quella europea e che, quindi, non ha posseduto storicamente l’idea di “stato-nazione” non ha senso. Un cittadino cinese, sia esso di etnia han o tibetana, è sempre un cittadino cinese e possedere un’abitazione dignitosa o avere accesso all’istruzione sono fattori di emancipazione indipendentemente dalla propria religione o lingua.

Dopo l’inserimento nella Repubblica e la parificazione etnica tra tutti i gruppi residenti in Tibet, nel 1965, fu creata la regione autonoma tibetana proprio per permettere il rispetto delle tradizioni locali. Infine, nel 1978, anche il Tibet ha vissuto la politica di riforme socialiste che ha caratterizzato la Cina recente.

Ad oggi il Tibet ha visto un netto aumento dell’aspettativa di vita, della parità sociale, dell’istruzione e della produzione. La regione ancora fortemente legata ai suoi aspetti mistici e religiosi, non è diventata un museo a cielo aperto per turisti occidentali desiderosi di trovare un paradiso esotico in cui fare le vacanze e da cui scappare appena finito il saccheggio esistenziale; al contrario, grazie al socialismo e all’unione con la Cina, il Tibet è riuscito ad emanciparsi diventando una regione con grandi infrastrutture, turismo, servizi, ma anche industrie e agricoltura. La popolazione locale gode degli stessi diritti del resto della Cina e come garantito dalla Costituzione Cinese tutte le religioni sono tollerate.

I contadini tibetani sono ora proprietari delle proprie terre o lavorano in cooperative socialiste, le industrie producono i più disparati beni e servizi tanto per il territorio, quanto per l’esportazione e, negli ultimi anni, si stanno implementando politiche di tutela del territorio e dell’ambiente.

La contrapposizione Cina – Tibet non ha senso di esistere, si tratta di un falso mito creato dall’Occidente. Sin dai tempi più antichi i due paesi sono stati strettamente collegati tra loro in rapporti di guerre, conquiste, fusioni e separazioni, dinastie alleate e rivali hanno governato uno o tutti e due i paesi, imperatori di lingua o cultura dell’uno o dell’altro paese hanno governato nominalmente o di fatto entrambe i territori, creando un crogiolo culturale e sincretico che caratterizza l’intero Estremo Oriente. Vale la pena ricordare, che in questa area le identità sono qualcosa di più fluido e coesistente, una persona può appartenere a uno, due o tre religioni contemporaneamente senza cogliere alcuna incoerenza. Così, un cittadino tibetano può essere cinese, non di etnia han, ma socialista e magari buddhista, taoista e confuciano e non avvertire alcuna incoerenza in tutte queste sue identità.

Il pendolo della storia gira talvolta in un senso e talvolta in un altro senso, parlare di identità o stati conflittuali tra Tibet e Cina vuol dire portare una logica statuale e oppositiva in un contesto culturale dove questa logica storicamente e filosoficamente non è presente e giustificata.