Tempi e strategie secondo la stampa occidentale (ovvero della dissociazione dalla realtà)

Sentendo i giornalisti europei sembrerebbe che la Russia abbia davanti un conflitto lunghissimo e sanguinario: non averlo concluso in una settimana sarebbe un enorme insuccesso.

Come al solito, la macchina della propaganda NATO è all’opera e mistifica la realtà dei fatti. L’Ucraina è stata già più volte (ri)conquistata dai russi/sovietici nel corso del ‘900, in modo stabile e mai in pochi giorni.

Presentare oggi, la normale lunghezza del conflitto come un prolungamento fallimentare dello stesso è non solo falso, ma anche inutile da un punto di vista umanitario.

L’Occidente, l’UE e i governi NATO si rendono complici del prolungamento del conflitto da parte ucraina, creando la falsa percezione di un possibile successo, ma la realtà è che senza un aiuto esterno (che tutti hanno negato) l’Ucraina non ha nessuna possibilità di resistere alla Russia.

Si sente parlare di rischi nucleari, come se i russi volessero scatenare un incidente nucleare che colpirebbe la popolazione civile tra 15 anni e che riguarderebbe buona parte dei territori russi (Mosca inclusa), più che Unione Europea e NATO.

Non sento invece parlare dei laboratori biologici ucraini, finanziati dagli Stati Uniti, dove invece si stavano costruendo veramente armi biologiche letali, potenzialmente pericolose (specie se affidate a uno stato fantoccio mafioso e para-nazista come quello ucraino dopo il 2014). Non sento parlare dei rischi che l’Ucraina ottenesse la bomba atomica o delle pericolose richieste di una no fly zone che metterebbe direttamente a confronto Russia e NATO.

I russi stanno vincendo e vinceranno questa guerra, non in giorni, ma in settimane e mesi e lo sapevano benissimo da prima di iniziarla. La stessa stampa si tradisce parlando di mercenari assoldati dal Cremlino, in tutto il Medio Oriente, fino ad ottobre (ammesso che la notizia sia reale e non l’ennesima bolla informativa).

L’altra grande notizia è quella dell’intervento russo in Moldavia/Transnistria. La repubblica separatista sarebbe il nuovo Donbass, Putin prevedrebbe (e la Bielorussia con un errore pacchiano lo direbbe al mondo intero) una nuova guerra e annessione.

Ovviamente, non dispongo di nessuna informazione speciale al riguardo, ma posso procedere con la logica. Al momento, in Moldavia le ostilità tra separatisti e governo centrale non hanno raggiunto in nessun caso il picco di violenza presente in Ucraina dal 2014. I cittadini russi o russofoni (almeno fino ad ora) non hanno subito nessuna discriminazione speciale. La stessa Moldavia ha reso più concreta la spinta verso l’UE solo in questi giorni di propaganda e la Transnistria è saldamente sorvegliata da soldati russi presenti da anni. La situazione (almeno superficialmente) sembra ben più pacifica. Salvo inutili provocazioni moldave o NATO, non mi preoccuperei molto di quel confine, penserei piuttosto alla Georgia* come area di tensione, ma le truppe russe, per il momento, sono ben lontane…

*Abcazia e Ossezia meritano un post a parte, per la lunga storia e il rischio di genocidio (da parte georgiana) che quei popoli corrono.

L’Occidente e la fine dell’Impero

Sono settimane che la Russia chiede un incontro per discutere un quadro di sicurezza europea, ragionevole e per la pace. La Nato, l’UE e gli Stati Uniti, hanno rifiutato ogni discussione che tenesse in considerazione le esigenze russe. Perché?

Perché non si accetta che il nuovo quadro del mondo è cambiato, l’ingresso della Cina rompe l’equilibrio post 1989 e rompe l’egemonia unilaterale euro-nordamericana. Il gangsterismo della NATO finisce qui.

Non a caso, al di là della propaganda, la notizia del riconoscimento delle repubbliche del Donbass è stata presa ben diversamente in Africa e Sud America, rispetto all’Europa.

Un gigante della diplomazia internazionale come Lavrov, forse la vera anima della diplomazia russa, ha dovuto fare lezioni di geografia, geopolitica e storia a improvvisati ministri degli esteri europei che andavano a parlare di cose che neanche ben sanno. Abbiamo visto il tentato golpe arancione in Kazakistan e pezzi di Africa sfuggire finalmente al colonialismo indiretto francese, abbiamo visto Biden e la pacifica amministrazione democratica minacciare, minacciare, armare, violare accordi, manipolare la realtà e ancora minacciare… Non cambia che il quadro sia Taiwan o l’Europa Orientale.

Sono vuote le parole dell’UE che parla di pace in Europa da 50 anni e dimentica di aver bombardato (più o meno, parteciparono tutti in modo diverso) Belgrado, famiglie che li vivevano e avevano una vita normale, andavano la mattina a scuola o a lavoro, si riunivano per le feste e la domenica, proprio come molti tra noi. Si dimentica il terrore fatto vivere in Serbia a migliaia di persone sotto i bombardamenti per riconoscere uno stato separatista (proprio come il Donbass) il Kosovo.

Oggi, non ci rimane che vedere come il mondo sta cambiando e come i governanti europei si rivelino corrotti e forse convinti essi stessi delle loro bugie. Come quegli attori che alla fine si identificano nel loro stesso personaggio e non se ne separano più.

Iran, Cina, Russia e altri paesi a essi vicini, possiedono risorse energetiche, credibilità globale, numeri per territorio e popolazione, crescita economica e progetti futuri, il mondo non sta cambiando, il mondo è cambiato. Più tardi i nostri politici se ne renderanno conto e più pagheremo tutti un carissimo prezzo.

Ripudiamo la guerra imperialista, ripudiamo la NATO, ripudiamo la struttura politica occidentale e avviciniamoci diplomaticamente al nuovo ordine multipolare, muoviamoci liberi e alla pari con i paesi che hanno trasgredito in questi decenni, stabiliamo nuovi accordi con gli asiatici, i nostri vicini di casa.

La Cina e il futuro del mondo

Nessuno – men che meno io – può prevedere ciò che accadrà in futuro.

Negli anni ‘80, scrittori, giornalisti e politici statunitensi (e non solo) prevedevano il superamento del Giappone in ambito economico sugli Stati Uniti d’America.

La storia ci dimostra che quelle previsioni, all’epoca molto diffuse e tutto sommato ragionevoli erano errate, per una serie di motivi che nessuno poteva immaginare. Di lì a pochi anni il Giappone fu investito da una crisi economica che portò il paese a rallentare drasticamente i ritmi di crescita; mentre gli Stati Uniti d’America con l’arrivo dell’economia digitale vedevano crescere infinitamente le proprie prospettive. Il Giappone, pur avendo un potenziale enorme in ambito tecnologico e informatico, non riuscì a cogliere questo treno alla velocità con cui lo presero gli Stati Uniti. Fattori demografici, la fine della Guerra Fredda e una crisi monetaria che colpì tutta l’Asia Orientale fecero il resto.

La storia del Giappone (anche se non dobbiamo dimenticare che parliamo ancora di oggi di uno dei paesi più ricchi e avanzati del mondo) ci mostra chiaramente che non basta avere un grande potenziale e una popolazione preparata e laboriosa per ‘riuscire’.

Eppure, personalmente sono convinto che il caso cinese sia completamente diverso.

La Cina può contare su una serie di fattori differenti:

1- Il numero di abitanti, la Cina ha una popolazione maggiore a 1 miliardo di abitanti, il Giappone può contare poco più di 100 milioni di abitanti (gli USA possono oltre 329 milioni di abitanti).

2- Il potenziale economico del Giappone al momento del supposto superamento era già raggiunto. La Cina ha cominciato solo nell’ultima decade a non puntare più sull’export massimo, ma su qualità dei prodotti, innovazione, alta tecnologia e mercato interno. Il potenziale economico cinese è ben lontano dall’essere raggiunto.

3- La Cina sta esportando capitali in tutto il mondo, in modo molto più massivo rispetto al Giappone, associando anche un’azione diplomatica. Questo punto va idoneamente spiegato: non si intende dire che la Repubblica Popolare stia effettuando operazione neocoloniale (come suggerisce in cattiva fede la stampa occidentale), ma che la Cina non avendo perso la II Guerra Mondiale e non avendo truppe di occupazione sul proprio territorio (mentre il Giappone è costellato di basi statunitensi) può contare su una maggiore libertà di azione in politica estera e negli accordi. Facendo un esempio pratico, il prestito fatto dalla Cina a Trinidad e Tobago, a ottime condizioni per il contraente, non sarebbe stato nemmeno lontanamente immaginabile offerto dal Giappone. Il Giappone non avrebbe potuto in alcun modo sfidare l’egemonia economica USA o degli organi internazionali ad essa soggetti.

4- La Repubblica Popolare sta investendo in settori che rappresentano il futuro, spesso dettando la linea (esplorazione spaziale, fusione nucleare, energie verdi, computer quantistici); il Giappone in ambito tecnologico, non è certo un paese secondario, tuttavia, almeno all’apparenza la creatività non è il forte delle aziende nipponiche. Basti pensare a uno dei settori economici maggiormente in crescita oggi: i social. Nessun grande azienda mondiale di social è oggi giapponese o è stata creata in Giappone.

5- Il Giappone ha contro tanti stati indignati per le azioni del passato (cinesi, coreani, gli stessi statunitensi…); la Cina può perdere colpi per la propaganda avversa o per invidia, ma rispetto al tentativo di egemonizzare l’intero Estremo Oriente con bombardamenti, genocidi, esperimenti su esseri umani, stupri, rastrellamenti, campi di concentramento e massacri, il confronto in negativo non regge minimamente.

6- Le comunità cinesi d’oltremare sparse in tutta l’Asia Orientale, dal Vietnam a Singapore. Queste comunità sono rimaste in contatto con la madrepatria e oggi sono desiderose di contribuire al successo della Repubblica Popolare in ogni ambito. Questi cittadini spesso costituiscono dei ponti economici, commerciali e politici tra la Cina popolare e i governi dell’area.

7- Il socialismo di mercato cinese, rivelatosi allo stato attuale la vera sorpresa. Nonostante, in Occidente, si diffondesse negli anni ’90 la vulgata della morte del marxismo, ad oggi il socialismo in Oriente è più che mai vivo. Xi Jinping in un recente testo ha detto che il marxismo sta vincendo la competizione ideologica globale. Il sistema, coniugando il marxismo e il mercato, cerca di sviluppare il potenziale dei vari attori economici a vantaggio della comunità, ottenendo dei risultati impensabili tanto nel vecchio socialismo reale, quanto nelle società neoliberiste (soggette sì, a rapidi cicli di crescita, ma anche a brusche frenate e crisi monetarie o del debito).