Kenia e Cina, storia di un successo win-win

Nairobi / Pechino 1999

Sei una giovane donna keniota. Conosci bene il razzismo e il sessismo, perché li hai vissuti sulla tua pelle. Attraverso una borsa di studio finanziata dalla Repubblica Popolare Cinese sei riuscita a terminare gli studi e ora hai accesso a un finanziamento per studiare commercio internazionale, presso l’Università di Pechino.

Come molti tuoi coetanei africani sei affascinata dall’Europa e dal Nord America. Le multinazionali occidentali sono il sogno di molti tuoi amici, ma attraverso la tua esperienza in Cina, stai iniziando a dubitare di molte cose. Le multinazionali occidentali portano via le risorse, ma non restituiscono nulla alla popolazione locale.

Le multinazionali americane si preoccupano dell’Africa solo per estrarre le risorse naturali e quando queste si esauriscono, si spostano in altre parti del continente per perseguire gli stessi comportamenti. Noti che gli investitori americani o europei non hanno realizzato la costruzione di infrastrutture permanenti: autostrade, ferrovie o porti.

I dirigenti delle società minerarie, petrolifere e del gas, con sede negli Stati Uniti, non si sono impegnati in programmi di assistenza sociale nelle comunità locali o nello stabilire una forte presenza in Africa. Gli americani sono solo turisti.

Noti che quando la Belt & Road Initiative cinese ha iniziato a farsi strada in Africa, in molti erano sospettosi. Pensavano che fosse solo un modo di Pechino per avere “soft power”, per migliorare la propria immagine. Tuttavia, i cinesi sono stati molto bravi nel costruire infrastrutture chiave in Kenya e in altre parti del continente.

Inoltre, molti uomini d’affari e lavoratori cinesi si sono trasferiti in Africa. Hai assistito all’emergere di China Town in tutto il continente, oltre che in Kenya. L’hai trovato impressionante, perché i cinesi hanno fatto grandi sforzi per comunicare, commerciare e lavorare di più con gli africani. Dopo secoli di colonialismo europeo e sfruttamento nordamericano, la differenza è palpabile.

Monitorando la Cina, noti che molti giovani africani si stanno avvicinando sempre di più a Pechino e che vedono il “modello cinese” come buono da seguire. Le scuole secondarie cinesi accolgono sempre più africani, come te, per studiare in Cina; gli investitori cinesi e le agenzie governative hanno sviluppato programmi di formazione professionale per insegnare agli africani nuove professioni.

Le aziende cinesi capiscono che se investono in Africa a lungo termine devono formare i lavoratori locali per essere autonomi nel lavoro. La strategia è vincente sia per le aziende cinesi che per i lavoratori africani.

Noti che da quando la Cina sta investendo in Africa, questa sta godendo di uno sviluppo più rapido e sta portando avanti campagne di industrializzazione e modernizzazione. Gli africani, come te, che partecipano ai corsi di istruzione professionale possono prendere il controllo del proprio destino.

Dopo aver terminato gli studi in Cina, torni in Kenia. A Pechino, l’università ti ha messo in contatto con una importante azienda cinese con investimenti a Nairobi. Tornata nel tuo paese, sei una professionista affermata e apprezzata, parli swahili, inglese e cinese mandarino. Puoi pensare al tuo futuro serenamente e con ottimismo.


Quando il Kenya e la Cina lavorano insieme, diventano più forti e migliori, dando maggiore successo a entrambi i paesi.

2,5 milioni di barili al giorno – Intervista a Demostenes Floros

Pubblichiamo l’intervista che Demostenes FlorosSenior Energy Economist CER-Centro Europa Ricerche – ha rilasciato al nostro blog:

1) Le sanzioni imposte alla Russia possono fermare il conflitto?

1- A mio avviso, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti d’America e dall’Unione Europea non possono fermare la guerra; più precisamente, le prime sanzioni erano già state imposte alla Federazione Russa sin dal 2014. Ovviamente, sulla scia del colpo di Stato a Kiev con conseguente referendum in Crimea. Ciò che cosa ha comportato per la Federazione Russa? Ovviamente, i dati macroeconomici del triennio 2014-2016 indicano una situazione di forte difficoltà, ma non solo. Prodotti che prima venivano importanti dall’Italia o dal resto dell’Unione Europea sono stati sostituiti con altri fornitori, con altri produttori dell’America centrale o dell’America Latina. Inoltre, è stata sviluppata la produzione interna: la Russia, dal 2014, ha cominciato a produrre beni che prima venivano esclusivamente importati.

Da un punto di vista politico, invece, la Russia ha frattanto capito molto bene una cosa: basta farsi illusioni sull’autonomia politica dell’Unione Europea dagli Stati Uniti. Oggi, ci sono molte più sanzioni rispetto al 2014 e, forse, stiamo cominciando a renderci conto che queste danneggeranno la Russia, ma danneggeranno anche noi europei e non poco.

2) A tuo avviso, gli Stati Uniti stanno soffiando sul conflitto per separare l’Europa dalla Russia e dalla Cina?

2- Credo che l’obiettivo sia quello di separare l’Unione Europea dalla Federazione Russa, in primo luogo la Germania dalla Federazione Russa e dalla Cina. Per capire questo, bisogna però fare un piccolo passo indietro e ragionare prendendo spunto dalla politica della manifattura tedesca: questa è ben consapevole della necessità di approvvigionarsi di energia quindi, di un rapporto diretto con la Federazione Russa. Nel contempo, anche di un rapporto con la Cina, intesa come mercato di sbocco commerciale, ma non solo visti i numeri relativi al peso della manifattura cinese su quella mondiale. I dati di Confindustria ci dicono infatti che il peso della manifattura cinese su quella mondiale è passato dal 5% del 1995 a oltre il 30%, secondo l’ultimo rilevamento a nostra disposizione; di converso la manifattura statunitense è calata attorno al 16,6 %, quella tedesca poco sopra al 5%, l’Italia al 2,2%. Si vede chiaramente come il continente euroasiatico nel suo complesso ha un peso centrale nell’economia mondiale.

Le ricadute economiche e sociali per l’Europa saranno durissime se continuerà questo atteggiamento di subalternità agli Stati Uniti d’America e per quanto attiene l’Italia, le conseguenze saranno forse più dure visto l’incremento dei prezzi delle fonti fossili, in particolar modo del gas naturale. Siamo il paese con il maggiore incremento di prezzo medio delle fonti fossili nel 2021, scontiamo un aumento del 180%, a fronte di uno a livello medio mondiale poco sopra il 100% e questo è un aspetto gravissimo. Credo che la nostra classe politica non sia completamente consapevole di quanto ciò sia grave, soprattutto se noi andiamo ad analizzare l’andamento estremamente positivo delle nostre esportazioni, o per meglio dire del “Made in Italy” acquistato in Cina, nel corso degli ultimi anni cioè, da quando era stato firmato il Memorandum per “La via della seta”.

3) Ricollegandoci al tuo libro “Guerra e pace dell’energia. La strategia per il gas naturale dell’Italia tra Federazione Russa e NATO”, pensi che l’Unione Europea possa rendersi indipendente dal gas e dal petrolio russo in pochi mesi? Riesci a immaginare una tempistica realistica?

3- Ritengo questa tempistica assolutamente non realistica, non solo nel breve periodo, ma anche nel medio. Io ritengo che il gas che noi acquistiamo dalla Federazione Russa non sia assolutamente sostituibile in toto con altri fornitori; forse, con uno sforzo economico notevole e pagando di più, tanto per essere chiari, si potrebbe sostituire una parte minima di questo gas con altri fornitori, ma ripeto ad un prezzo più alto e, quindi, con delle conseguenze molto chiare sui costi di produzione della nostra manifattura. Attenzione, inoltre, il problema non si pone soltanto per il gas che l’UE e l’Italia acquista dalla Russia, ovvero il 40% del nostro fabbisogno, ma riguarda tutte le fonti fossili. La quantità di petrolio che l’Europa importa dalla Federazione Russa è di circa 2,5 milioni di barili al giorno e di 5-6 milioni di tonnellate di prodotti raffinati al mese. Il petrolio, a differenza del gas naturale è più facilmente sostituibile, ma ne esistono diverse tipologie, quindi non si tratta semplicemente di sostituire quello russo con un qualsiasi greggio prodotto in giro per il mondo. Bisogna trovare un petrolio analogo e tanto per fare nomi, un greggio simile si trova in Venezuela e in Iran, con tutte le problematiche note.

Non da ultimo, bisogna ricordare che l’UE dipende dal carbone per circa il 10-12% dei propri consumi di energia primaria. Anche il prezzo del carbone nelle ultime settimane è esploso del 250% e anche questo viene per lo più importato dalla Russia.

4) Parlando di Asia. Che ruolo può avere la Cina in questo conflitto e in che modo le scelte di Pakistan, India e Arabia Saudita, riguardo lo yuan lasciano presagire una guerra valutaria? Il blocco euroasiatico sta sfidando la supremazia del dollaro?

4- Questo aspetto è molto interessante e credo che sia il vero cuore del problema che forse non appare immediatamente nel conflitto in Ucraina, che sostanzialmente è un conflitto tra NATO e Russia, come diligentemente ha riassunto il Prof. Luciano Canfora. Un aspetto centrale che era già intuibile ad una lettura attenta del voto all’assemblea generale delle Nazioni Unite sulla condanna all’invasione.

In merito al ruolo che sta avendo la Cina, io molto chiaramente affermo che la Cina sostiene in tutto e per tutto la Federazione Russa: non mi stupirei, se nel colloquio intercorso tra Putin e Xi, qualche giorno prima dell’allargamento del conflitto, il secondo fosse venuto a conoscenza delle volontà russa. Infatti, credo che Putin non avrebbe mai azzardato un’operazione del genere senza la consapevolezza di un sostegno economico e finanziario da parte della Cina. Perché la Cina sostiene la Federazione Russa? Da un punto di vista geopolitico la spiegazione è relativamente semplice e cioè, nel caso in cui gli Stati Uniti avessero posto le proprie armi in Ucraina e quindi tenuto sotto tiro Mosca con i propri missili a massimo 3-5 minuti di tempo, a quel punto la partita per il mantenimento della supremazia globale si sarebbe rivolta nei confronti della Cina. Avremmo visto, come in parte abbiamo già visto nel corso degli ultimi anni, uno spostamento di tutto il complesso militare-industriale statunitense attorno alla Cina per accerchiarla. Per fare questo, gli Stati Uniti dovevano cercare di spaccare i legami tra Russia e Cina o almeno mettere anzi tutto la prima in un angolo.

Io però non escludo anche una seconda ipotesi, non necessariamente in contrasto con la prima, e cioè che il sostegno della Cina alla Federazione Russa contempli anche una matrice ideologica e cioè, non escludo che ci sia anche una certa affinità ideologica tra una parte, fosse anche minoritaria, della classe dirigente che sostiene il Presidente Putin e la classe dirigente cinese.

Per quanto attiene il ruolo della Cina, quindi, da una parte essa supporta nei fatti la Federazione Russa e dall’altra parte, in maniera molto intelligente, svolge un ruolo di mediazione. Da questo punto, di vista come ha suggerito l’economista Pasquale Cicalese, la Cina ha molte frecce al proprio arco. Immaginiamo se questa decidesse di diminuire l’ammontare di titoli di Stato americano in proprio possesso, se non sbaglio oggi siamo poco sotto il trilione di dollari. Immaginiamo se la Cina decidesse di incanalare questo denaro e di utilizzarlo in investimenti nei confronti dei paesi che producono energia che si sono astenuti in sede ONU o dei produttori di semilavorati, avremmo uno straordinario spostamento di ricchezza dal blocco atlantico verso l’Eurasia e in parte anche l’Africa. Quindi, la Cina ha un peso di mediazione non indifferente e auspico che possa utilizzarlo.

Per quanto riguarda la guerra valutaria, bisogna essere cauti perché spesso si è parlato di fine del dollaro e questa non si è nei fatti verificata. Potremmo, tuttavia essere a un punto di rottura, poiché la Cina potrebbe comprare petrolio da sauditi e russi pagando in yuan e/o rubli. La Cina è il principale importatore di petrolio al mondo e questo potrebbe spingere anche altri paesi a optare per l’acquisto di “oro nero” nella propria valuta nazionale.

A mio avviso, si è dato poco risalto alla proposta che ha fatto il governatore della Federal Reserve Powell, il 2 marzo, quando ha parlato di affiancare al dollaro a un’altra moneta come valuta internazionale. Non si è mai fatto esplicito riferimento allo yuan, ma la proposta sembrava chiara: smettere di appoggiare la Russia, per avere questo enorme riconoscimento. Ad oggi, la Cina sembra però restia ad accettare questo tipo di accordo.

5) Che ruolo intende giocare la Turchia in questo confronto?

5- Ritengo l’atteggiamento della Turchia per certi versi “eccezionale”. Ad oggi, Erdogan è riuscito a destreggiarsi, nonostante le pressioni degli Stati Uniti e tenuto conto che ha il secondo esercito all’interno della NATO. È riuscito anche a ritagliarsi un ruolo di mediatore, seppur con risultati piuttosto scarsi al momento. Penso che ciò renda impietoso il confronto con quello che purtroppo sta facendo il governo italiano.

Credo che la Turchia continuerà a mediare finché avrà margine per farlo, senza esporsi in modo decisivo. Mi pare, inoltre, che la Turchia non sia più così smaniosa di entrare all’interno dell’Unione Europea. Tuttavia, pur avendo ben compreso il peso economico dell’Eurasia, essa non può nel contempo ignorare la situazione reale cioè, non può non tenere conto dei forti investimenti manifatturieri dell’Occidente nel paese.

6) Possiamo immaginare un futuro in cui l’Europa si smarcherà dagli Stati Uniti per avvicinarsi al blocco euroasiatico?

6- La domanda parte da un presupposto non reale, poiché in Europa (intesa come UE) non esiste una politica estera o militare comune. Questo processo non si è verificato negli anni passati e non mi pare prossimo a realizzarsi. Oggi, abbiamo l’Europa della Germania e, in parte, della Francia, che tentano una via diplomatica e sono fortemente preoccupate per il futuro della loro manifattura, ma abbiamo anche l’Europa della Polonia e dei baltici, molto propensi ad aprire un conflitto militare diretto con la Russia. Non escludo che potremmo trovarci dinanzi alla fine dell’unipolarismo Usa e alla chiusura dei trent’anni successivi alla caduta del muro di Berlino e al crollo dell’Unione Sovietica. Vale anche la pena notare come, in Italia il primo Governo Conte – che per inciso io non ho votato – in merito alla politica commerciale, avesse creato degli ottimi rapporti con la Federazione Russa e con la Cina pur rimanendo all’interno di una politica atlantista.

L’Occidente e la fine dell’Impero

Sono settimane che la Russia chiede un incontro per discutere un quadro di sicurezza europea, ragionevole e per la pace. La Nato, l’UE e gli Stati Uniti, hanno rifiutato ogni discussione che tenesse in considerazione le esigenze russe. Perché?

Perché non si accetta che il nuovo quadro del mondo è cambiato, l’ingresso della Cina rompe l’equilibrio post 1989 e rompe l’egemonia unilaterale euro-nordamericana. Il gangsterismo della NATO finisce qui.

Non a caso, al di là della propaganda, la notizia del riconoscimento delle repubbliche del Donbass è stata presa ben diversamente in Africa e Sud America, rispetto all’Europa.

Un gigante della diplomazia internazionale come Lavrov, forse la vera anima della diplomazia russa, ha dovuto fare lezioni di geografia, geopolitica e storia a improvvisati ministri degli esteri europei che andavano a parlare di cose che neanche ben sanno. Abbiamo visto il tentato golpe arancione in Kazakistan e pezzi di Africa sfuggire finalmente al colonialismo indiretto francese, abbiamo visto Biden e la pacifica amministrazione democratica minacciare, minacciare, armare, violare accordi, manipolare la realtà e ancora minacciare… Non cambia che il quadro sia Taiwan o l’Europa Orientale.

Sono vuote le parole dell’UE che parla di pace in Europa da 50 anni e dimentica di aver bombardato (più o meno, parteciparono tutti in modo diverso) Belgrado, famiglie che li vivevano e avevano una vita normale, andavano la mattina a scuola o a lavoro, si riunivano per le feste e la domenica, proprio come molti tra noi. Si dimentica il terrore fatto vivere in Serbia a migliaia di persone sotto i bombardamenti per riconoscere uno stato separatista (proprio come il Donbass) il Kosovo.

Oggi, non ci rimane che vedere come il mondo sta cambiando e come i governanti europei si rivelino corrotti e forse convinti essi stessi delle loro bugie. Come quegli attori che alla fine si identificano nel loro stesso personaggio e non se ne separano più.

Iran, Cina, Russia e altri paesi a essi vicini, possiedono risorse energetiche, credibilità globale, numeri per territorio e popolazione, crescita economica e progetti futuri, il mondo non sta cambiando, il mondo è cambiato. Più tardi i nostri politici se ne renderanno conto e più pagheremo tutti un carissimo prezzo.

Ripudiamo la guerra imperialista, ripudiamo la NATO, ripudiamo la struttura politica occidentale e avviciniamoci diplomaticamente al nuovo ordine multipolare, muoviamoci liberi e alla pari con i paesi che hanno trasgredito in questi decenni, stabiliamo nuovi accordi con gli asiatici, i nostri vicini di casa.

La sinistra latinoamericana e la costruzione di un mondo multipolare

Dopo un periodo di reflusso, in Sud America il vento della sinistra è tornato a soffiare. Le recenti elezioni in Cile, Nicaragua e Venezuela hanno confermato i successi della sinistra, specie quando questa non è solo la stampella riformista del capitalismo e dell’imperialismo statunitense e europeo nella regione.

Questo nuovo corso politico sta finalmente facendo convergere gli interessi dei popoli storicamente oppressi in unico campo alternativo a quello imperialista. In questo modo, Cina e Russia stanno ricominciando a giocare un ruolo da protagoniste nella costruzione di un mondo multipolare.

Nel precedente post abbiamo parlato della teoria delle dipendenza, di provenienza sudamericana, e di come questa scuola avesse portato alcuni suoi teorici a immaginare una convergenza tra oppressi in contrapposizione al Washington Consensus.

Già a dicembre, il Nicaragua sandinista ha riallacciato le relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese, non riconoscendo più il governo secessionista di Taiwan.

Proprio la teoria della dipendenza può aiutarci a capire l’interesse statunitense nella regione. I paesi sudamericani sono ottimi produttori di materie prime e fornitori di lavoratori a basso costo per il mercato statunitense. L’agricoltura e le miniere dell’America Latina hanno permesso la crescita di molto delle multinazionali a stelle strisce e proprio questa ricchezza del territorio è stata causa dello sfruttamento e degli innumerevoli colpi di stato finanziati e orchestrati dalla CIA: lo zucchero cubano, il litio boliviano, il petrolio venezuelano, il cacao del Brasile o la coca colombiana, tutte merci destinate al vorace mercato delle nazioni occidentali. Materie prime comprate a basso costo, spesso svendute sul ricatto di una concorrenza spietata e spinta dagli acquirenti stessi, una guerra tra poveri in cui i paesi poveri sono destinati a rimanere sempre più poveri e ingabbiati in un sistema del debito.

La stampa occidentale accusa la Cina di creare debiti insostenibili, ma vale la pena ricordare che mentre la Cina – solitamente – presta denaro per costruire infrastrutture che rimarranno alla popolazione e alle imprese locali; i capitali occidentali investono in modo rapace prestando denaro con interessi ai limiti dell’usura date le condizioni di partenza. La differenza è che mentre la Cina intende fare in modo che il denaro prestato vada a buon fine e sia usato bene, le nazioni europee e nordamericane non applicano alcun controllo, quasi preferendo che il denaro prestato sia sprecato, così da poter ricattare in un secondo momento popolazioni e governi.

Il nuovo corso storico cambierà la gestione delle risorse sudamericane e forse permetterà ai governi locali di decidere con chi fare affari in base ai loro interessi e non in base a una concorrenza pilotata dall’esterno.

L’accesso del Nicaragua alla Nuova Via della Seta conferma questa volontà generale dei governi di sinistra di uscire dalla dipendenza e di rompere le catene dell’oppressione. Dopo decenni in cui gli Stati Uniti hanno dettato il bello e il cattivo tempo nella regione, parte un nuovo ciclo che dall’associazione tra governi progressisti e socialismo di mercato cinese potrebbe ribaltare gli assetti tradizionali.

La teoria della dipendenza e la Cina

La teoria della dipendenza è nata in America Latina a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del ‘900. Questa teoria risponde a delle criticità dello sviluppo sud americano mescolando le caratteristiche tematiche marxiste con quelle dell’analisi sociologica.

Gli economisti e i sociologi ad essa interessati, volevano analizzare l’iniquità dei rapporti produttivi tra America Latina e mondo capitalista avanzato (America del Nord e Europa occidentale).

I postulati di questa teoria sono che:

1. Le nazioni ricche vogliono mantenere un rapporto diseguale in ambito economico, culturale e politico con gli altri paesi.

2. Le nazioni povere forniscono alle nazioni ricche risorse, manodopera economica e un mercato per i prodotti di scarto non vendibili nei paesi più ricchi.

3. Le nazioni ricche cercano di perpetrare nel tempo la situazione di iniquità, occupando ogni spazio possibile dell’immaginario, dalla politica allo sport. Lo scopo è creare un immaginario in cui chi detiene il potere è metro per il resto del mondo.

4. Le nazioni ricche cercano di contenere con la forza ogni tentativo di emancipazione.

Questa scuola entrò progressivamente in crisi, tuttavia le sue analisi rimangono ancora oggi attuali.

L’atteggiamento dell’Occidente rispetto la Cina e i fatti interni cinesi sembra impregnato di pregiudizio. Il modello cinese viene costantemente ridotto a nulla, messo in ridicolo, demonizzato.

Si tenta in ogni modo di mostrare la Cina come arretrata, produttrice di prodotti secondari e di cattiva qualità. I telefoni Xiaomi vengono fatti passare come la “Apple cinese” sottintendendo di seconda qualità e dimenticando, invece, l’enorme successo in ambito di creativitá (a costi decisamente più competitivi) che il gruppo Xiaomi sta, ad esempio, raggiungendo.

Il cinema o la musica cinesi sono ridicolizzati (trattamento non riservato a attori o cantanti pop giapponesi e coreani, ad esempio).

La Cina mostra a molti paesi sudamericani, africani e mediorientali che un’alternativa è possibile e che aiutare la propria industria nazionale può portare un paese a svilupparsi in modo autonomo rispetto gli standard economici dell’Occidente.

Uno dei maggiori esponenti della teoria della dipendenza Samir Amin ha sostenuto, inoltre, che l’Europa dovrebbe distaccarsi dagli Stati Uniti d’America e optare per un avvicinamento a Cina, Russia e Africa con cui dovrebbe costruire un blocco contrapposto al disegno egemonico di Washington. Un precursore della Nuova Via della Seta?

L’utilità di analisi tra questa corrente e la contemporanea situazione economica mondiale ci permette di avere un metro di giudizio occidentale e marxista, che allinei le nostre esigenze a quelle cinesi.

Proprio l’esperienza cinese mostra l’importanza di costruire un socialismo con caratteristiche nazionali, ma che non perda di vista l’internazionalismo e la lotta per la giustizia sociale. In questi termini, la teoria della dipendenza potrebbe costituire sia un valido strumento di lettura della realtà cinese, sia una valida possibilità per teorizzare un nuovo socialismo occidentale, non contrapposto ma in collaborazione con quello cinese.

Perché la Cina è un modello positivo a livello globale

La Repubblica Popolare Cinese rappresenta un modello di sviluppo positivo per il mondo, nonostante (e soprattutto per) la propaganda occidentale.

La Repubblica Popolare mostra a paesi non europei un modello di sviluppo alternativo a quello occidentale. L’area estremo orientale (Cina, Corea del Sud, Giappone, Singapore) mostra come una serie di caratteristiche permettano anche ai paesi non di cultura occidentale l’uscita dalla povertà e dal colonialismo culturale dell’OCSE.

Il Giappone, avendo sposato più di un secolo fa, tutte le soluzioni proposte dall’Occidente e utilizzato questo potenziale per diventare a sua volta potenza coloniale prima e durante la II Guerra Mondiale è in parte escluso da questa valutazione.

Ad oggi, la Cina mostra non solo un modello di sviluppo per i più poveri della Terra, ma anche una via di uscita al liberalismo occidentale che ammantandosi di parole come democrazie e diritti copre un sistema sociale ingiusto e sempre più chiuso su se stesso.

La Cina ci ricorda che, nonostante il nichilismo abbia preso a un certo punto il sopravvento nella storia di Europa (e derivati), questo non è accaduto in modo uniforme in tutto il mondo.

La storia non è finita nel 1994, come predicevano gli alfieri del liberalismo classico. La democrazia degli Stati Uniti d’America non è destinata a governare indiscussa tutto il mondo, il capitalismo e un certo rapporto con la natura e con la tecnica, con il corpo o con il sacro non saranno il destino comune di tutta l’umanità.

Dopo una grande ubriacatura ideologica collettiva ci siamo risvegliati in un mondo diverso, costruito sui debiti e sullo sfruttamento, in cui le generazioni successive vivranno peggio delle precedenti, in cui l’ecosistema non è più in grado di rimpiazzare le risorse che stiamo distruggendo voracemente.

La cultura del tutto e subito, la cultura della libertà data dal denaro (e solo da quello), la cultura del lavoro salariato e alienato, ha preso il sopravvento su settori sempre più grandi di popolazione europea e nordamericana, proprio mentre i media ci raccontavano un mondo fatto di conoscenza, fibra ottica, nomadi digitali. Ci spacciavano la libertà della new economy e si dimenticavano di dirci che sempre più persone restavano a casa senza un lavoro, senza un contratto, senza un posto fisso. Piano piano, tutto questo è stato fatto passare come noioso o non necessario, dimenticando di dire che l’essere umano è un animale gregario e che vive in comunità, che alleva i propri cuccioli per anni: che per vivere, essere sereni e prosperare abbiamo bisogno di certezze e organizzazione sociale, di libertà e creatività, ma anche di un gruppo coeso e che preveda degli strumenti di tutela sociale per tutti.

L’essere umano non è il capitalismo, l’essere umano non è la lotta e la sopravvivenza del più forte, questa è una mitologia spacciata dai ricchi negli ultimi cento anni come “verità”; l’essere umano è un animale cooperativo, gregario e sociale che cura i piccoli, gli ammalati, i deboli e gli anziani del gruppo. Questo ci rende felici e ci ha reso intelligenti evolutivamente.

La Cina, l’Africa e la collaborazione tra pari

“Mi complimento con il governo cinese per gli investimenti in Africa. Ringrazio la Repubblica popolare cinese per aver collaborato con lo Zambia.

Imprenditori zambiani e investitori cinesi lavorano insieme per una ricchezza condivisa. Zambiani e cinesi collaborano per il reciproco vantaggio. La cooperazione Zambia-Cina crea prosperità comune.

Accolgo con favore gli investitori cinesi che lavorano nella Repubblica dello Zambia. Per favore visitate lo Zambia.

Vi ringrazio,

Anna Zgambo
Cittadino dello Zambia
Località: Lusaka.”

Le minoranze cinesi storiche

La presenza di comunità mercantili cinesi presso altri paesi asiatici è molto antica.

Testimonianze storiografiche arabe riferiscono la presenza di mercanti nell’odierno Iraq, già nel VII secolo d.C.

Il fenomeno migratorio assunse maggiore importanza tra il 1000 e il 1400 dell’era volgare. Quando intere famiglie si spostarono verso l’Indocina, Giava, Sumatra e le Filippine. Molti emigrati erano uomini che una volta giunti nel nuovo paese, sposavano donne locali con cui avevano dei figli. Recenti studi incoraggiati proprio dalle autorità politiche, stanno scoprendo legami genetici anche lungo le coste dell’Africa Orientale e Meridionale.

I marinai e i mercanti cinesi sposavano donne locali e continuando a viaggiare avevano modo di mantenere un qualche contatto con la madrepatria e la comunità cinese espatriata in generale. Durante il periodo della dinastia Ming (1368-1644), la Cina sviluppò una fitta rete commerciale e diplomatica che riguardava particolarmente i paesi adiacenti. Molti inviati cinesi rimanevano nel nuovo paese, in alcuni casi cambiando religione (nella moderna Indonesia, alcuni si convertirono all’Islam). L’attività diplomatica e marinara di Zheng He (che approfondiremo in futuro) è emblema della proiezione oceanica cinese.

L’emigrazione verso l’Indocina e, in particolare verso la moderna Cambogia, ebbe un incremento specifico nel periodo di crisi della dinastia Ming, quando molti uomini fuggirono in cerca di maggiore stabilità e migliori possibilità.

Una nuova ondata migratoria si ebbe attorno alla metà dell’Ottocento, quando la Cina entrò in una fase di declino, associata a carestia e instabilità politica. La situazione economica e sociale spinse molti uomini a cercare lavoro prima nelle colonie britanniche dove venivano arruolati per lavori pesanti (in sostituzione degli schiavi) e nella seconda metà dell’800 anche ad emigrare sulla costa pacifica degli Stati Uniti d’America, dove la comunità cinese fu molto attiva nella febbre dell’oro.

Bisogna specificare, che nell’espressione “cinesi dell’oltremare” ricadano anche le persone di etnie minoritarie della Repubblica Popolare Cinese (tibetani, uiguri, ecc.).

Normalmente, in lingua cinese si tende a non considerare una persona appartenente al popolo cinese in base alla nazionalità, ma in base all’etnia di provenienza. Queste ondate migratorie furono così significative che oggi le minoranze cinesi sono culturalmente influenti in molti paesi limitrofi: basti pensare a Singapore, dove la maggioranza della popolazione è di origine cinese.

Questa storia migratoria ci mostra come, già dal 1400, nonostante la Cina si dedicasse all’esplorazione e al commercio, non tentò mai di colonizzare gli altri popoli. Solo oggi stiamo scoprendo il contributo, anche genetico, lasciato dai mercanti cinesi sulle coste dell’Africa Orientale, ma non siamo a conoscenza di nessun tentativo coloniale nell’area.

Questo è il modello dei rapporti Cina-Mondo: non la tendenza a colonizzare e sfruttare, ma quella a cooperare e imparare reciprocamente, creando una società multi-etnica e coesa, aperta e mirante a costruire un futuro comune nella diversità.

Per l’Africa, la Cina è un’alternativa al controllo coloniale europeo

E’ stato pubblicato il libro bianco dei rapporti Cina – Africa dal titolo “Cina e Africa nella Nuova Era: un partenariato tra eguali”. Il testo analizza l’evoluzione del legame negli ultimi due decenni, mostrando come questa collaborazione sia stata improntata sull’eguaglianza e l’amicizia tra le parti. La stampa europea e nordamericana, cerca spesso di descrivere il rapporto sino-africano come basato sul debito, tuttavia questa lettura non tiene in alcun modo conto dell’enorme vantaggio commerciale ed economico che le popolazioni africane stanno avendo da questa collaborazione.

Presentare negativamente gli investimenti cinesi nella regione nasconde cattiva fede. Dopo secoli di intenso sfruttamento coloniale, le varie potenze (Stati Uniti d’America, Regno Unito e Francia in primis), vedono minacciato il loro primato grazie ad accordi più equi e spesso preferiti dai governi e dai cittadini.

Il neocolonialismo dei paesi OCSE/NATO non è più l’unica scelta. Sono passati gli anni in cui un manipolo di paesi si riuniva per decidere le sorti di tutto il mondo. Dopo il crollo dell’URSS, il modello capitalista sembrava essere destinato a dominare il mondo tanto da un punto di vista economico, quanto da un punto di vista culturale; eppure il socialismo cinese (con le sue peculiari caratteristiche adatte al suo specifico contesto storico) è riuscito a stravolgere in un trentennio una situazione apparentemente catastrofica per i paesi più poveri del mondo.

La Repubblica Popolare ha rilanciato la propria economia, aprendo a una forma di socialismo di mercato sotto forte direzione statale. Il P.C.C. conservando il potere tanto sulla società, quanto sulle leve economiche è riuscito a condurre uno sviluppo vigoroso, deciso ed equilibrato che ha emancipato milioni di persone dalla fame e dalla povertà. Quale esempio migliore per l’Africa?

Il benessere cinese, invece di ripiegarsi su se stesso, ha cominciato ad investire in progetti di carattere regionale e in fondi per la cooperazione e lo sviluppo.

La collaborazione sino-africana sta portando a una rapida modernizzazione del continente e delle sue infrastrutture, notoriamente fondamentali per il volano economico. La Cina è diventata una grande importatrice di beni africani (per lo più materie prime). Queste esportazioni permettono ai paesi africani di cominciare a usare le proprie risorse per migliorare le proprie economie e le condizioni di vita della popolazione.

I rapporti sono basati su cinque linee rosse, nettamente stabilite dal governo cinese: nessuna interferenza nelle scelte di sviluppo economico o negli affari interni; nessuna imposizione; nessun patto di natura politica; nessuna ricerca di vantaggi politici. L’esatto contrario di quanto fatto dalle nazioni occidentali (basti pensare alla scandalosa politica coloniale francese in Africa e alle sue terribili conseguenze).

Il rapporto tra questi due poli ex coloniali è intessuto tanto sull’interesse economico, quanto sulla stabilità sociale e politica e cerca di sviluppare la coesistenza pacifica nel continente.

Non ultimo la Cina punta alla crescita dei rapporti culturali tra partner, permettendo un’ulteriore emancipazione dal punto di vista eurocentrico e una presa in carico delle problematica ambientali e della produzione alimentare, vere piaghe del futuro.

La trappola di Tucidide esiste solo per la NATO?

Sulla Cina e la trappola di Tucidide, abbiamo sentito parlare spesso a sproposito sui media europei e nordamericani. Siamo abituati a concepire il succedersi storico tra diverse potenze come necessariamente conflittuale, tuttavia, la condizione odierna presenta delle caratteristiche uniche rispetto ai precedenti storici.

Gli Stati Uniti, non sono la potenza egemone di un’area limitata, ma sono una super-potenza globale che proietta il proprio potere in tutto il mondo. Rinunciare a un potere unico ed eccezionale di questo tipo, è l’unica soluzione per un futuro comune di tutti i popoli del mondo.

La condizione di egemonia straordinaria in cui gli Stati Uniti si trovano è legata all’iper-consumismo della società nordamericana, ma anche al suo enorme apparato industriale, militare e burocratico. Il capitalismo imperialista nord-americano (e dei suoi alleati europei e anglofoni) ha la necessità di fagocitare le risorse economiche del resto del mondo, per permettere alle classi dirigenti dei propri paesi di vivere una agiatezza economica unica nella storia.

Al contrario, la Cina presenta le caratteristiche di una potenza emergente, di tipo socialista. Negli ultimi decenni, il governo del Partito Comunista Cinese (da ora P.C.C., nel testo), ha emancipato dalla fame e dalla povertà oltre 900 milioni di persone, creando il più grande miracolo economico di tutti i tempi.

Gli Stati Uniti si fanno sempre più aggressivi, avanzando pretese e accordi militare verso il Medio Oriente e l’area Pacifico – Indiana; mentre la Cina sta stabilendo partnership commerciali e diplomatiche in Asia, Africa e Europa.

Inoltre, il governo del P.C.C. e della Repubblica Popolare costituiscono un modello alternativo per gli stati asiatici e africani in cerca di emancipazione, ma che non vogliono più essere vittime della colonizzazione culturale dei paesi OCSE e NATO.

Così, mentre il governo di Washington proietta il proprio esercito verso l’Asia, rendendo inevitabile la trappola di Tucidide; la Cina procede verso Ovest, con una rotta di mercanti e merci più antica di Marco Polo.

Alla Cina non serve la guerra: le basta la garanzia di poter difendere i propri confini dall’imperialismo. Al contrario, gli Stati Uniti hanno bisogno di continuare a espandere il loro impero, in una guerra permanente, per mantenere in piedi i rapporti di forza attualmente esistenti nel mondo.