Perché l’Italia dovrebbe abbandonare la NATO subito

In questi giorni stiamo assistendo impotenti a una intensificazione della retorica bellicista all’interno dei paesi del blocco occidentale. Gli Stati Uniti e i loro alleati minacciano di intervenire ovunque nel mondo in base alle circostanze. La Russia e la Cina sono i nemici, creati ad arte dai media per un’opinione pubblica che vive perennemente mobilitata in un’allerta che ormai considera normalità, libertà, democrazia, dibattito pubblico. Al contrario, il dibattito pubblico e la democrazia (inevitabilmente legata a una purezza di intenti nell’espressione delle proprie posizioni) sono tradite sistematicamente in Europa e in Nord America, a favore di una retorica manichea e piena di menzogne. La Russia viene descritta come in procinto di scatenare una guerra su vasta scala in Ucraina, un’invasione in pieno stile, ma ci si dimentica di dire che sono gli europei e gli alleati della NATO a finanziare il governo ucraino, i gruppi neonazisti ucraini e a spingere per un’integrazione dell’Ucraina stessa nel sistema occidentale. La NATO ha già violato la parola data al momento dell’abbattimento del muro di Berlino e cioè che non avrebbe minacciato la Russia, che non avrebbe portato nell’ex blocco sovietico le proprie truppe, i propri missili, i propri rapporti di forza. Invece, gradualmente, la NATO e l’UE (le due organizzazioni di fatto sono espressione di intenti comuni, poiché le alleanze vincolano i membri dell’una e dell’altra organizzazione) si sono allargate verso Est, inglobando Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, le repubbliche baltiche, le repubbliche nate dalla scissione della ex Jugoslavia e via dicendo, fino ad arrivare a minacciare i confini russi più a Sud, in Ucraina e nel Caucaso.

La Russia non può accettare un simile affronto per la propria sicurezza nazionale, ma soprattutto la Russia non può accettare che i propri cittadini siano costantemente minacciati di golpe colorati (rivoluzioni colorate, sic!) o di bombardamenti massicci partiti dai paesi vicini membri e alleati della NATO. Le maggiori città russe, i maggiori centri industriali, le maggiori vie di comunicazione del paese, sono già sotto tiro dei missili NATO, le due forze hanno già uno squilibrio in campo. Lo squilibrio in campo, badiamo bene, non è dato da debolezza russa, ma dal fatto che i russi non hanno nessuna intenzione di riempire il resto del mondo di basi e rampe missilistiche puntati su città, scuole, ospedali, aeroporti, autostrade, centri commerciali statunitensi e europei.

Lo scopo dell’odierna amministrazione statunitense è chiaro. Far fuori la Russia con un accordo di massima che conceda il massimo in Ucraina e nel Caucaso alla NATO, ponendo la Russia in uno scacco strategico; al contempo destabilizzare l’Asia Centrale e il Medio Oriente, strategia in cui gli Stati Uniti sono ormai attivi da decenni; e poi passare a un attacco diretto contro la Repubblica Popolare Cinese o, più in piccolo la Corea del Nord, usando magari Taiwan come pretesto.

L’Italia che interesse ha in tutto questo? Dipendiamo dal gas russo per scaldarci e per le bollette della luce, siamo partner commerciali importanti della Russia e di molte repubbliche centro-asiatiche ex sovietiche (ad esempio, il Kazakistan solo un anno fa, definiva “Russia, Cina e Italia i maggiori partner commerciali del paese”), la Cina rappresenta un mercato in forte crescita e con grandi prospettive anche a livello tecnologico (basti pensare alla fusione nucleare, agli investimenti in rinnovabili o all’intelligenza artificiale), il nostro paese da sempre ha una vocazione mercantile, dedita al commercio e all’esportazione dei nostri prodotti. L’Italia per posizione geografica, storia e cultura, è un paese aperto all’Asia e al Mediterraneo, sin dai tempi dell’Antica Roma la seta giungeva in Occidente passando tutta l’Asia Centrale e il Mediterraneo; non possiamo dimenticare Marco Polo e il suo viaggio raccontato nel Milione o il gesuita Matteo Ricci, che prese nome in mandarino e morì a Pechino nel 1610, conducendo studi scientifici e matematici di altissimo livello per l’epoca.

Una retorica bellicista e un’europeismo monco vogliono stimolare questa rivalità tra popoli, ma l’Italia e la Cina possono contare un’amicizia plurisecolare con scambi sin dai tempi dell’Impero Romano. Il nostro paese non ha nulla da guadagnare chiudendosi al Mediterraneo e rivolgendosi verso l’arco alpino, l’Atlantico è lontano e chiuso da Gibilterra. La Germania pensa prima di tutto ai propri interessi, contrattando gas a buon mercato prima di tutto per loro; così fanno gli inglesi, fuoriusciti dall’Unione Europea, proprio perché rivolti ormai all’Anglosfera.

L’uscita dalla NATO e l’avvio di una politica di neutralità sono le uniche alternative reali per il nostro paese, per rapporti internazionali più giusti e pacifici tra tutti i popoli.

Il discorso di Xi Jinping per i 30 anni di relazioni con le repubbliche dell’Asia centrale

Il 25 gennaio, Xi Jinping ha tenuto un discorso per celebrare i trent’anni di relazioni diplomatiche tra la Repubblica Popolare Cinese e le cinque repubbliche dell’Asia centrale nate dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan). Di seguito la traduzione integrale.

Il discorso di Xi Jinping per i 30 anni di relazioni con le repubbliche dell’Asia centrale

Perché la Cina non intende rimpiazzare gli Stati Uniti d’America

La Cina NON è interessata al dominio o all’egemonia mondiale. La Repubblica Popolare Cinese si oppone fermamente all’unilateralismo e all’egemonia in ogni sua forma, come ribadito più volte da fonti ufficiali. I media occidentali sfruttano la crescente forza della Cina per far sembrare che voglia sfidare gli Stati Uniti d’America; tuttavia, anche se la Cina diventasse, in questo stesso istante, la nazione più potente del mondo, il suo rapporto con le altre nazioni non cambierebbe. La Repubblica Popolare non instaurerebbe nulla di simile al colonialismo dell’Impero britannico o all’egemonia degli Stati Uniti. I paesi dell’anglosfera proiettano sulla Repubblica Popolare un modello coloniale-egemonico estraneo alla storia cinese e ben presente, invece, nella cultura anglosassone.

La Cina non vuole competere con gli Stati Uniti per il dominio di un bel nulla. Il Partito Comunista Cinese, al contrario, insiste su un percorso pacifico di ascesa, ben diverso dalla traiettoria delle potenze tradizionali e insiste sulla coesistenza pacifica e sulla cooperazione con tutti gli altri paesi del mondo. La storia millenaria del popolo cinese spiega nitidamente come un paese egemonico prima o poi è destinato a decadere. Lo sviluppo cinese è pensato per il bene del popolo, per avere una vita più felice e non per sconfiggere qualcuno.

La vera domanda che gli Stati Uniti devono porsi è se possono accettare l’ascesa pacifica di un paese con un sistema sociale differente.

Purtroppo, sembra che allo stato attuale gli Stati Uniti non possano accettarlo. Questo è il motivo per cui la stampa e i media rintuzzano la teoria della minaccia cinese, cercando uno scopo contro un nemico immaginario a cui dare la colpa del malcontento interno.

Molti paesi soffrono da decenni il ruolo globale degli Stati Uniti. Questi paesi si schiereranno con la Cina come forza contro l’egemonia unilaterale. Gli Stati Uniti hanno provocato conflitti e infranto le regole internazionali. Il nuovo sviluppo tecnologico, le telecomunicazioni, internet, hanno reso il mondo un posto più piccolo, nessun paese può pensare di detenere un’egemonia unilaterale basata sulla prepotenza.

I nodi prima o poi verranno al pettine, ma non per colpa della Cina.

Trinidad e Tobago preferisce il prestito cinese a quello del FMI

Nel giugno del 2021, Colm Imbert, ministro delle finanze di Trinidad e Tobago paragonando il prestito della Cina con quello proposto dal Fondo Monetario Internazionale fece notare l’enorme differenza di condizioni proposte.

In particolare facendo riferimento agli aggiustamenti strutturali che solitamente il FMI richiede (e i cui effetti sono stati sperimentati da altri paesi nella regione):

“Con il prestito cinese, non c’è niente del genere, tutto quello che hanno detto è che come parte del loro programma di sensibilizzazione e sviluppo della politica estera, presteranno denaro a Trinidad e Tobago e che, quindi, il 15% del denaro che ci stanno prestando deve essere speso in ‘elementi cinesi’ e che potrebbe trattarsi di qualsiasi cosa: attrezzature, vaccini, forniture mediche… Non c’è una condizione come con il FMI.

Il prestito cinese ha un tasso molto interessante del 2%. Il FMI è dell’1,05%, quindi non c’è molto da scegliere. 

Devi dare un giudizio: hai un prestito, senza adeguamento strutturale, senza dover ridimensionare il personale, senza dover svalutare la tua valuta, ecc… E poi un altro in cui devi fare ogni tipo di cose terribili… Insomma, è un gioco da ragazzi, ovviamente andresti con quello che non ha alcuna condizionalità di adeguamento strutturale ad esso associato, soprattutto perché i tassi di interesse sono molto vicini, a distanza di appena l’un per cento”.

Il futuro, la Cina, la NATO e l’Italia

L’Occidente affonda nel debito e la Cina continua a produrre beni di ogni tipo che esporta.

I media occidentali annunciano il prossimo tracollo dell’economia cinese ormai da anni e ogni anno vengono sonoramente smentiti. Il potenziale economico cinese è ancora enorme rispetto al livello raggiunto e la capacità dimostrata in innovazione e ricerca scientifica dal dragone promette ulteriori balzi al momento nemmeno immaginabili.

Nei giorni passati: la Cina ha raggiunto un nuovo record nell’ambito della fusione nucleare; prodotto una pellicola isolante totalmente organica e biodegradabile in grado di soppiantare la plastica; attivato un computer quantistico più potente di quello di Google che fino ad allora deteneva il record mondiale di potenza di calcolo.

Questi sono solo tre piccoli risultati ottenuti dagli scienziati cinesi che lasciano intendere l’enorme potenziale tecnologico.

Tutto queste mentre l’Unione Europea e gli Stati Uniti affannano. La crisi demografica (in particolare l’invecchiamento della popolazione) colpisce egualmente UE e USA, tanto quanto Russia e Cina, con la grande differenza che al momento la Cina ha un’economia in enorme crescita.

La Cina è diventata “la fabbrica del mondo” esportando beni in tutto il mondo. A lungo, in Occidente, si è usata questa espressione per fare riferimento a esportazioni di scarsa qualità, poco innovative e condannate a rimanere come merce di scarto.

Eppure, la Cina detiene ormai le chiavi della produzione globale e un mercato interno in espansione. La produzione è migliorata così da poter competere, anche in ambiti complessi, con i migliori marchi statunitensi e europei.

La Cina tiene le chiavi dell’economia mondiale, dicevamo, tutto questo mentre gli Stati Uniti annaspano in un debito esplosivo e vogliono tenere una politica imperiale sempre più costosa e che il peso delle armi non potrà continuare a garantire per sempre.

Il ritmo di importazioni degli Stati Uniti e dei loro alleati è insostenibile sul lungo periodo (forse medio), la deindustrializzazione ha reso l’Occidente dipendente dalle importazioni di paesi terzi, tutto questo mentre interi settori della popolazione occidentale vedono crollare il proprio tenore di vita.

Il castello del debito e quello delle importazioni non possono essere infiniti. Arriverà un momento in cui il dollaro andrà incontro a una spirale inflazionistica che porterà il debito americano a diventare de facto impagabile. L’economia di internet, del digitale e la flessibilità (precarietà) a tutti i costi non solo non ci hanno reso più liberi o competitivi, ma soprattutto hanno creato un sistema che si auto-sabota. Le fabbriche cinesi avranno il sopravvento e l’economia reale prevarrà sulla finanza.

Abbandonare l’attuale ordine mondiale neoliberista e filo-americano è l’unica possibilità concreta che i paesi europei hanno per non partecipare della catastrofe imminente.

La sinistra latinoamericana e la costruzione di un mondo multipolare

Dopo un periodo di reflusso, in Sud America il vento della sinistra è tornato a soffiare. Le recenti elezioni in Cile, Nicaragua e Venezuela hanno confermato i successi della sinistra, specie quando questa non è solo la stampella riformista del capitalismo e dell’imperialismo statunitense e europeo nella regione.

Questo nuovo corso politico sta finalmente facendo convergere gli interessi dei popoli storicamente oppressi in unico campo alternativo a quello imperialista. In questo modo, Cina e Russia stanno ricominciando a giocare un ruolo da protagoniste nella costruzione di un mondo multipolare.

Nel precedente post abbiamo parlato della teoria delle dipendenza, di provenienza sudamericana, e di come questa scuola avesse portato alcuni suoi teorici a immaginare una convergenza tra oppressi in contrapposizione al Washington Consensus.

Già a dicembre, il Nicaragua sandinista ha riallacciato le relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese, non riconoscendo più il governo secessionista di Taiwan.

Proprio la teoria della dipendenza può aiutarci a capire l’interesse statunitense nella regione. I paesi sudamericani sono ottimi produttori di materie prime e fornitori di lavoratori a basso costo per il mercato statunitense. L’agricoltura e le miniere dell’America Latina hanno permesso la crescita di molto delle multinazionali a stelle strisce e proprio questa ricchezza del territorio è stata causa dello sfruttamento e degli innumerevoli colpi di stato finanziati e orchestrati dalla CIA: lo zucchero cubano, il litio boliviano, il petrolio venezuelano, il cacao del Brasile o la coca colombiana, tutte merci destinate al vorace mercato delle nazioni occidentali. Materie prime comprate a basso costo, spesso svendute sul ricatto di una concorrenza spietata e spinta dagli acquirenti stessi, una guerra tra poveri in cui i paesi poveri sono destinati a rimanere sempre più poveri e ingabbiati in un sistema del debito.

La stampa occidentale accusa la Cina di creare debiti insostenibili, ma vale la pena ricordare che mentre la Cina – solitamente – presta denaro per costruire infrastrutture che rimarranno alla popolazione e alle imprese locali; i capitali occidentali investono in modo rapace prestando denaro con interessi ai limiti dell’usura date le condizioni di partenza. La differenza è che mentre la Cina intende fare in modo che il denaro prestato vada a buon fine e sia usato bene, le nazioni europee e nordamericane non applicano alcun controllo, quasi preferendo che il denaro prestato sia sprecato, così da poter ricattare in un secondo momento popolazioni e governi.

Il nuovo corso storico cambierà la gestione delle risorse sudamericane e forse permetterà ai governi locali di decidere con chi fare affari in base ai loro interessi e non in base a una concorrenza pilotata dall’esterno.

L’accesso del Nicaragua alla Nuova Via della Seta conferma questa volontà generale dei governi di sinistra di uscire dalla dipendenza e di rompere le catene dell’oppressione. Dopo decenni in cui gli Stati Uniti hanno dettato il bello e il cattivo tempo nella regione, parte un nuovo ciclo che dall’associazione tra governi progressisti e socialismo di mercato cinese potrebbe ribaltare gli assetti tradizionali.

La teoria della dipendenza e la Cina

La teoria della dipendenza è nata in America Latina a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del ‘900. Questa teoria risponde a delle criticità dello sviluppo sud americano mescolando le caratteristiche tematiche marxiste con quelle dell’analisi sociologica.

Gli economisti e i sociologi ad essa interessati, volevano analizzare l’iniquità dei rapporti produttivi tra America Latina e mondo capitalista avanzato (America del Nord e Europa occidentale).

I postulati di questa teoria sono che:

1. Le nazioni ricche vogliono mantenere un rapporto diseguale in ambito economico, culturale e politico con gli altri paesi.

2. Le nazioni povere forniscono alle nazioni ricche risorse, manodopera economica e un mercato per i prodotti di scarto non vendibili nei paesi più ricchi.

3. Le nazioni ricche cercano di perpetrare nel tempo la situazione di iniquità, occupando ogni spazio possibile dell’immaginario, dalla politica allo sport. Lo scopo è creare un immaginario in cui chi detiene il potere è metro per il resto del mondo.

4. Le nazioni ricche cercano di contenere con la forza ogni tentativo di emancipazione.

Questa scuola entrò progressivamente in crisi, tuttavia le sue analisi rimangono ancora oggi attuali.

L’atteggiamento dell’Occidente rispetto la Cina e i fatti interni cinesi sembra impregnato di pregiudizio. Il modello cinese viene costantemente ridotto a nulla, messo in ridicolo, demonizzato.

Si tenta in ogni modo di mostrare la Cina come arretrata, produttrice di prodotti secondari e di cattiva qualità. I telefoni Xiaomi vengono fatti passare come la “Apple cinese” sottintendendo di seconda qualità e dimenticando, invece, l’enorme successo in ambito di creativitá (a costi decisamente più competitivi) che il gruppo Xiaomi sta, ad esempio, raggiungendo.

Il cinema o la musica cinesi sono ridicolizzati (trattamento non riservato a attori o cantanti pop giapponesi e coreani, ad esempio).

La Cina mostra a molti paesi sudamericani, africani e mediorientali che un’alternativa è possibile e che aiutare la propria industria nazionale può portare un paese a svilupparsi in modo autonomo rispetto gli standard economici dell’Occidente.

Uno dei maggiori esponenti della teoria della dipendenza Samir Amin ha sostenuto, inoltre, che l’Europa dovrebbe distaccarsi dagli Stati Uniti d’America e optare per un avvicinamento a Cina, Russia e Africa con cui dovrebbe costruire un blocco contrapposto al disegno egemonico di Washington. Un precursore della Nuova Via della Seta?

L’utilità di analisi tra questa corrente e la contemporanea situazione economica mondiale ci permette di avere un metro di giudizio occidentale e marxista, che allinei le nostre esigenze a quelle cinesi.

Proprio l’esperienza cinese mostra l’importanza di costruire un socialismo con caratteristiche nazionali, ma che non perda di vista l’internazionalismo e la lotta per la giustizia sociale. In questi termini, la teoria della dipendenza potrebbe costituire sia un valido strumento di lettura della realtà cinese, sia una valida possibilità per teorizzare un nuovo socialismo occidentale, non contrapposto ma in collaborazione con quello cinese.

L’Asia è la grande sfidante dell’ordine capitalista mondiale

I recenti fatti kazaki non fanno che confermare quanto emerso con sempre maggiore forza negli ultimi anni. I successi economici e sociali del Repubblica Popolare Cinese (la cui sfida al capitalismo ormai è ad ogni livello); la reazione russa alla continua espansione della NATO; la nascita e l’effettiva attivazione di tre grandi organizzazioni internazionali destinate ad essere protagoniste del futuro globale:

  • Il RCEP che include nazioni dell’Estremo Oriente e dell’Oceania: i paesi ASEAN (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia, Vietnam), Repubblica Popolare Cinese, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. L’accordo, di cui abbiamo già parlato qui nel nostro blog, creerà una crescita consistente in tutta la regione e avrà effetti su tutta l’economia mondiale.
  • l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, ovvero il gruppo di paesi intervenuto in aiuto delle autorità kazake e composto da soli paesi ex sovietici per ora: Armenia, Russia Bianca, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e alla cui adesione si è dichiarato interessato l’Iran (in tal caso, sarebbe il primo paese non ex sovietico ad aderire).
  • L’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, che ha già siglato un accordo di intesa con la precedente Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e di cui fanno parte: Repubblica Popolare Cinese, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India, Pakistan e Iran.

Ciò che accomuna queste tre grandi organizzazione è che tutte ruotano attorno a dei rivali geopolitici e strategici degli Stati Uniti e gli assi portanti sono la Cina e la Russia (fatta eccezione forse per la prima, a cui partecipano anche alleati occidentali come Australia e Giappone).

Anche in questo caso le ultime due si fanno notare per l’interesse dell’Iran, altro paese notoriamente rivale dell’ordine egemonico occidentale e neoliberista. Il coinvolgimento dell’India all’Organizzazione di Shangai, lascia ipotizzare scenari futuribili.

Vero, infatti, che la repubblica indiana rimane un saldo alleato degli Stati Uniti nella regione, ma è anche vero che in passato l’India e la Cina e soprattutto, l’India e l’Unione Sovietica ebbero discreti periodi di intesa e collaborazione.

La stessa ASEAN è riuscita a raggruppare al suo interno tipologie di paesi quanto mai diversi tra loro e in passato rivali (basti pensare all’adesione di Thailandia, Vietnam, Cambogia e Laos). La diffusa vulgata che il Partito Comunista Vietnamita preferirebbe Washington a Pechino, non trova al momento alcuna conferma nei fatti: non mancano incomprensioni e tensioni nell’area e una rivalità storica tra i due paesi incide sicuramente, tuttavia al contempo il Vietnam è paese ancorato al socialismo e vicino ai paesi che combattono l’imperialismo e il capitalismo (basti pensare alla sincera collaborazione tra Vietnam e Cuba, periodicamente riconfermata dai partiti comunisti al governo).

Giova ricordare che l’Asia è il continente più grande e più popolato del mondo, in esso coesistono stati, storie, culture e vive un numero enorme di persone. La costruzione di un mondo multipolare, di pace e equilibrio è fondamentale al nostro futuro condiviso su questo mondo.

L’innovazione tecnologica (basti pensare alla presunta corsa allo spazio asiatica per info qui) e la crescita economica garantita dai paesi del continente rimane un caposaldo del nostro futuro. La costruzione di un mondo multipolare e che rispetti le diversità è parte di un più generale cambiamento che riguarderà tutti i paesi del mondo e che, al momento, è l’unica possibilità per lo sbocciare di tanti socialismi, quante sono le tradizioni presenti nel nostro paese.

Troppi pretendenti al ballo per Cenerentola Kazakistan?

Il Kazakistan è una delle cerniere del mondo odierno, uno dei luoghi nei quali si deciderà il futuro del mondo.

1- Il paese è al centro della BRI, l’iniziativa cinese della nuova via della seta. Non confrontabile per ruolo nel progetto con il Pakistan o l’Iran, ma comunque geograficamente focale, per la posizione in Asia Centrale. La situazione taiwanese e la rivalità con gli Stati Uniti nell’Oceano Pacifico e Indiano, rendono vitali le rotte terrestri per i progetti cinesi.

2- Dal Kazakistan arriva oltre il 40% dell’uranio mondiale, la metà dell’uranio del paese confluisce in Cina il maggiore mercato importatore del prezioso minerale.

3- Il paese è genericamente ricco di risorse minerarie di ogni tipo. Il Kazakistan possiede circa il 60% delle risorse che un tempo appartenevano all’Unione Sovietica (è il quarto produttore mondiale di rame, il 10% del ferro mondiale e via discorrendo).

4- Dopo la fuga dei minatori di bitcoin dalla Repubblica Popolare è stata proprio la repubblica centro-asiatica ad accogliere i transfughi. Lo scarso costo dell’energia elettrica ha attirato gli scavatori di criptomonete.

5- Infine, il Kazakistan è parte significativa di Heartland, il cuore della terra, teorizzato da Mackinder, nel 1904, in contrapposizione alla tassalocrazia anglo-americana. Il riferimento geopolitico può sembrare poco attuale, eppure negli Stati Uniti qualcuno ancora lo legge e vi basa la propria politica nei confronti della Russia, della Cina, dell’Asia e dell’Europa.

Le teorie più diffuse riguardano tre principali opzionio:

1- Una rivoluzione colorata sullo stile Ucraina: la presenza della ONG NED (National Endowment for Democracy) notoriamente finanziata dagli Stati Uniti e legata ad attività di destabilizzazione di paesi rivali e l’apparente addestramento dei rivoltosi (questi si sono mobilitati nelle stesse ore, in molti luoghi diversi, prendendo armi e occupando zone strategiche).

Allo stesso filone, quello dell’ingerenza straniera, seppur in formule diverse, pare che puntino i media cinesi, riferendo di infiltrazioni di fondamentalismo islamico tra i rivoltosi.

2- Un’operazione interna russa con o senza Cina per sistemare la regione una volta per tutte. Il leader del paese Toqaev ha richiesto l’invio di forze militare dai membri dell’Organizzazione di Sicurezza (composta da ex repubbliche sovietiche e in cui, per ovvi motivi, il principale esponente è la Russia), richiesta accolta con un dispiegamento di militari. A supporto di questa teoria, i media locali e russi hanno parlato di ruolo straniero, ma non è escludibile che la Russia (ed eventualmente la Cina) abbiano cercato di fare ordine nel vicinato, allineando tutta la gerarchia di un paese che in parte tentava di tenere una linea di equilibrismo.

3- Non escludibile, ma al momento ipotesi meno discussa: che dietro le rivolte non ci sia un manovratore occulto, ma che il banale innalzamento del costo dell’energia abbia spinto le persone ad organizzarsi e scendere in piazza. Il rasoio di Occam ci porterebbe ad appoggiare questa teoria, ma le troppe prove in senso contrario e le dichiarazioni ufficiali lasciano presagire molto altro.

Al momento (anche a fronte degli arresti tra i militari e i servizi segreti) sembra che il regime rimarrà in piedi. L’intervento di 5.000 soldati (di cui 2.500 russi) da parte dei paesi ex sovietici, sembra un rimedio omeopatico, ma in realtà è un messaggio chiaro e forte: i russi intendono appoggiare il governo, intendono restare e non vogliono intrusioni (reali o presunte) nel vicinato. Il governo se sopravvissuto avrà con Mosca un debito non indifferente.

Il ruolo della Cina non sarà minore. Pechino ha annunciato supporto al governo kazako e gli investitori cinesi hanno rassicurato sulla continuità e la stabilità dei propri servizi.

Gli Stati Uniti hanno vagheggiato parole, condanne, proposte, ma dopo la fuga afghana l’idea di un coinvolgimento centro-asiatico sembra improbabile.

Che lo stallo continui? Lo stato crolli e si divida in tante bande in guerra tra loro? Che il paese possa ucrainizzarsi?

Troppi gli interessi in ballo, troppo coinvolta la Cina e troppe le risorse sul territorio per pensare a un caos prolungato, specie se i rivali occidentali non intendono impegnarsi seriamente. Al momento, il Kazakistan sembra solo l’ennesimo dossier destinato a infastidire Putin o ad essere magari una mela avvelenata della NATO per dividere i due partner Cina – Russia, in attesa degli incontri sull’Ucraina; se così fosse, al momento, il frutto avvelenato sembra non essere stato colto.

Non ci rimane che aspettare il proseguire dei giorni e guardare con attenzione cosa accadrà a un paese così poco approfondito sui nostri media, eppure così centrale nel futuro di tutti noi.