Il doppio standard dei giornalisti occidentali nei confronti della Cina

Quando si parla di Cina assistiamo a uno spettacolo spesso molto discutibile da parte dei nostri media. I messaggi che vengono lanciati, talvolta dalla stessa emittente televisiva, dallo stesso giornale o commentatore sono schizofrenici.

L’informazione e le definizioni cambiano in base a ciò che si vuole: se si intende dimostrare che la Repubblica Popolare è un luogo malvagio e in mano a una sanguinaria dittatura si parlerà di “regime comunista”; al contrario, se lo scopo è quello di dimostrare l’insostenibilità del socialismo, allora si dirà che la Cina è un paese “turbo-capitalista”.

Tutte e due le definizioni sono errate, secondo le analisi fornite dal Partito Comunista Cinese. La Repubblica Popolare si trova nella fase di transizione verso il socialismo, adottando quello che viene definito socialismo di mercato o socialismo con le caratteristiche cinesi.

Entrambe le definizioni per quanto ambigue e forse oscure a noi occidentali, descrivono adeguatamente la volontà del Partito. La Cina ha intrapreso, dopo la fase di respingimento dell’imperialismo straniero (nella prima metà del ‘900), il cammino verso il socialismo ma è ben consapevole di avere ancora una lunga strada davanti.

Durante il periodo di governo del Presidente Mao, il paese ha assunto il controllo dei mezzi di produzione e sradicato le antiche credenze e gli antichi stili di vita ancora legati a un passato feudale o coloniale. Alcuni tentativi di procedere più velocemente verso il socialismo, sono stati segnalati dall’amministrazione stessa come affrettati, ma come parte di un cammino. La stessa URSS cambiò più volte strategia e dovette adattarsi a diverse contingenze storiche ed economiche. Il marxismo per la sua applicazione deve essere saldo nei fatti, deve essere applicabile a diversi momenti e contesti.

Marx per primo parlò di fase di transizione al comunismo, pretendere dal Partito Comunista Cinese la realizzazione del comunismo in pochi decenni non solo è irrealistico, ma non marxista.

Le riforme introdotte in Cina, a partire dal 1978, pur potendo sembrare in Occidente come cedimenti al capitalismo e al mercato, non hanno fatto altro che velocizzare il processo di accumulazione e migliorare le condizioni di vita di milioni di persone. Questo non vuol dire che il partito ha ceduto al capitalismo, ma che capendo i vantaggi del mercato – in questa fase – ha scelto di sfruttarli. L’avanzamento produttivo, economico e tecnico della Cina, permette oggi al paese di sfidare su scala globale le potenze imperialiste e di aiutare altri paesi coloniali a stabilire nuovi rapporti commerciali e diplomatici alla pari.

Non ci sono solo queste motivazioni teoriche.

I motivi per cui la Cina è ancora un paese in transizione verso il socialismo sono:

1- Il ruolo chiave dello Stato e delle imprese pubbliche (e quindi della collettività) nell’economia è ancora determinante (è lo stato a scegliere come muovere l’economia e non il contrario).

2- Pur essendo presenti degli uomini ricchi, persino milionari e pur possedendo questi uno status social elevato, nessuno di questi può condizionare le linee politiche del Partito e del governo. Nessuna impresa privata o multinazionale è in grado di determinare, ricattare o condizionare il paese e i suoi governanti. Il governo amministra il paese (se necessario ricorrendo al mercato), ma non lo fa in nome o a favore della borghesia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...