L’unione tra Cina e Tibet ha dei precedenti storici?

Dal 618 dell’era volgare all’842, il Tibet fu governato da un impero autoctono. Era uno stato molto potente ed esteso che poteva rivaleggiare con i Tang cinesi. Prima di questo, l’altopiano tibetano era frammentato in diversi potentati.

Tra l’842 e il 1207, il Tibet era frammentato in vari regni di piccole dimensioni. Si trattò di un periodo di caos, con rivolte e guerre. L’instabilità politica permeava la regione e nessun stato riesce ad affermarsi.

A partire dal 1207, le invasioni mongole riunificarono, nell’arco di alcuni decenni la regione. I Mongoli riorganizzarono il Tibet, lo pacificarono e dopo essersi convertiti al lamaismo (il buddhismo tibetano) affidarono sempre più potere al clero buddhista. Nel 1260, il lamaismo assunse grande importanza presso la corte mongola e i lama furono scelti come precettori dei futuri imperatori.

Nel 1279, i mongoli conquistarono anche la Cina. L’impero mongolo pur essendo composto da ottimi guerrieri, non era composto da buoni amministratori, si preferiva perciò lasciare grande autonomia alle popolazioni conquistate e le si lasciava libere di mantenere la precedente organizzazione politica. Il Tibet e la Cina, tra il 1279 e il 1368, durante la dinastia Yuan (di origine mongola appunto), pur conservando parte della precedente struttura amministrativa furono unite in unico stato e governati da uno stesso monarca.

Negli anni ’50 del ‘300, i lama tibetani raggiunsero l’indipendenza e nel 1368, la dinastia Ming, partita dal Sud, riuscì a respingere il dominio mongolo dalla Cina. Il nuovo potere lamaista in Tibet e la nuova dinastia cinese trovarono un accordo: il Tibet avrebbe versato un tributo periodico al governo cinese, in cambio del riconoscimento onorifico di “diffusori del buddhismo”, riservato alla scuola religiosa lamaista che in quel momento governava la regione.

Fino al 1640, la situazione tra Cina e Tibet rimase stabile. La Cina continuò a considerare il Tibet un territorio del proprio impero, destinando funzionari e militari alla regione; tuttavia le scuole religiose e i clan familiari tibetani continuarono a combattersi per la supremazia. Per trecento anni, il Tibet fu formalmente uno stato tributario cinese, ma di fatto diviso in tante fazioni in lotta tra loro.

Nel 1642, su invito della scuola lamaista gelug, i mongoli tornarono in Tibet. La scuola sconfisse così tutti i suoi rivali e stabilì una teocrazia con a capo il Dalai Lama. Il sovrano mongolo si vide, invece, riconosciuto come re del Tibet (titolo per lo più formale). I Ming, alle prese con minacce da Nord, abbandonarono il Tibet.

Il controllo mongolo divenne nei decenni sempre più blando e tra il 1717 e il 1719, gli Zungari una popolazione centro-asiatica di etnia mongola prese il controllo del Tibet.

Le violenze dei nuovi invasori furono tali da spingere le autorità religiose tibetane a richiedere l’intervento cinese. In Cina, intanto si era affermata la nuova dinastia Qing, di origine manciù (una popolazione nomade del Nord). I Qing inviarono aiuto immediato ai tibetani, cacciando gli Zungari e imponendo un super-visore cinese a Lhasa. Gli emissari cinesi furono molto attivi anche nella nomina dei Dalai Lama e dei Panchen Lama. Il Tibet conservava una larga autonomia sotto il controllo del clero buddhista, ma era considerato parte indiscutibile dell’Impero Cinese. Sul finire del’800, gli inglesi, attraverso l’India, fecero vari tentativi di incitare la popolazione locale e il clero buddhista alla rivolta, ma non ottennero grandi risultati.

Nel 1912, con la fine della dinastia Qing, la Cina diventò una repubblica e vi fu un periodo di caos. Il bisogno di organizzare il nuovo stato, la successiva lotta tra comunista e nazionalisti e l’invasione giapponese non permisero un effettivo controllo sul Tibet da parte cinese. Tanto i mongoli, quanto i tibetani provarono ad affrancarsi dalla Cina: i primi optarono per un avvicinamento all’Unione Sovietica e ottennero l’indipendenza; i secondi, invece, furono ondivaghi. I lama detenevano il potere, ma le autorità diedero sull’indipendenza pareri discordanti.

La fine della Seconda Guerra Mondiale e della guerra civile nel 1949, con la vittoria comunista, permisero di cominciare a riorganizzare la Cina. Nel 1951, tibetani e cinesi giunsero a un accordo: il Tibet avrebbe conservato la sua autonomia e il Dalai Lama, adattandosi al socialismo, avrebbe potuto conservare parte della sua autorità. Il governo tibetano sarebbe rimasto in piedi e le riforme socialiste sarebbero state introdotte gradualmente nella regione. Nel 1959, su istigazione dei servizi segreti statunitensi, parte del clero buddhista organizzò una rivolta che mirava alla secessione del Tibet. La Cina riuscì a contenere queste istanze separatiste e reazionarie, ma le incomprensioni tra le parti esplosero: il Dalai Lama e parte del clero buddhista fuggirono in India e le riforme verso il socialismo nella regione furono portate avanti con maggiore decisione.

Il governo tibetano e il Dalai Lama che, nel 1951, avevano concordato con le autorità cinesi l’unificazione tra i due paesi e la graduale applicazione del socialismo, su spinta occidentale ripudiarono gli accordi precedenti. Una parte del clero tibetano e del precedente governo, al contrario, decisero di rimanere in Tibet e di contribuire allo sviluppo della regione.

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