Le minoranze cinesi storiche

La presenza di comunità mercantili cinesi presso altri paesi asiatici è molto antica.

Testimonianze storiografiche arabe riferiscono la presenza di mercanti nell’odierno Iraq, già nel VII secolo d.C.

Il fenomeno migratorio assunse maggiore importanza tra il 1000 e il 1400 dell’era volgare. Quando intere famiglie si spostarono verso l’Indocina, Giava, Sumatra e le Filippine. Molti emigrati erano uomini che una volta giunti nel nuovo paese, sposavano donne locali con cui avevano dei figli. Recenti studi incoraggiati proprio dalle autorità politiche, stanno scoprendo legami genetici anche lungo le coste dell’Africa Orientale e Meridionale.

I marinai e i mercanti cinesi sposavano donne locali e continuando a viaggiare avevano modo di mantenere un qualche contatto con la madrepatria e la comunità cinese espatriata in generale. Durante il periodo della dinastia Ming (1368-1644), la Cina sviluppò una fitta rete commerciale e diplomatica che riguardava particolarmente i paesi adiacenti. Molti inviati cinesi rimanevano nel nuovo paese, in alcuni casi cambiando religione (nella moderna Indonesia, alcuni si convertirono all’Islam). L’attività diplomatica e marinara di Zheng He (che approfondiremo in futuro) è emblema della proiezione oceanica cinese.

L’emigrazione verso l’Indocina e, in particolare verso la moderna Cambogia, ebbe un incremento specifico nel periodo di crisi della dinastia Ming, quando molti uomini fuggirono in cerca di maggiore stabilità e migliori possibilità.

Una nuova ondata migratoria si ebbe attorno alla metà dell’Ottocento, quando la Cina entrò in una fase di declino, associata a carestia e instabilità politica. La situazione economica e sociale spinse molti uomini a cercare lavoro prima nelle colonie britanniche dove venivano arruolati per lavori pesanti (in sostituzione degli schiavi) e nella seconda metà dell’800 anche ad emigrare sulla costa pacifica degli Stati Uniti d’America, dove la comunità cinese fu molto attiva nella febbre dell’oro.

Bisogna specificare, che nell’espressione “cinesi dell’oltremare” ricadano anche le persone di etnie minoritarie della Repubblica Popolare Cinese (tibetani, uiguri, ecc.).

Normalmente, in lingua cinese si tende a non considerare una persona appartenente al popolo cinese in base alla nazionalità, ma in base all’etnia di provenienza. Queste ondate migratorie furono così significative che oggi le minoranze cinesi sono culturalmente influenti in molti paesi limitrofi: basti pensare a Singapore, dove la maggioranza della popolazione è di origine cinese.

Questa storia migratoria ci mostra come, già dal 1400, nonostante la Cina si dedicasse all’esplorazione e al commercio, non tentò mai di colonizzare gli altri popoli. Solo oggi stiamo scoprendo il contributo, anche genetico, lasciato dai mercanti cinesi sulle coste dell’Africa Orientale, ma non siamo a conoscenza di nessun tentativo coloniale nell’area.

Questo è il modello dei rapporti Cina-Mondo: non la tendenza a colonizzare e sfruttare, ma quella a cooperare e imparare reciprocamente, creando una società multi-etnica e coesa, aperta e mirante a costruire un futuro comune nella diversità.

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